Giovani e associazionismo

Daniele Marini

Il rapporto giovani e associazionismo si presenta problematico. Vorrei focalizzare la riflessione sull’ambito dell’associazionismo, ed in particolare su un problema centrale, quello dei modelli educativi delle associazioni. L’ostacolo che agisce nel rapporto fra giovani e associazionismo risiede in una difficoltà dei mondi associativi di rivisitare i propri modelli educativi e le parole chiave che ispirano tali modelli, con particolare riferimento alle giovani generazioni. Le associazioni oggi si trovano a lavorare in un contesto che è molto diverso rispetto a pochissimi decenni fa.

  1. Pluralismo e pluriappartenenza L’associazionismo che lavora con le giovani generazioni ha a che fare, per la prima volta, con un consistente pluralismo culturale. Il modello culturale del passato era prevalentemente quello cattolico; ora l’associazionismo ha a che fare con una pluralità di riferimenti culturali, tutti legittimati ad esistere e tutti insistenti sulle stesse persone. Ad esempio la televisione, se può essere usata come metafora della società, contiene una miriade di canali, ognuno dei quali con modelli culturali diversi, però tutti coesistenti all’interno dello schermo televisivo. Il secondo tema, conseguente al precedente, è che oggi le giovani generazioni possono sperimentare contemporaneamente una molteplicità di riferimenti valoriali, paradossali tra di loro ma coesistenti. Precedentemente eravamo abituati a pensare in termini di “out-out”, cioè si assumevano certi valori e non altri; oggi invece la modalità prevalente è quella di agire su un “mix” di riferimenti. Terzo elemento: le giovani generazioni sperimentano quella che viene definita una sorta di eccedenza delle opportunità, hanno cioè un insieme di riferimenti sovrabbondanti rispetto alle necessità. È un po’ come quando al fine settimana si va a fare la spesa al supermercato, dove anche per prendere un detersivo si impiega un po’ di tempo per capire quale sia quello che va meglio per noi. Questo introduce già un primo elemento di riflessione, cioè il problema della scelta per le giovani generazioni.
  2. Modelli educativi Al di là delle categorie, che servono semplicemente a fare osservare come possiamo declinare questo argomento in tante modalità diverse, vorrei provare ad affrontare più direttamente il problema del modello educativo. Lo faccio qui più che altrove perché nell’ambito cattolico i modelli educativi sono forti, nel senso che hanno riferimenti valoriali molto chiari e precisi. Quando pensiamo a modelli educativi di tipo tradizionale, possiamo dire che erano fondati normativamente, avevano cioè riferimenti valoriali che contemporaneamente rappresentavano un valore ma anche che implicavano la pratica di quel valore. Quando si diceva “solidarietà”, per esempio, non era semplicemente una evocazione valoriale, ma implicitamente si diceva come si doveva praticarla, cioè in che modo la si attualizzava. C’era una sorta di sovrapposizione fra il riferimento valoriale e la sua prassi. Poi non è stato più così, perché questi valori non esistono più in sé ma vengono acquisiti nella sperimentazione quotidiana. La semplice evocazione del valore quindi non implica più il modo in cui quel valore va vissuto. Tutte le indagini ci danno come riferimenti centrali il fatto che i giovani ritengono per esempio che la famiglia, gli amici, il lavoro, il tempo libero siano riferimenti valoriali forti; però ciò che salta è come essi si sperimentano concretamente. I valori oggi si scoprono solo nella prassi. Secondo elemento: in precedenza ognuno di noi veniva educato ad una serie di riferimenti che rappresentavano la linea guida, quindi un soggetto era in grado di autodirigersi. Oggi non è più così perché quei riferimenti non sono più validi per sempre, perché vanno sperimentati di volta in volta. Terzo elemento: se in precedenza i valori erano in qualche modo trasmessi, si pensi al ruolo delle famiglie e delle associazioni, oggi quei valori sono invece fonte di negoziazione, di scambio e di contrattazione. Quarto elemento, legato sempre ai modelli educativi, è che nel contesto precedente era chiarissimo quali erano i ruoli che venivano assegnati alle persone, poiché c’erano i valori di riferimento. Oggi, invece, al ruolo viene sostituendosi un altro termine che è quello dell’identità: sono io che scelgo qual è il mio ruolo e cosa voglio fare, per cui sono cambiati i ruoli. Se prima la condizione femminile era, per esempio, essere donna = moglie = madre, oggi questa eguaglianza non esiste più perché è la donna che sceglie se essere moglie e ancora più se essere madre. L’accento dal ruolo si è spostato sulla identità, su ciò che si sceglie di fare. Quinto aspetto di questi modelli educativi è che non abbiamo più a che fare con delle identità forti, delineate e precise, ma che ci sono identità che vengono variamente definite deboli o aperte, cioè, in buona misura, costruite nel tempo. Paul Ricoeur, filosofo francese, parla di “identità narranti”, cioè di identità che sono un percorso che viene costruito dalle persone, un po’ come un album di fotografie, dove ci si vede da piccoli fino ad adulti. L’identità è data dall’insieme delle fotografie che disegnano il percorso. Un ultimo aspetto, legato ai modelli educativi, è che in precedenza esisteva una rilevante continuità fra le agenzie di socializzazione: famiglia, scuola, lavoro, parrocchia, mondi associativi; tutto sommato esse parlavano un medesimo linguaggio; i codici che venivano comunicati erano molto simili. Oggi assistiamo ad una progressiva differenziazione fra le diverse agenzie di socializzazione, con modelli educativi diversi. In famiglia si esprime una determinata gerarchia di valori, ma non è detto che quella gerarchia venga espressa in parrocchia, a scuola o in qualche mondo associativo. Conseguentemente le giovani generazioni sono spinte a doversi muovere fra codici diversi, per cui c’è il problema di mettere insieme questi linguaggi.
  3. Le associazioni e i giovani Facendo questo “gioco di specchi” si comprendono chiaramente le difficoltà che interpellano le associazioni che vogliono tentare di parlare alle giovani generazioni e di proporre progetti educativi forti. In primo luogo i modelli educativi passati si fondavano su una sostanziale stabilità di riferimenti valoriali, per cui i valori erano chiari e stabili nel tempo. Oggi, invece, ci muoviamo in un contesto ad elevata instabilità di riferimento, fortemente dinamico, in cui il rischio è che i valori di riferimento tradizionali diventino valori di tipo universalistico, senza attualizzazione pratica nell’oggi, nel concreto delle situazioni dei soggetti. Penso a come le giovani generazioni sperimentino quella sorta di rottura dei limiti tradizionali nell’uso del tempo, oppure nel concetto di rischio. Fino a pochi anni fa la notte non era un tempo di vita, ci si riposa e si dormiva; oggi la notte è diventata un nuovo spazio di socializzazione, per cui si sperimenta la discoteca partendo dalla sera tardi per arrivare fino alle 5-6 del mattino. Altri limiti si sono rotti o ampliati nell’idea del rischio. Nella cultura passata, tendenzialmente, al rischio era attribuita una connotazione negativa; l’unica accezione positiva era quella presente nell’economia. Senza allontanarci troppo dalla nostra esperienza, si pensi alle nuove giostre che tendono a portare all’estremo l’esperienza fisica, oppure a coloro che fanno rafting oppure il jumpeeng, attività che non vengono più considerate come attività pericolose perché divenute sport. C’è allora anche un valore semantico che cambia e c’è anche un modo di attribuire a certe azioni un valore diverso. In questo senso bisogna educare le giovani generazioni a sperimentare il rischio, altrimenti ci si chiuderebbe in posizioni moralistiche, senza guardare in faccia come cambia il modo di esperire un insieme di valori. In secondo luogo i progetti educativi forti prevedevano una progressione temporale di maturazione lunga, dato che questi modelli hanno tappe di sviluppo. Oggi le giovani generazioni, invece, sperimentano una contemporaneità totale, per cui passato e futuro tendono a elidersi per diventare un presente esteso. Ciò lo si esperimenta sul tema dell’informazione, su internet per cui si è costantemente “on-line”, cioè in presa diretta. Si pensi allora cosa voglia dire proporre obiettivi educativi lunghi nel tempo: i giovani si stancano perché vorrebbero sperimentare già subito, o comunque in tempi molto brevi, ciò che viene proposto. Contemporaneamente, e paradossalmente, si sono allungati i tempi di crescita, per cui oggi è difficile chiedere ad un giovane di 18 anni di assumersi delle responsabilità, come lo si poteva fare alcuni anni fa. I modelli educativi precedenti prevedevano uno sviluppo lineare: quasi per scalini, si arrivava fino a una tappa per poi passare a una seconda, finché si arrivava all’apice di questa scala; lo sviluppo delle nuove generazioni, invece, non è più così lineare, è discontinuo, a zig-zag, oppure vengono sviluppate alcune parti in modo lineare e altre in modo discontinuo. Una proposta quindi eccessivamente lineare rischia di non essere interpretata positivamente. Ancora, i progetti educativi, che sono cresciuti e sedimentati in ambienti educativi coerenti, in una dimensione comunitaria, ora si scontrano con incoerenze e diversità esperienziali, per cui i giovani frequentano gli scouts ma contemporaneamente altri ambienti che fanno loro sperimentare dimensioni diverse. Oggi più che luoghi fisici per sperimentare modelli educativi, c’è per le giovani generazioni la dimensione relazionale, che diventa il vero luogo “associativo”. Quando noi eravamo adolescenti, c’era un punto fisico di ritrovo; oggi, con i processi di mobilità possibili, questo tende a venire meno, anche se ci possono essere punti di riferimento. In realtà è il luogo della relazione ad essere luogo associativo per eccellenza, altrimenti non riusciremo a spiegare perché cresca la multiappartenenza associativa. Si può constatare che il solito gruppetto di amici tende a frequentare luoghi diversi ma insieme, e questo ci fa dire che non è tanto importante l’associazione ma piuttosto la relazione che i giovani stabiliscono tra coetanei. Quei modelli educativi avevano figure di riferimento autorevoli, avevano adulti, educatori, che funzionavano da riferimento. Oggi tendenzialmente i giovani adulti tendono più ad assomigliare ai giovani piuttosto che agli adulti, per cui è difficile chiedere a giovani ventenni l’assunzione di responsabilità, dato che questi tendono a comportarsi e ad assimilarsi ai più giovani. Per quanto ci siano grandissime trasformazioni, i giovani rimangono sempre e le ore rimangono 24. Se uno partecipa a più associazioni contemporaneamente il suo tempo fisico tende a distribuirsi; di conseguenza tende a distribuire anche il livello di identificazione, che rimarrà comunque elevato ma parziale.  Infine, ultimo aspetto è che i modelli educativi forti del passato prevedevano riti di passaggio netti, molto chiari. C’erano dei momenti simbolici che facevano sì che uno percepiva un salto nella vita, si percepiva diverso da prima; oggi, invece, sono saltati quei riti di passaggio. In una discussione fatta con dei ventenni, non siamo riusciti ad arrivare ad una oggettivazione chiara di che cosa sia un adulto e quali siano i passaggi che lo fanno tale. Un tempo poteva essere il lavoro, ora non è più così perché magari si lavora per molti anni e si continua a vivere nella famiglia di origine; poteva essere la famiglia, sposarsi, avere un figlio, ma anche queste scelte possono essere reversibili. La cosa su cui ci si è trovati d’accordo è stata la patente, che diventa un rito di passaggio perché dà autonomia, mentre una volta un rito di passaggio poteva essere il ballo, il militare o altro.
  4. Ridefinire il progetto educativo Mi pare di intuire che si è attaccati ai vecchi modelli associativi di riferimento sui quali i mondi associativi si sono sviluppati nel corso di questo secolo, anche se c’è la consapevolezza dei problemi nuovi. Non si è andati però alle radici, o si fatica a farlo, per tentare di rideclinare nel nuovo quei riferimenti. Sembra evidente che si debba fare uno sforzo di individuazione di quali siano le parole chiave dei modelli educativi e di rivisitarle per vedere se quelle parole funzionano ancora. In questo senso per i mondi associativi rimane una rilevante sfida educativa, perché l’associazione rimane comunque una palestra sociale fondamentale per le giovani generazioni che la sperimentano, perché comunque il gruppo è parte fondante della costruzione dell’identità. Le ricerche fatte sulle differenze fra un giovane che si associa e uno che non si associa dicono che in qualsiasi ambiente il giovane associato mostra alcune risorse in più da giocare. Il che ci dice della fondamentale utilità di questi mondi, perché in qualche modo funzionano ancora come mediatori culturali, in grado di fornire criteri di analisi e di lettura per le giovani generazioni rispetto al mondo in cui si vive. Il rischio rilevante è la difficoltà di far fare il salto di responsabilità da parte delle giovani generazioni, di far sì che i giovani si assumano la responsabilità di guida di questi mondi. Essi invece sfuggono tendendo a non assumersi responsabilità, con il rischio che le associazioni progressivamente invecchino, continuino a transitare giovani, senza arrivare a fare il salto di maturità che è implicito nell’assunzione di responsabilità nella guida di una associazione. In primo luogo è essenziale andare a riesaminare le parole chiave alla luce dell’oggi per vedere quali siano quelle che dicono ancora qualcosa e quelle che invece oggi abbiano perso di valenza. In secondo luogo si deve andare progressivamente verso una sorta di individualizzazione dei percorsi formativi ed educativi. Le giovani generazioni si attendono risposte quasi individuali, e quindi questo scombina in qualche modo i piani progressivi e le tappe tradizionali, perché in una stessa fascia di età possiamo avere giovani che presentano domande diverse. Questo vuol dire la necessità di acquisire una soglia di capacità modulare per interpretare i bisogni e le domande, ma anche sapere rimodulare la proposta educativa a seconda dei soggetti che si hanno davanti. Poiché le attese di questi giovani sono elevate, se non si offrono risposte tendono ad uscire dalle associazioni. Terza indicazione è il tema della flessibilità di questi passaggi. Ciò significa riuscire a fare vivere pienamente ogni fase dello sviluppo di maturità ad ogni soggetto. Per l’educatore quello indicato è un lavoro molto più rilevante rispetto ad un tempo e quindi è necessario un livello di professionalità più consistente, dove la professionalità va intesa come capacità di analisi, di ascolto, di interpretazione. Anche la figura dell’educatore oggi richiede un percorso più lungo rispetto ad un tempo. I soggetti che abbiamo di fronte stanno mutando; sono mutati i contesti; devono quindi essere mutate anche le capacità di vivere questa dimensione educativa. Poiché l’età della giovinezza tende ad espandersi, è necessaria la presenza di figure di adulti che continuino ad accompagnare le giovani generazioni, cioè figure adulte che siano riferimento e che aiutino i giovani a interpretare il mondo in cui si è inseriti.