La scuola

primo laboratorio per imparare a vivere insieme

Felice Rizzi

Il rapporto Delors, Nell’educazione un tesoro ha proposto che la missione educativa si organizzi attorno a 4 pilastri: imparare a conoscere acquisendo gli strumenti della comprensione; a fare per poter trasformare l’ambiente; a vivere insieme al fine di partecipare e cooperare con gli altri; ad essere, vale a dire come sviluppo completo dell’uomo nelle sue espressioni e impegni personali e sociali Lo stesso rapporto sottolinea che l’educazione deve offrire simultaneamente le mappe di un mondo complesso in perenne agitazione e la bussola che consenta agli individui di trovarsi la propria rotta.

Nella seconda Conferenza Internazionale dell’educazione dell’Unesco (Ginevra 5-8 settembre 2001) il cui tema centrale era “educazione per tutti per apprendere a vivere insieme”, si è affermato che di fronte alle sfide della globalizzazione il primo bisogno educativo “è lo sviluppo della capacità di far fronte ai rapidi cambiamenti provenienti da tutti gli ambiti delle attività umane: politica, economica e sociale, culturale, scientifica e tecnologica”.

 

  • Tra i banchi Nella scuola “i ragazzi possono fare non solo un’esperienza di convivenza tra ‘diversi’ ma anche ricevere un’educazione al riconoscimento del valore della persona, indipendentemente dalla sua provenienza, cultura, religione (…). La scuola, fedele a se stessa può educare a comprendere le ragioni degli altri, ad approfondire le proprie, a convivere con persone di estrazione sociale e razziale diverse e quindi a disporre i nostri ragazzi alla società multiculturale che sta sorgendo” (Commissione ecclesiale Giustizia e pace della CEI, Uomini di culture diverse dal conflitto alla solidarietà, EDB, Bologna, 1990. Il nostro sistema scolastico tende, per natura, a riportare le diverse nazionalità all’unica matrice culturale, quella riconosciuta come ufficiale. È la politica assimilazionista che educa l’altro, il diverso, ad adeguarsi agli standards dei programmi “nazionali” con interventi didattici compensativi, soprattutto a livello linguistico. La scuola tratta tutti con le stesse modalità e più che differenziare cerca di amalgamare. La scuola, afferma Bottani, smussa le differenze, stempera le asperità dei drammi che si vivono quotidianamente, tratta in modo omogeneo quanto è eterogeneo, privilegia il simile invece del dissimile, l’uniforme piuttosto che il diverso, il semplice e non complesso. Tutte le discipline costituiscono parte integrante dei processi educativi e tutte concorrono, secondo la logica interdisciplinare, a leggere la stessa realtà dai diversi punti di vista. Ma non è sufficiente conoscere i problemi, occorre progettare, agire, prendere parte e condividere. Secondo alcuni esperti del Consiglio d’Europa nei processi educativi vanno distinte alcune tappe: 5-7 anni: l’accento è messo sulla cooperazione; 8-11 anni sulla tolleranza; 11-15 sulle conoscenze di base riguardanti i diritti dell’uomo; 16-19 sulle azioni all’interno della comunità.
  • Formazione insegnanti Cohen Emerique indica come fondamentali tre approcci che, nella realtà si incrociano, si separano e si reincontrano: il decentramento, la penetrazione nel sistema dell’altro, la negoziazione. Il primo fa emergere la relatività del proprio punto di vista, compresa la visione etnocentrica, fa prendere consapevolezza che è di tutti avere stereotipi e pregiudizi e che l’importante è combattere contro la “bestia immonda” che è il razzismo. Per decentrarsi si può utilizzare il metodo degli incidenti critici: lo choc culturale dovuto all’urto con il differente gioca come cartina di tornasole delle manifestazioni delle nostre identità. Col secondo approccio si esce da se stessi e si sperimenta il punto di vista dell’altro: obiettivi di formazione diventano l’imparare ad osservare, l’essere attenti agli aspetti delle microculture, l’osservare i dettagli più significativi e particolari dei valori simbolici, lo sviluppare le capacità alla comunicazione non verbale. L’approccio della negoziazione è la ricerca di comuni denominatori che permettono a ciascuno di esprimersi senza rinunciare alla propria identità, è il cammino del cambiamento reciproco (inabituale per l’insegnante perché attende sempre il cambiamento solo dell’altro).
  • Nuovi curricula Le nuove prospettive insistono sulla necessità di mettere l’accento sull’acquisizione e la padronanza dei saperi e dei saper fare definiti in termini di competenze e di competenze-chiave, piuttosto che in termini di contenuti ritagliati in discipline che diventano oggetto di periodi di insegnamento. Centrandosi sull’apprendimento per trovare i modi migliori di gestire l’insegnamento, privilegiando ‘i saperi acquisiti attraverso il fare’, si permetterà di dare un senso alle conoscenze e di organizzare bene la selezione e l’organizzazione dei contenuti. Come afferma il Rapporto mondiale, si tratterebbe di contribuire a “trasformare l’informazione in saggezza e in ben-essere”.