La sfide dell'adolescenza

dal camminare con le proprie gambe al pensare con la propria testa

Stefano Pellegrini

 Riuscire a camminare da solo è per il bambino una conquista inebriante; di solito capita attorno all’anno di età, si cominciano già a nutrire preferenze ed interessi propri, ma si comunica ancora con difficoltà e risulta sempre più arduo pilotare l’adulto che ci tiene in braccio verso quell’angolino di mondo, proprio quello che reclama impaziente la nostra attenzione. Scegliere da sé le proprie piccole mete, seguire l’input dei propri desideri, assecondare le improvvise curiosità… tutto questo ripaga egregiamente dei tentativi, della fatica, anche della frustrazione seguita alle molte cadute.


Nell’adolescenza, il cammino verso l’autonomia incrocia una sfida nuova, quella di imparare a “pensare con la propria testa”. Quanto esce dalla bocca dei genitori non risulta più automaticamente vero o giusto o buono, si tratta di caratteristiche troppo importanti per lasciare che siano altri ad attribuirle. Anche questa è una conquista fondamentale, merita la faticaccia perché giungere a farsi una propria idea sulle cose, a valutare criticamente gli avvenimenti, a cercare l’obiettività è proprio della persona adulta. Per riuscire in questo intento il cervello di quello che fino ad ieri era un bambino deve cambiare radicalmente ed è l’immenso lavoro di trasformazione in atto a determinare quello stato “semi-confusionale” tipico dell’età. Fino ad un tempo non molto lontano, la causa di tanti comportamenti prettamente adolescenziali ( scarso controllo della propria impulsività e delle proprie emozioni, indifferenza nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni quando non addirittura incapacità di prevederle, mancanza di responsabilità…) era rintracciata nella tempesta ormonale scatenata dalla crescita. Oggi, grazie all’enorme sviluppo conosciuto dalle neuroscienze, si è visto che certe “follie” dipendono dai massicci cambiamenti biologici in atto proprio nel cervello. In questa stagione della vita i mutamenti cerebrali risultano essere così radicali che, a detta di alcuni esperti, la personalità di un individuo, alla fine di questo processo, può essere completamente diversa da come appariva al suo ingresso nell’adolescenza. Barbara Strauch, redattrice scientifica del “New York Times”, espone in modo chiaro ed accattivante le straordinarie indagini compiute in questo campo in un testo dal titolo: “Capire un adolescente. Come cambia il cervello dei ragazzi fra i 13 e i 18 anni”. Ne emerge l’immagine di un enorme cantiere di lavoro, “Milioni di connessioni nervose si ramificano e altrettante, o forse più, vengono tagliate. Neurotrasmettitori di natura chimica inondano quest’organo e lo rifiniscono, dandogli nuovi connotati, una nuova opportunità nei confronti della vita” (pag.11). Considerando anche solo lo sviluppo dei lobi frontali, aree predisposte ad affinare il pensiero, a stabilire obiettivi e priorità, ma soprattutto a valutare gli effetti di determinati comportamenti e a trattenerci dal porne in atto di socialmente pericolosi, si è visto che durante l’adolescenza conoscono una fase di regressione per poi riprendere a crescere e trovare la loro struttura definitiva ben oltre i vent’anni. Alla luce di queste recenti acquisizioni, comprendiamo come lasciare un adolescente solo a gestire il proprio tempo libero, le proprie amicizie, i propri impegni equivalga a lasciar giocare un bambino con il fuoco, strategia che nessun adulto sano di mente adotterebbe. Eppure si lamenta oggi, da più parti, un diffuso lassismo educativo proprio nei confronti dei ragazzi, considerati già grandi e quindi in grado di badare a se stessi. Che relazionarsi con un adolescente costituisca spesso una sfida, richieda accorgimenti nuovi, ci trovi impreparati… non è motivo sufficiente per prendere le distanze e lasciare che se la cavi. Abbandonati alla strada, al “muretto” i ragazzi crescono adottando la legge del branco o, nella migliore delle ipotesi, seguendo semplicemente i propri impulsi. Marta Erickson, dell’Università del Minnesota, provocatoriamente afferma che, in America, è dai tempi dei pionieri che un adolescente non affrontava rischi tanto grandi. Ne abbiamo conferma dalle diverse emergenze che, puntualmente, i media sbattono in prima pagina: abuso di alcool (si inizia sempre più giovani, in Italia a 11-12 anni, e se ne beve sempre di più), consumo di droghe, stragi del sabato sera, una sessualità vissuta precocemente e in modo del tutto irresponsabile, atti di bullismo, di teppismo, di gratuita violenza… a volte ci sembra di essere di fronte ad una stupidità senza limiti. La cultura dello sballo, alimentata da quella vena di esibizionismo che percorre tutta la nostra società, trova i suoi alleati nel naturale desiderio di sperimentare, di mettersi alla prova, di sentirsi riconosciuti e magari, perché no, anche un po’ ammirati. Anche tra le mura di casa si assiste poi ad una vera e propria dipendenza da cellulari, videogiochi, internet, spia di una solitudine sempre più profonda. La famiglia, assieme all’amicizia e all’amore, rimane tra gli ideali più cari all’adolescente, ma, nel concreto, è lui il primo a pagare le conseguenze di una famiglia spesso in crisi. Da tempo si è visto come il numero dei suicidi giovanili sia maggiore là dove la disgregazione familiare è maggiore, ma una recente indagine dell’Istituto Iard ha mostrato che, anche senza voler considerare esiti così tragici, l’ instabilità familiare genera sempre figli molto meno soddisfatti nei confronti di se stessi, della propria vita, degli altri, figli più propensi ad accettare e porre in atto comportamenti a rischio. Dobbiamo tornare ad orientare la crescita dei nostri figli, assicurare la nostra presenza in un momento in cui loro, per primi, non si raccapezzano più. Un adolescente medio in pochi anni cresce di 25 chili e si allunga di 30 centimetri, è naturale che ci sembri ormai adulto, ma non lo è, è fondamentale quindi continuare a nutrire il suo bisogno di rassicurazione, di incoraggiamento, di tenerezza anche. I legami affettivi vanno coltivati sempre: una lode, una parola di condivisione, un sincero interessamento alla sua vita, un gesto gentile… è questa la piattaforma che rende accettabili anche le critiche o i rifiuti. Perché possa incamminarsi sulla strada dell’autonomia deve poter sentire che ci fidiamo di lui, delle sue scelte, ma la fiducia va concessa gradualmente e puntualmente verificata, non può essere gestita ingenuamente né tantomeno addotta a pretesto per disinteressarsi, per lasciar fare. In un’età in cui il gruppo rappresenta quasi una seconda pelle, per quanto difficile possa risultare, è indispensabile conoscere con chi e come trascorre il suo tempo, il che non implica sottoporlo a penosi interrogatori, ma piuttosto essere pronti a chiedere e ricavare informazioni ogni volta che se ne presenti l’opportunità. Non è vero che un adolescente non ama parlare, ama essere lui a decidere quando farlo e spesso, ahimè, non sceglie i momenti per noi più opportuni. La casa non gli basta più, sta al mondo degli adulti offrirgli alternative valide alla strada, luoghi di autentica crescita nei quali sperimentare la propria sete di altro senza dover necessariamente sconfinare nel proibito.