Adolescenza età difficile

Mi sembra che qualsiasi riflessione sull’adolescenza debba assumere come presupposto quello d’avere come proprio oggetto di analisi un periodo della vita che, per le sue intrinseche caratteristiche, può rivelarsi difficile certo, ma non necessariamente patologico. Bisogna scindere questi due termini: adolescenza e patologia, o devianza, perché non possiamo non riconoscere come oggi la maggior parte degli adolescenti sia formata da ragazzi sani, impegnati nelle loro attività, desiderosi di crescere con gli altri e ricchi di una gran voglia di vivere.

È bene tenerlo presente perché, negli ultimi anni, i mass media, con tutta la loro forza di persuasione, ci hanno gettato addosso storie mostruose di adolescenti che hanno perso se stessi nei delitti più orrendi.

Dalle colonne dei giornali emerge un adolescente chiuso in se stesso, fermo ad un egocentrismo da prima infanzia, schiavo delle proprie emozioni, in balia delle suggestioni più povere che questa nostra società trasmette: eccolo quindi uccidere per invidia, per rabbia o semplicemente perché l’altro ostacola i suoi progetti, eccolo finire nella rete di “branchi” dove si fa come fanno gli altri senza stare a vedere dove siano bene e male, eccolo misconoscere i sacri legami di sangue perché a contare nella sua vita non sono più papà, mamma, i fratelli, ma i compagni, il ragazzo, la ragazza. Chi però ha oggi l’onere e il privilegio di lavorare con gli adolescenti sa che questo ritratto che si fa di loro è deforme e pericoloso anche perché focalizza tutta la nostra attenzione, tutto l’interesse del mondo adulto, su pochi casi-limite per lasciare nell’oblio la moltitudine. Dei molti adolescenti che non rubano, non si lasciano andare ad atti di teppismo, non cedono alla violenza, chi si occupa? Chi fa qualcosa per loro, per la loro voglia di stare insieme, per la loro sete di esperienze? Basta guardare all’estate appena trascorsa, ci si  preoccupa dei bambini perché con la chiusura delle scuole non si sa più a chi affidarli, degli anziani perché possano affrontare il caldo, ma chi aiuta questi ragazzi dai 12 ai 16/17 anni a riempire la solitudine di pomeriggi che sembrano non finire mai? L’adolescenza è un’età della vita, un periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta, come ogni passaggio comporta dei rischi, ma le difficoltà non sono di per sé pericoli, lo diventano quando non si hanno i mezzi per affrontarle così come una parete in montagna diventa pericolo quando si pensa di scalarla in scarpe da ginnastica. Un momento difficile da superare possiede in sé molta positività: i risultati ottenuti affrontando delle difficoltà acquistano un valore speciale, a differenza invece di ciò che si ottiene senza alcuna fatica. Superare un pericolo, invece, lascia solo la sensazione di averla scampata. Ciò che concorre a trasformare l’adolescenza da periodo difficile, ma pur sempre ricco di opportunità, e l’opportunità maggiore che l’adolescenza racchiude è proprio quella di diventare adulti, a momento pericoloso è la sua durata. È facile rendersi conto del perché: se si deve attraversare un deserto le difficoltà diventano pericoli nel momento in cui si comincia a restare troppo nel deserto invece di preoccuparsi di attraversarlo. Una metafora utilizzata spesso per descrivere l’adolescenza è quella della corda che il funambolo usa per passare da una piattaforma all’altra. Il funambolo sa che la corda costituisce la via per raggiungere l’altra parte, ma sa anche che, se comincia ad indugiare troppo, il rischio di cadere aumenta. Nelle epoche passate l’adulto, consapevole dei rischi inerenti a questa condizione di essere-non essere, non più bambino-non ancora adulto, si era preoccupato di delimitare con certezza questo periodo, di riconoscervi un inizio ma anche una fine. Ecco lo scopo, la funzione dei riti di passaggio: si entrava bambini si usciva adulti. Riti che non esistevano solo nelle società primitive ma che potevamo ritrovare anche nella nostra società occidentale. Oggi l’adolescenza rischia di non trovare fine, non si ha più chiara l’idea di quando possa dirsi conclusa. Ho l’impressione che, come genitori innanzitutto, si investano più energie per tenere i figli in equilibrio sulla corda del funambolo che per aiutarli a raggiungere l’altra piattaforma. L’adolescenza rappresenta comunque un nodo cruciale della vita perché si tratta di un periodo di forti cambiamenti, mutamenti fisici, psichici e sociali. Che lo voglia o meno l’adolescente si trova a dover fare i conti con un corpo nel quale fatica a riconoscersi. Non si tratta solo di un mutare dell’altezza, cambiano le proporzioni, la forma stessa del viso. La pubertà fisica sopraggiunge, oggi anche con un certo anticipo rispetto a qualche tempo fa, e trova l’adolescente impreparato, inerme di fronte all’irrompere di sensazioni ed emozioni alle quali non riesce neppure dare un nome. L’accelerazione della crescita comporta poi delle profonde ripercussioni a livello mentale ed emotivo. Cambia il modo stesso di formulare i pensieri, mutano le visioni del mondo, affiorano sentimenti, emozioni nuove. In mezzo a tanti sconvolgimenti l’adolescente stenta a ritrovarsi, la sua preoccupazione principale diventa quella di piacere, a se stesso almeno un po’, ma soprattutto agli altri. È questa infatti l’età in cui il desiderio di essere come gli altri, di corrispondere ad uno standard, si fa massimo. Ci si veste come gli altri, si lotta per ottenere quello che hanno gli altri, ci si appassiona a ciò che appassiona gli altri…il tutto per sentire confermata la propria normalità, per poter dirsi: “Forse non capisco quanto mi sta succedendo, ma sono esattamente come gli altri, quindi è tutto nella norma.”. Si comprende come nella pubertà la presenza di una certa ansia sia fisiologica, è la stagione delle paure. Se però questa incertezza relativa alla propria persona (piacerò - non piacerò, sono accettabile - non lo sono, valgo – non valgo…) viene alimentata da quella sottocultura dell’apparire che domina anche tanta programmazione televisiva, per cui giovane è necessariamente sinonimo di bello, spensierato e felice, allora può portare l’adolescente ad abbracciare stili di vita autolesivi (tra tutti basti pensare al diffondersi dei disturbi alimentari). Crescere è un aspetto naturale ed è interessante notare come il bisogno di staccarsi dall’infanzia sia talmente radicato nella natura umana che, quand’anche gli adulti non offrano più dei precisi indicatori di crescita, i ragazzi cercano tra le loro esperienze quale possa confermarli nell’idea di essere ormai diventati grandi. Allora situazioni di vita nuove, per esempio passare dalle scuole medie alle superiori, diventano il giro di boa oltre il quale non si è più bambini. Oppure, fenomeno oggi di massa, si cerca la mediazione del corpo per creare segnali nuovi dell’avvenuta crescita. Penso al fenomeno del piercing o del tatuaggio, e induce al sorriso vedere come  si tratti di segni antichi da sempre utilizzati nei riti di passaggio. Anche iniziare l’attività sessuale risponde in qualche modo all’idea di varcare la soglia del mondo degli adulti. Il desiderio di essere più autonomi è una delle caratteristiche che l’adolescente matura nel bisogno di instaurare un diverso rapporto con i genitori. Uscire senza genitori, domeniche senza genitori, vacanze senza genitori, il ragazzo vuole scoprire il mondo senza più il filtro della famiglia. Autonomia può voler anche dire fare riferimento a gente che manifesta uno stile di vita diverso da quello proposto dai genitori. Le difficoltà che normalmente si sviluppano quando nel ragazzo nasce prepotente il desiderio di una maggiore autonomia rischiano di assumere i connotati del problema quando questa assume il significato di impostare una vita magari anche completamente altra rispetto a quella proposta dai genitori. Perché emerge questa necessità e ad alcuni ragazzi non basta uscire la domenica pomeriggio senza avere i genitori tra i piedi, ma devono spingersi alla ricerca di esperienze “limite”? Spesso intervengono più fattori. Quando il bisogno di distanziarsi dallo stile di vita vissuto in famiglia si manifesta forte spesso, alla radice, troviamo un disagio che ha sviluppato risentimento nei confronti dei genitori (o di uno dei due). Sperimentando una vita diversa è come se l’adolescente giungesse a rassicurarsi così: “questo vivere è completamente diverso da come si vive in casa mia e quindi non ritroverò qui la sofferenza che ho lasciato là”, oppure: “voi genitori avete cercato di educarmi così, ma io sono arrabbiato con voi e ora ve la faccio pagare rinnegando ogni vostro insegnamento”. Può capitare che i motivi di risentimento dei figli nei confronti dei genitori non siano nemmeno realmente dipendenti dai rapporti in famiglia, ma nascano da un particolare vissuto emotivo del ragazzo e si sviluppino e crescano nella vita psichica di quest’ultimo, innescando una serie di pericolose reazioni a catena. Succede ad esempio di dover constatare che il malessere di alcuni adolescenti, disagio che si riflette spesso in una ricerca problematica di autonomia, nasce dalla gelosia emersa nell’infanzia alla nascita di un fratellino e dal conseguente risentimento sviluppato nei confronti dei genitori. Questo problema non superato può sfociare in difficoltà adolescenziali. La gelosia è però uno di quei processi mentali che generalmente non trova riscontro nella realtà, nel senso che i genitori possono benissimo non aver mai manifestato delle preferenze per l’ultimo arrivato, ma la mente del bambino si mette in moto e crea la realtà della gelosia e sappiamo che per i bambini il confine tra realtà e fantasia è sempre molto labile. Un secondo aspetto che non si può tacere è il fatto che molti adolescenti problematici devono questa loro condizione di sofferenza al gruppo in cui sono inseriti. Non possiamo nasconderci come la componente “gruppo” sia uno degli aspetti che finisce per fare la differenza fra un’adolescenza costruttiva e un’adolescenza distruttiva. Un gruppo positivo può aiutare anche il ragazzo che ha delle difficoltà personali, può aiutarlo a superare determinati blocchi. Un gruppo negativo difficilmente sarà deleterio per una personalità ben strutturata, ma sicuramente sarà distruttivo per ragazzi che già vivono qualche loro motivo di disagio. L’iniziazione alla droga non avviene quasi mai “in solitaria”, ma è, di solito, esperienza di gruppo. Generalmente i gruppi positivi sono quelli che al loro interno comprendono la figura dell’educatore, di una persona che abbia chiaro un percorso di crescita per i componenti del gruppo stesso. I gruppi negativi sono i “gruppi di strada”, le bande di giovani che non hanno una figura di riferimento se non quella del ragazzo più spaccone. Non si rileverà mai abbastanza l’importanza del gruppo nello sviluppo adolescenziale. Un terzo aspetto che può colorare di rischio questo periodo è la suggestione data dall’idea di “varcare il confine” o, usando l’incisiva terminologia biblica, “mangiare il frutto proibito”. Spesso l’adolescente problematico, pur vivendo per un certo periodo con uno stile che possiamo definire preoccupante (almeno agli occhi degli adulti), non compie azioni che siano pericolose per lui, per la sua vita. Magari si comporta stranamente, è difficile da trattare, frequenta compagnie poco raccomandabili, ma non fa niente che possa realmente costituire un problema. Poi compie un’azione, una trasgressione, che per lui diventa il segnale di aver fatto un salto “di qualità” sulla strada dell’allontanamento dalla vita precedentemente vissuta. Questa azione è trasgressiva soprattutto in rapporto ai parametri familiari e può essere vissuta dal ragazzo sia nel versante dell’onnipotenza (“fatto questo posso permettermi di più”) che in quello del senso di colpa (“fatto questo ormai sono una persona perduta”). Sia che venga vissuta come “onnipotenza” sia che venga percepita come “perdizione”, questa prima trasgressione apre le porte ad una vita veramente problematica costellata di azioni sempre più distruttive. Come educatori che fare? Prima di concludere questa analisi mi sembra opportuno sviluppare alcune, brevissime, riflessioni più “pragmatiche” pensate proprio per chi non si accontenta di stare ai margini, ma vuole condividere con l’adolescente questo tempo della sua esistenza. Innanzitutto dobbiamo mantenere saldo il proposito di considerare sempre l’adolescenza come  un tempo di passaggio, una tappa all’interno di quel cammino più lungo che è la vita umana; questo ci aiuterà a vederne nella giusta luce ostacoli e difficoltà, ma soprattutto ad orientare i nostri interventi in vista della meta: divenire adulti soddisfatti della propria vita, liberi e responsabili. In relazione proprio agli anni dell’adolescenza ci si è accorti di come le “agenzie educative” tradizionali, famiglia e scuola in primis, siano andate svuotandosi di pregnanza: gran parte della vita dei ragazzi scorre ancora nell’orbita della scuola e della famiglia, scuola e famiglia richiedono loro tempo ed energie, ma si ha l’impressione che ciò che conta davvero, ciò che realmente vale ai loro occhi, sia oggi vissuto altrove. Sicuramente ci si deve impegnare per mettere a punto strategie educative diverse, cercare e favorire il costituirsi di altri luoghi educativi dove la crescita del ragazzo non sia lasciata a sé, come avviene nei gruppi spontanei, ma sia orientata, accompagnata in un orizzonte di valida progettualità. L’educatore poi, sia esso insegnante, genitore o animatore, non può accontentarsi di traghettare incolume il ragazzo all’altra sponda, non basta poter dire: “Bene o male gli anni del liceo sono passati, adesso si sistemerà tutto”. I ragazzi che ci vengono affidati ci chiedono di essere aiutati a crescere nella loro capacità di prendere decisioni, di agire autonomamente, di valutare criticamente, di assumersi responsabilità, ma prima ancora ci domandano il perché, lo scopo, il senso di tutto questo. Non basta farne degli adulti in grado di destreggiarsi nel mare della vita, di rimanere a galla, è auspicabile aiutarli a diventare adulti capaci di pensare in grande e di credere che i sogni possono dare sapore alla realtà. L’adolescenza è il tempo degli eroi, dei grandi ideali, e noi, adulti consumati che ormai non sentiamo più il fascino dei modelli, già costretti a scendere a patti con la realtà, spesso dimentichiamo la funzione vitale degli ideali.  Ci muoviamo così  tra i sogni e i progetti di questi ragazzi come elefanti in una cristalleria, volutamente ciechi dinnanzi allo scempio che le nostre critiche o le nostre sagge considerazioni provocano.