Un modello da inventare

Nicoletta Pavesi
Università Cattolica di Milano

La famiglia si autocostruisce senza più dare retta alle funzioni imposte dall’esterno ma sulla base della negoziazione di azioni quotidiane e di nuove relazioni di coppia.

Pubblico e privato, spinte centripete e spinte centrifughe nella famiglia devono convivere e sono sempre convissute, non senza grandi difficoltà, sia della famiglia a viverle, sia di chi studia la famiglia nel saperle riconoscere.

Il principio di non-contraddizione per la società complessa non vale più: è possibile tutto e il contrario di tutto. Oggi, ad esempio, convivono la cultura della vita a tutti i costi (ingegneria genetica, accanimento terapeutico, ecc.) e la cultura della morte (liberalizzazione delle droghe, aborto, eutanasia). I criteri valoriali sono molteplici, fungibili e non sono mai fissi e sicuri, per cui gli individui vivono in una condizione di profonda insicurezza ed instabilità che si riflette anche all’interno della vita familiare. La mancanza di un’etica, di una normatività sociale su cui fondare la famiglia comporta che il matrimonio prima, e la vita familiare poi, siano vissuti come imprese essenzialmente individuali, come dei contratti privati fra due soggetti, ciascuno alla ricerca della propria autorealizzazione. Qualcuno parla di matrimonio narcisistico, in quanto derivante da una socializzazione che spinge l’individuo a pensare in primis a se stesso. Per rendere stabile la famiglia è necessario pensarla in termini di comunicazione. Se, infatti, non esiste una normatività data dall’esterno (sistema sociale, Stato, cultura), allora i due coniugi devono d’accordo, attraverso la comunicazione, elaborare la normatività interna della loro famiglia. Mancando un solido sistema di riferimento, la famiglia si costruisce come modello a se stessa, divenendo autoreferenziale. Di fatto, rinchiudendosi al suo interno, si specializza in affettività, e non in socialità. Da una relazione così esclusiva fra i due coniugi deriva il “puerocentrismo”, nel senso che il figlio rappresenta una sorta di realizzazione simbolica dell’adulto e la continuità sociale della stirpe non ha più alcun valore. Nella famiglia contemporanea l’enfasi viene posta sulla privacy, quale bene prioritario, in conseguenza della dimensione espressivo-affettiva sia del rapporto coniugale che genitoriale. Da un punto di vista culturale, la relazione familiare acquisisce senso solo nelle relazioni interpersonali caricate di valenze puramente individuali. Prevale insomma un’immagine privatistica della famiglia il cui unico compito è quello di dedicarsi alla pura affettività-espressività. Di conseguenza, di tutte quelle funzioni non strettamente private (politiche, economiche, di servizio, educative) la famiglia non è un soggetto socialmente abilitato a farsene carico. Del resto, esiste anche un riconoscimento giuridico della privatizzazione della famiglia. Il nuovo diritto di famiglia conferma che il ruolo educativo dei figli da parte dei genitori è sempre meno visto come l’espressione e la trasmissione di principi morali e sociali condivisi, quindi è una funzione che ha come obiettivo sempre meno il gruppo sociale, e sempre più la valorizzazione dell’individuo. La stessa codificazione del divorzio, come possibilità di sciogliere il vincolo matrimoniale, ha di fatto accentuato la volontà contrattuale privata dei due coniugi, con la perdita del carattere socialmente vincolante e pubblicamente riconosciuto dell’unione matrimoniale. Il matrimonio è un fatto privato, non più un fatto sociale. In questo contesto, la famiglia attualmente può considerarsi privata, sia sul piano fattuale che su quello culturale. Affermare che la famiglia si privatizza, non significa necessariamente che non svolge più alcuna funzione sociale, quanto piuttosto che, nel suo manifestarsi come mondo di vita privata, risponde a dei bisogni nuovi, forse meno riconoscibili come sociali, ma pur sempre prioritari. La funzione sociale, e quindi la responsabilità della famiglia contemporanea, risiede nel saper rispondere a dei bisogni nuovi, nel costruirsi funzioni non più normativamente imposte dal sistema sociale, dalla cultura, dalla tradizione, bensì scoperte, riconosciute e assolte nel fare comunicativo quotidiano. Emerge una nuova responsabilità della famiglia, forse più pesante, in quanto va scoperta e costruita dalla famiglia stessa, non semplicemente recepita. Il ruolo della famiglia nella società complessa non va considerato residuale, bensì strategico e non relegabile, anche se molto faticoso. La responsabilità fondamentale della famiglia oggi può essere ricondotta alla categoria della mediazione, nel senso che la famiglia si pone come una sorta di crocevia, un luogo nel quale costruire e dare un senso al profondo nesso esistenziale che lega l’individuo all’altro da sé, alle istituzioni, alla dimensione comunitaria, alla società nel suo complesso. La famiglia ha sicuramente subito trasformazioni, quantitative e qualitative, ma non ha certo subito un depotenziamento funzionale. Dagli anni ‘50 in poi, alcuni autori hanno letto nel cambiamento della famiglia, e nella nascita della famiglia nucleare, isolata dalla parentela e dalle istituzioni, un’impoverimento delle sue funzioni. In sostanza la famiglia nucleare può assolvere solo a due compiti: la socializzazione primaria dei figli e la stabilizzazione della personalità adulta, cioè il sostegno che i due coniugi si danno attraverso l’affetto. A mio avviso, invece, la famiglia assolve anche ad altre funzioni che hanno un innegabile valore sociale, e ciò proprio grazie alla sua responsabilità sul piano della mediazione. Un primo elemento è dato dalla mediazione in senso orizzontale, cioè fra i due sessi. Se nella famiglia tradizionale, la mediazione con l’esterno, cioè il sistema sociale, era un compito specifico dell’uomo, oggi non è più così, in quanto anche la moglie-donna ha la possibilità di accostarsi in modo autonomo al sociale, cogliendo gli stimoli che ne derivano. Ne consegue che i due soggetti, che autonomamente vivono le loro esperienze al di fuori del sistema famiglia, devono all’interno mediare questi loro rapporti esterni, per trovarvi un senso comune. L’esempio più banale è quello della coppia a doppia carriera, che sta sempre più diffondendosi, specie nelle coppie più giovani, con un livello culturale medio-alto. Si tratta del modello simmetrico, in cui i coniugi, attraverso un altissimo livello di comunicazione dotata di senso, stabiliscono in modo non rigido la condivisione dei ruoli, realizzando una importante mediazione. All’interno della famiglia, nulla può più essere dato per scontato, ma nemmeno nessuno può fare ciò che vuole indipendentemente dall’altro, bisogna discutere molte più cose insieme, mediare molto di più. Ciò significa che i diritti dei singoli sono assai meno assoluti, rispetto ad un tempo, e molto più relazionali, legati all’essere in relazione. Fondamentale in proposito è il tema della socializzazione, cioè la trasmissione dei valori e dei modelli culturali dalle vecchie generazioni alle nuove. L’esistenza di agenzie esterne alla famiglia, la scuola, le associazioni, i gruppi di volontariato, il gruppo dei pari, i mass-media, che di fatto assolvono al compito della trasmissione culturale, ha portato molti studiosi a sottolineare lo svuotamento funzionale della famiglia da questo punto di vista. Alla famiglia restava solo il compito di indirizzare i giovani nelle varie agenzie, che poi si occupavano della socializzazione. In realtà, proprio il fenomeno della privatizzazione e del puerocentrismo della famiglia contemporanea, con la forte dipendenza dei nuovi nati dai genitori, legittima questi ultimi a fornire cura e una prima e fondamentale socializzazione ai figli. Non solo, alla famiglia spetta un ruolo significativo anche per quanto riguarda la socializzazione secondaria, ossia quella che permette la comprensione dei contenuti di ruolo da assumere poi nel vivere sociale. Non va poi dimenticata l’importanza della famiglia nella costruzione dell’identità globale dell’individuo. Suo compito è mediare fra le innumerevoli appartenenze dei soggetti: famiglia, scuola, televisione, gruppo di amici, associazione sportiva, ecc. Il rischio è quello di un’identità persa, estremamente frammentaria, per cui la famiglia deve ricostruire l’unità, dare un senso profondo all’identità del soggetto, affinché, pur vivendo in tanti ambiti diversi, non si disperda, ma mantenga una sua identità profonda. Vi sono poi altre mediazioni che vanno al di là del singolo soggetto, coinvolgendo sia la sfera comunitaria, sia la sfera societaria. In primo luogo, l’assunzione di responsabilità da parte delle famiglie su temi specifici e coinvolgenti, quali il volontariato familiare, la cooperazione, la costituzione di gruppi di auto-aiuto, in materia di tossicodipendenza, di disagio giovanile, di cura degli anziani soli o dei portatori di handicap. In questa prospettiva, l’appartenenza familiare diventa il motivo di associarsi “per amore” tra persone che leggono nelle vicende familiari un’esperienza condivisa sulla quale costruire realtà di servizi, o che comunque permettano di rivendicare diritti fondamentali. Sul versante societario, dove si tratta di perseguire orientamenti più universalistici, le famiglie, anche se in misura minore, sono organizzate in associazioni per la tutela dello studio, per l’equità fiscale, per un adeguato trattamento della famiglia come soggetto sociale. Se la privatizzazione della famiglia è un dato di fatto, non lo è certo la deresponsabilizzazione della famiglia in tutti gli ambiti delineati. In quanto relazione sociale, e non solo individuale, essa assolve, e deve assolvere, a dei compiti che non sono delegabili, riconducibili alla categoria della mediazione. Tali funzioni, però, vanno riconosciute a livello sociale e politico, garantendo alla famiglia una nuova titolarità di diritti, una “nuova cittadinanza”, attraverso la promozione di regole e comportamenti ispirati a criteri di solidarietà, cioè di piena reciprocità. Riconoscere quindi la soggettività della famiglia richiede un salto qualitativo nella concezione e nella pratica della cittadinanza che deve diventare veramente societaria, capace di dare un riconoscimento a tutti quei soggetti sovraindividuali che siano portatori di istanze, di capacità associativa e organizzativa. Occorrono sicuramente occhi più attenti, occorre soprattutto liberarsi da una serie di pregiudizi per comprendere come la famiglia oggi, seppure piccola e fragile, comunque non ha abdicato al suo ruolo di cellula della società. La famiglia di questo è consapevole, il problema è non lasciarla sola.