Dai modelli del rigore alla modernità liquida

Ulderico Bermardi
dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

Le nostre generazioni, cioè quelle più anziane, avevano uno stile di vita legato ad aspetti che oggi vengono del tutto trascurati. Uno dei riferimenti essenziali era il decoro quindi, ad esempio, non era conveniente aggirarsi per le strade o presentarsi da qualcuno vestiti in un certo modo oppure non era dignitoso usare termini pesanti.

Il turpiloquio ora ha conquistato le giovani generazioni ed altrettanto la sciatteria dell’abito, anzi se l’abito non è sufficientemente trasandato lo si rende tale a forza di strappi. Lo stile di vita cambia, ma questo serve a giustificare l’omologazione planetaria e una condanna definitiva dei giovani contemporanei? Sarebbe come sostenere che, siccome in Giappone, in Cina, in Russia, negli Stati Uniti, in Italia o altrove nel mondo, tutti i giovani si vestono volentieri con una t-shirt e un paio di jeans, allora sono tutti uguali, pensano e parlano allo stesso modo ed hanno gli stessi valori. Non è così ed è per questo che lo stile è uno degli aspetti, una delle dimensioni culturali entro cui ragionare per una valutazione corretta circa il tipo di messaggi passati attraverso le generazioni. Se accettassimo la dimensione puramente superficiale, dovremmo ricordare che il colloquio tra generazioni è cessato. Dobbiamo fare uno sforzo per passare dall’aspetto frontale dell’analisi a ciò che sta dietro all’apparenza, allora parliamo di modelli culturali. Questi non sono coincidenti con gli stili di vita, i modelli culturali fanno riferimento al nucleo di valori che sorregge e dà significato alle generazioni. Se si rapportano gli stili di vita al mutamento sociale continuo ed inarrestabile, i modelli culturali fanno riferimento alla persistenza della cultura, a qualche cosa che non si ferma all’ambito puramente storico e tanto meno al quotidiano e alla moda. I modelli culturali sono l’espressione dei valori di continuità che è il valore supremo, anche se una moda, imperversante pure nell’ambito della cosiddetta cultura, sembra proporre qualcosa che è assolutamente estraneo al valore della continuità. Zigmunt Bauman, un sociologo contemporaneo, denuncia la modernità liquida, cioè una condizione in cui al presente della società risulta fastidioso, nemico, ostile qualsiasi aspetto del vivere, qualsiasi valore, in altri termini tutto ciò che abbia il carattere della durevolezza, della perennità, dell’eterno, parola quest’ultima che non si vuole pronunciare per timore di compromettersi in un comportamento che sa di avere un giudizio che trascende la storia.

  • Modelli culturali di riferimento La modernità liquida è quella che invade e sommerge anche i capisaldi di riferimento più stabili, senza però riuscire a rimuoverli e a cancellarli. Tuttavia, il modello culturale di ogni generazione è indispensabile nella sua stabilità per spiegare come non si possa lacerare in via definitiva il tessuto uniforme di questa successione di vite che compongono la società nelle sue trasformazioni. Molte forme di disagio esistenziale rendono manifesta l’insoddisfazione per il rapporto asimmetrico tra stili di vita e modelli culturali, tra ragioni della persistenza culturale e ragioni dei bisogni. La società dovrebbe porre attenzione a questo disagio, particolarmente chi ha responsabilità formative e di indirizzo, attraverso una migliore conoscenza dei modelli culturali più che assecondando gli stili di vita. Oggi, i sondaggi demoscopici sui giovani sono fatti su soggetti compresi tra i 15 ed i 35 anni, mentre in altri tempi questo non era l’arco propriamente giovanile. Questo tipo di fenomeni investono in modo grave la giovane donna adolescente con un tentativo ritardato, ma che spesso ha buon esito, di suicidio attraverso le forme di bulimia e di anoressia, favoriscono le tossicodipendenze ed altro e manifestano chiaramente come all’interno della società ci sia appunto una mancanza di equilibrio fra persistenza culturale e mutamento sociale. Lo scenario è ulteriormente complicato dal fatto che, quando parliamo genericamente di giovani, introduciamo sullo stesso piano sia quelli nati da famiglie autoctone che i giovani provenienti da famiglie immigrate. La nostra società è pluralista e da questo punto non si può più tornare indietro perché significherebbe accettare, o proporre, forme totalitarie. Siamo pluralisti per convincimento democratico ma, allo stesso tempo, tale pluralismo impone una serena e severa coscienza della propria specificità, quindi nel dialogo interculturale che sta dentro a questo nostro tempo, dobbiamo avere chiaro qual è il modello culturale che vogliamo proporre. In genere i giovani immigrati accettano con velocità gli stili di vita dei loro coetanei, però sono del tutto ignari del modello culturale e spesso si preferisce lasciarli in questa ignoranza.

  • Il valore della continuità Oggi la questione è ancora più complicata, non c’è una guerra in atto ma qualche pensatore di origine anglosassone parla addirittura di scontro di civiltà, come se sul piano planetario fossimo ormai nell’imminenza di una disumana lacerazione nella battaglia fra popoli, religioni e quant’altro. Dopo la caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro, le differenze culturali sono diventate più importanti di quelle politico-economiche. Le differenze culturali, però, sono sempre esistite; c’era chi le conculcava o chi le negava, ma la differenziazione culturale ha costruito la ricchezza del mondo contemporaneo, generazione su generazione perché la civiltà del presente si è composta nello scambio, nel dialogo e anche nel conflitto, forma ultima ed esasperata del confronto. Non c’è scontro di civiltà se non lo vorremo noi, se non esasperassimo questo confronto in termini che non tengono conto dei modelli culturali di riferimento. È certo che dobbiamo avere coscienza della necessità di essere una società stabile, perché una comunità è instabile e disgregata non è in grado di integrare nessuno. Se nella società la famiglia soffre di tale disgregazione, sarà poi difficile integrare le generazioni nate dentro alla famiglia ed anche quelle che sopravvengono in un ambito più largo, come quello della presenza di culture altre accentuata dai fenomeni di mondializzazione e di movimento dei popoli. Dentro a questo turbinio di mutamenti c’è la speranza di radicamento e di riferimento ai grandi orientamenti di fondo, cioè al nucleo di valori essenziali dentro cui una società ha necessità di riconoscersi in valori condivisi fra tutte le generazioni. Ai giovani sono addossate delle responsabilità gravose solo per il fatto di avere una comunanza anagrafica e soffrono per almeno tre grandi valori negativi, che sono spacciati da mezzi vari. Uno è quello della destoricizzazione del tempo, cioè, in qualche modo, si vuole convincere i giovani che non esiste un passato, conta il presente ed il futuro sarà quello che sarà. Ora e subito è ciò che deve valere nella proposta, sciagurata perché non consente nessun tipo di valutazione complessiva della necessità reale di una comunità di persone. Sant’Agostino diceva che “non esiste il presente se non come presente del passato o memoria, presente del presente o intuito e presente del futuro o attesa”. L’azione collettiva dentro ad una società va valutata in questo quadro e sarebbe necessario che le istituzioni socio-politiche facessero uno sforzo per conoscere la persistenza culturale nelle sue ragioni, piuttosto che solo e sempre il mutamento sociale perché in questo squilibrio si ingenerano le situazioni di sofferenza, di disagio e di intolleranza. È difficile parlare di una rottura, che spesso è più un’impressione immediata, bisogna invece fare lo sforzo di andare oltre lo schematismo del raffronto rigido per entrare in profondità. Quando pensiamo ai giovani, dobbiamo interrogarci su quali sono le cose importanti per loro. Nelle indagini demoscopiche degli ultimi vent’anni, i giovani fra i 15 e i 34 anni interrogati su quali fossero le cose importanti della vita hanno risposto la famiglia all’85,9%, l’amore al 77,6%, l’amicizia al 70,3%, il lavoro al 63,4%, la libertà e la democrazia al 63,2%, l’autorealizzazione al 60,0%; l’ultimo posto è occupato dall’attività politica con il 2,5%. Quest’ultima è una marginalizzazione che ci accusa e ci preoccupa profondamente, perché la politica è la gestione del benessere collettivo. Per riavvicinare i giovani alla gestione del benessere pubblico dobbiamo trovare modi adeguati, per esempio tenendo conto di quelle che sono le domande profonde di relazionalità provenienti dal mondo giovanile. Il fatto di avere ai primi tre posti famiglia, amore e amicizia dice quale intenso bisogno di relazione e di prossimità abbiano i giovani contemporanei, forse spaventati anche dal fatto che sono sempre più una minoranza anagrafica.