Il mondo dei sentimenti

Marta Pasetto

La procreazione prolunga la vita dei genitori. Non è un fatto meccanico in quanto ridefinisce coloro che la attuano e plasma il nascituro. Fin dall’alba della storia, quella di poter avere un figlio è sempre stata una delle aspirazioni più sentite e profonde dell’uomo e, in questa naturale inclinazione, dai risvolti diversi, confluiscono anche attese diverse.

La necessità, più o meno sentita, di progettare il proprio tempo, il proprio futuro, di dare un orientamento alla propria vita, nella consapevolezza della precarietà e dei limiti che la contrassegnano ed ai quali soggiace, la necessità di contrapporre una speranza alle inevitabili traversie, ai molti lutti simbolici o reali della vita, la insopprimibile necessità di sognare, di rinnovare con la prorompente presenza di un bambino le motivazioni di un’esistenza grigia, adagiata sui ritmi del consueto, oramai priva del sapore della gioia, del sapore inebriante dello stupore e della scoperta. Dalle conversazioni con le coppie infeconde traspare il desiderio di riqualificare un progetto comune ad una intesa ancora viva, a volte già in declino e la irrefrenabile voglia di confrontarsi con il più seducente mistero della vita.

  • Un sogno-realtà Sovente, nella voglia di un figlio, affiora dalle pieghe dell’inconscio, il bisogno di dar vita a quelle “parti di sé” che, o per necessità o per destino, giacciono ignorate e reiette nei recessi dell’anima. Il desiderio di un bambino scaturisce poi, nella donna, per un incoercibile obbligatorietà dell’istinto come pure per la viscerale relazione che la lega alla maternità. Giungere ad avere un figlio, vivere la maternità, può concentrare tutta la spinta esistenziale e può rappresentare il “metro di confronto” di tutta una vita. L’attesa di un bambino non può perpetuarsi nel sogno, essa si deve tramutare in realtà, capace di lenire e di risanare per incanto le contrarietà della vita. Comprensibile che questo figlio vada ricercato in tutte le maniere possibili. Sono molte le storie di coppie che testimoniano del lungo peregrinare, dei costi emotivi, affettivi ed economici, in termini di tempo e “di vita”, affrontati per l’attuazione del sogno. L’inesorabile trascorrere del tempo lascia trasparire, a volte, i tratti di una ricerca personale. Anche ai nostri giorni, maternità e paternità rappresentano uno dei punti essenziali dell’identità sessuale personale. Può essere pertanto comprensibile ed anche legittimo che una coppia avverta il bisogno di vedere realizzato un sogno assolutamente unico ed ineffabile. Le vie da percorrere per realizzarlo possono essere tuttavia difficili, quando non ardue ed impegnative oltre il credibile e molto spesso senza sbocco. Questo spiega come un terzo circa delle coppie impegnate nei progetti di fecondazione assistita esprima la richiesta di un sostegno psicologico. Un sostegno dall’aspetto poliedrico, evidentemente: dove è insita la voglia di parlare, di sapere, di esternare le ansie, di dar voce alle frustrazioni come pure a tutte le possibili fantasie. Un sostegno che dia conforto nei momenti della sfiducia, che aiuti a superare “la sconfitta di un ciclo” pur opportunamente stimolato, l’esito contrario di un test, le conflittualità che si delineano quando le ragioni (la causa) sono riferibili quasi o totalmente ad uno dei due, i problemi non solo sessuali, che rendono più difficoltoso il percorso. Di fronte a queste complesse implicazioni, diventa essenziale accordare il più attento ascolto anche al cuore e all’anima delle coppie che chiedono di avere un figlio. Certamente, nella maggioranza dei casi, le cause della sterilità si collocano in determinate aree, in precisi distretti del corpo; ciò non di meno la psiche può modulare la risposta somatica, differenziarla e renderla migliore. Oltre agli aspetti generali, esistono poi certi problemi psico-sessuali particolari connessi al “tipo di tecnica” più opportuna, quando non indispensabile, per aumentare le possibilità di riuscita del tentativo architettato. In proposito si distinguono. L’inseminazione artificiale (Ia) terapeutica che, sia per la semplicità esecutiva, sia per l’alta percentuale dei successi ottenuti, specialmente nella forma del donatore (Iad), è all’origine della rapida diffusione di una modalità terapeutica che ha trovato consensi presso le popolazioni più progredite del mondo occidentale. Una nutrita serie di problematiche psico-sessuali si delinea tuttavia dietro questa tecnica di procreazione assistita: sono problematiche coinvolgenti in modo diverso i protagonisti di questo straordinario atto riproduttivo nel quale la semplicità pratica appare in netto contrasto con le numerose implicazioni simboliche che vi partecipano. L’orientamento a separare la procreazione dalla sessualità appartiene a un dato di fatto culturale e comportamentale socialmente importante e largamente da tempo acquisito, almeno presso le moderne società della civiltà industriale. La facoltà di riparare, con questa tecnica, la grave ferita che la sterilità arreca all’identità sessuale di ciascun partner ed alla reciproca stima, soffoca sicuramente alcune istanze psicologiche primarie del soggetto sterile e ne realizza un’attesa di continuità e di speranza che va rispettosamente considerata. Può accadere, in modo particolare nella “Iad”, che l’onnipresente mondo delle fantasie riesca a turbare in uno od in entrambi i coniugi, la luminosa felicità derivante da un desiderio procreativo finalmente soddisfatto proprio perché con l’Iad, non si sconfigge la sterilità dell’uomo ma si adotta una strategia biologica per dare una risposta al desiderio di procreare. Va infatti tenuto presente che il ricorso a un donatore può evocare, attraverso modalità diverse da coppia a coppia, fantasmi di paura, di rifiuto del bambino da parte del padre, di rivalità, di adulterio, di oscure tare trasmissibili, di eventuali deformità conseguenti al congelamento del seme. La donna può vedere nel marito lo sconfitto dalla maggiore virilità dell’altro e covare nei suoi confronti una inconfessata animosità per essere stata condotta a vivere un’esperienza, per certo, assolutamente inattesa. Una animosità che potrà poi rivelarsi in marcate complicità con il figlio, specialmente se maschio e in occasione di più o meno palesi sconferme della figura maschile. Si verifica che la determinazione, la voglia di avere un figlio, sia così forte che tutto sembra andare per il meglio. Talora i problemi si affacciano in occasione dei momenti familiari più delicati (come dirlo al bambino, adolescenza, donazione del sangue, ecc.). L’inseminazione artificiale omologa (Iao). Quando l’inseminazione artificiale si realizza col seme del coniuge vengono naturalmente a cadere tutti i problemi ed a mancare le implicazioni simboliche connesse col seme donato da un estraneo. Peraltro, anche il ricorso a questa tecnica non si rivela del tutto esente da possibili difficoltà. Occorre tenere presente che ci si serve di uno sperma poco fertile che viene raccolto e iniettato dallo specialista nell’apparato genitale femminile. Nell’inconscio di questi partners è proprio l’atto sessuale completo che viene screditato. Il messaggio che ne discende può essere questo: il partner non è in grado di procreare attraverso un normale rapporto e la sessualità della coppia si rivela insensata, si palesa inutile. Occorre poi tener presente che tutte le diverse tecniche di procreazione assistita mettono a dura prova l’intimità emotiva e sessuale, quell’intimità che dovrebbe raggiungere il massimo grado in concomitanza di una così trepida attesa. Sono, dunque, anche questi gli aspetti sui quali riflettere, pur nel riconoscimento che, per fortuna, la gioia di una gravidanza, benché assistita, consente a molte coppie di scordare la singolare, aspra esperienza attraverso la quale si è resa possibile.

  • Istituto dell’adozione C’è un altro modo però che può dare alla coppia la gioia di un figlio. Modo che nulla ha a che fare con le tecniche sopra descritte. Mi riferisco all’istituto dell’adozione. Nelle coppie che scelgono l’adozione è soprattutto nella donna che si riscontra una immagine genitoriale internalizzata danneggiata e una personalità a sfondo depressivo. La maternità biologica necessita di una redifinizione della percezione di sé. Il bambino in grembo ripropone due diversi livelli di vissuto: uno arcaico, legato alle sensazioni, il bambino come realtà sentita e uno più evoluto, legato ai pensieri, il bambino come realtà pensata. La madre adottiva manca dell’esperienza del primo di questi livelli in quanto il bambino esiste soltanto fuori di lei e non come “me-non me”. Il fatto che, a posteriori, i genitori adottivi parlino di un “amore a prima vista”, oppure di un “parto adottivo”, sembra indicare l’esistenza di un rituale magico di nascita, molto vicino alle teorie infantili sulla fecondazione e la nascita che escludono la sessualità, l’edipo, la scena primaria. La maggiore difficoltà della realtà adottiva sta nel fatto che il bambino, a differenza di ciò che avviene nella gravidanza, non c’è per cui durante l’attesa (domanda, colloqui, ecc.) i coniugi, soprattutto la donna, si trovano ad affrontare un grosso lavoro mentale (bambino pensato). Nel momento in cui il bambino esiste come presenza reale, nel momento dell’incontro, la madre viene come invasa da questa realtà tangibile e il suo vissuto viene spesso verbalizzato così: “In quel momento ho sentito che quello era mio figlio”. A conclusione si può affermare che a prescindere dalla via attraverso la quale una coppia procede per ottenere un figlio, ogni coppia risponde a questa grande difficoltà esistenziale mettendo in atto comportamenti di “adattamento” molto vari. La possibilità di confrontarsi, di confidarsi, di contare sul supporto di persone disponibili, può aiutare a superare, in modo psicologicamente sano e costruttivo le molteplici difficoltà che la coppia infertile incontra. Inoltre, in caso di insuccesso, l’attenzione agli aspetti psico-sessuali potrebbe aiutare le molte coppie che, nonostante tutto l’impegno, non riescono a realizzare il sogno, a ritrovare un nuovo equilibrio all’interno di sé.