Sfiducia e paura di svelarsi frenano il dialogo autentico

Stefano Pellegrini

Molti atteggiamenti negativi possono influire sul rapporto tra genitori e figli ma tra tutti è il confronto dialettico che va coltivato. Mai indifferenza, porsi alla pari.

Colette Bizouard, ricercatrice francese esperta di comunicazione, non esita ad affermare: “Più vado avanti nella vita, più mi convinco che comunicare e capirsi potrebbero essere il rimedio a tutti i nostri mali”. Sicuramente buona parte dei nostri problemi, compreso il cattivo rapporto che le “agenzie educative” hanno con i ragazzi,  è riconducibile ad una cattiva comunicazione con  l’incomprensione che ne deriva. La comunicazione è una delle realtà più ordinarie della vita, per questo può apparire semplice, ma in realtà è altamente complessa ed esigente. Forse oggi riusciamo a renderci più facilmente conto della sua complessità perché, pur vivendo nell’era della comunicazione con la possibilità di conversare da qualsiasi punto della terra con persone che si trovano all’altro capo del mondo, percepiamo tutti la fatica di instaurare un vero dialogo con chi vive con noi. 

 

È sempre più diffuso il sentimento di incomunicabilità reciproca: fra coppie, fra colleghi di lavoro, in particolare fra chi educa e chi viene educato. Spesso, questa difficoltà comunicativa, raggiunge i suoi livelli più drammatici fra i genitori ed i figli adolescenti tanto che è molto facile che nelle famiglie con ragazzi usciti dall’infanzia si viva un reciproco clima di incomprensione pur essendo forte il desiderio di potersi capire. Non può sfuggirci il paradosso: in un’epoca di comunicazioni sempre più veloci fatichiamo a stabilire un dialogo con chi ci sta attorno. È una cattiva comunicazione quella che incide negativamente sui rapporti tra le persone.
Perché accade? I motivi sono molti e noi cercheremo di individuarne alcuni suddividendoli, per comodità, in due categorie: la prima riguarda alcuni atteggiamenti che la singola persona può assumere o meno in un rapporto comunicativo; la seconda invece riguarda alcune caratteristiche proprie della comunicazione, che quindi è bene conoscere se si vuole impostare un dialogo valido.
Comunicando con gli altri noi possiamo mettere in campo diversi livelli di coinvolgimento emotivo, cioè attraverso le relazioni che instauriamo possiamo metterci più o meno in gioco.
C’è un tipo di comunicazione che è  semplice scambio di informazioni e che non richiede alcun tipo di coinvolgimento personale: è la battuta che scambiamo sul tempo per esempio, ma si può anche parlare di tutto, o quasi, senza nessun coinvolgimento personale. È la comunicazione nella quale si trasmettono messaggi, informazioni, richieste, dove ciò che vale è il contenuto e tutto avviene a livello  conoscitivo: so qualcosa e te la comunico, mi chiedi un’informazione e io te la do. Spesso il dialogo genitori figli adolescenti si riduce a questo livello: i genitori chiedono qualcosa e i figli danno delle informazioni, o viceversa. Ci rendiamo conto che questo tipo di comunicazione è asettico, neutro, il vissuto della persona non compare, il sentire di chi parla manca, il tutto avviene in una situazione anonima. Lo scambio di informazioni è sicuramente un aspetto importante della comunicazione, ma dobbiamo renderci conto che una comunicazione che si limiti rigorosamente a questo non potrà mai avere una valenza educativa. Comunicazione educativa è quella nella quale c’è partecipazione di sentimenti, di emozioni, nella quale io rivelo all’altro me stesso, il mio vissuto emotivo e così lo invito al dialogo: “La solitudine peggiore non sta nel non aver nessuno vicino, ma nel non poter comunicare se stessi a qualcuno”. 


La comunicazione come trasmissione di messaggi e partecipazione di sentimenti.
Perché sempre di più il nostro parlare è soltanto scambio di informazioni anche quando dovrebbe essere un comunicare educativo, una partecipazione di sentimenti? È una domanda che ci si deve porre all’interno di un dialogo educativo. Perché genitori e figli, quando questi ultimi iniziano a diventare grandi, non riescono più a comunicarsi gli stati d’animo, le loro emozioni lasciando, spesso, i giovani in balia delle loro paure, delle loro angosce esistenziali? Forse la risposta a questa domanda si può trovare prendendo in considerazione l’arcipelago delle paure. Sicuramente tra gli atteggiamenti che possono influire negativamente nello scambio comunicativo due sono riconducibili alla paura.

  1. La paura di svelarsi all’altro, di farsi conoscere. Non voglio che gli altri mi vedano come sono, magari ho paura che mi giudichino male, che pensino di me chissà che cosa. Questo mi porta non solo a mantenere un livello formale nella comunicazione, ad espormi il meno possibile, ma anche a cercare di relazionarmi in modo da piacere agli altri, a recitare. L’adolescente che, fino a poco tempo fa, percepiva una profonda armonia con il modo di vedere la realtà dei genitori, anzi semplicemente viveva come gli indicavano mamma e papà, sente forte il timore di far capire che il suo modo di pensare, di vivere è ora diverso. Non vuole che i genitori scoprano che lui è un’altra persona e, quindi, all’interno del nucleo familiare si sforzerà di mascherare il suo nuovo io, limitandosi, per non farsi scoprire, ad atteggiamenti formali. D’altro lato i genitori, avendo l’impressione che questo rapporto formale possa tenere i problemi adolescenziali fuori della porta di casa, si adeguano nell’illusione di non avere grattacapi. Solo liberandosi da questa paura si può sperare di instaurare con gli altri un dialogo veramente significativo, solo se  si riesce ad essere autentici   si potrà dar vita ad una comunicazione educativa. Solo le persone che non hanno paura di mostrarsi agli altri per come sono, senza finzioni, potranno sperare di comunicare veramente. Il dialogo con gli adolescenti, quindi, a volte si fa difficile proprio perché gli adolescenti hanno una gran paura di svelarsi e così assumono di volta in volta i travestimenti più diversi: lo spaccone, il menefreghista, il solitario... La persona autentica si presenta così com’è perché non ha paura del giudizio degli altri, le critiche non la spaventano.

  2. La paura di fidarsi dell’altro che, vista dal versante dell’educatore, diventa l’incapacità di far sì che l’altro, l’educando si fidi di me. Solo se chi è in relazione con me si convince che può fidarsi riuscirà a comunicare se stesso. È giusto e normale che, se permane anche solo il sospetto che non ci si possa fidare di un educatore, non si voglia instaurare una vera comunicazione. Ma come può l’educatore meritare questa fiducia, così importante per l’innescarsi di un dialogo educativo, come possono i genitori trasmettere al figlio adolescente l’idea che loro sono in grado di gestire in maniera autorevole i cambiamenti di personalità cui sta andando incontro


È importante comunicare in maniera tale da:

  • Accettare, non valutare. L’educatore che accetta l’educando gli concede la libertà di essere se stesso, ne rispetta l’alterità, la sua unicità. Colui che mentre ascolta valuta, giudica correlando quanto ascolta a norme o schemi personali. I suoi interventi caratteristici sono: “Hai fatto bene; hai fatto male; devi; non devi”. È chiaro che la persona che si sente valutata si pone sulla difensiva, comincia a controllare ciò che dice, dice solo ciò che pensa venga accettato o giudicato positivamente. Si badi bene, non sto dicendo che all’interno di un contesto educativo la valutazione non sia importante, sto solo affermando che l’altra persona mi permetterà di valutarla nel momento in cui si sente accettata. E quando mi permetterà di valutarla me lo permetterà se io riesco a rispettare certi parametri….
  • Porsi alla pari, non superiori. Chi si sente superiore è colui che ascolta con benevola accondiscendenza, ma vuole che l’ultima parola sia la sua. È come se dicesse: “ Dì pure! Ma la tua opinione non può stare a confronto con la mia e non vedo come il tuo pensiero possa arricchire il mio”. Quante volte all’interno di un rapporto educativo avviene questo! Chi ha un atteggiamento di parità espone il suo pensiero, lo propone, mai lo impone. È questo uno dei passaggi più difficili che i genitori si trovano ad affrontare quando il figlio entra nell’adolescenza. Da genitori di bambini è comprensibile che si assuma un atteggiamento di superiorità che viene accettato senza problemi dai figli. L’adolescente comincia ad entrare nell’età adulta, chiedendo, anche ai genitori, di essere rispettato come tale. La crescita dei figli richiede genitori sempre meno desiderosi di impartire degli ordini e sempre più capaci di proporre punti di vista.
  • C’è da ricordare che una sottocategoria dell’atteggiamento di superiorità si può ravvisare nell’atteggiamento ironico, quello negativo che graffia e ferisce. Nulla spegne tanto la comunicazione e il rapporto quanto l’ironia, soprattutto se questa è a scapito di un adolescente. Se proprio vogliamo usare l’ironia usiamola contro noi stessi.
  • Mostrare empatia, non indifferenza. Essere interessati veramente, non fare finta, a quello che dice e ci comunica l’altra persona è fondamentale per far sì che ci sia vicinanza emotiva. Troppi genitori sono convinti che solo i loro problemi siano degni di essere presi in considerazione, mentre bollano come insignificanti le difficoltà che i loro figli stanno affrontando.
  • Atteggiamento spontaneo, non manipolativo. Il tipico esempio di comunicazione manipolativa è quello pubblicitario. Manipolatore è colui che spinge l’interlocutore a fare ciò che lui vuole. Manipolatorio può essere il genitore che utilizza il ricatto affettivo.
  • Atteggiamento flessibile, non inflessibile. L’inflessibile è intollerante, ostinato, autoritario, intransigente, rigido, con mentalità chiusa; ritiene di essere nel giusto sempre, la verità gli appartiene. O si è con lui, e allora si è nel vero, o si dissente da lui e allora si è inevitabilmente nell’errore. I genitori che assumono questo atteggiamento con il figlio adolescente sono destinati a fallire come educatori in questa fase così delicata della vita del loro ragazzo.  La persona flessibile è tollerante, capace di capire le opinioni diverse e rispettarle, disposta a lasciarsi persuadere; riconosce  che i modi di vedere sono tanti.

La capacità di trasmettere fiducia libera, quindi, l’interlocutore da una serie di paure che possono emergere nel momento in cui si rapporta con noi non ultima la paura, che assilla molti adolescenti, di non essere accettato, amato, per com’è. Autenticità e capacità di ricevere fiducia sono i due presupposti fondamentali che l’educatore deve saper attuare per far sì che si instauri una comunicazione educativa. In mancanza di questi due aspetti il dialogo rischia di ridursi a trasmissione di messaggi.