Relazione reali e virtuali

Magda Apolloni

In questi ultimi anni al mondo reale si è andato affiancando un mondo virtuale fatto di luoghi, tempi, consuetudini, opportunità ed anche relazioni proprie. Strano perché, a prestare ascolto alla semantica, virtuale è proprio ciò che non appartiene al reale, che evoca caratteristiche estranee alla realtà.

Il virtuale domina il mondo delle ipotesi e delle teorie, universo lontano anni luce dalla grave concretezza del reale. Eppure, oggigiorno, con il virtuale dobbiamo fare i conti un po’ tutti; che lo vogliamo o meno, che ne siamo o meno consapevoli, la sua presenza ha contagiato il reale, si è intrufolata nella nostra quotidianità. E così, affrontando il nodo delle relazioni, dei legami che reciprocamente intrecciamo, risulta giocoforza distinguere tra relazioni reali e relazioni virtuali. Relazioni reali sono quelle che, a memoria d’uomo, concorrono a definire un’esistenza: un padre, una madre, un coniuge, uno o più figli, dei fratelli, qualche amico… Interlocutori terribilmente imperfetti eppure, in fondo, a modo loro cari, finanche preziosi. Sono rapporti cresciuti con il tempo, hanno conosciuto momenti buoni e meno buoni, superato periodi di crisi, tenuto a bada la noia, addomesticato la disillusione. Nella loro umana e tenera fragilità si tratta di tanti piccoli capolavori di pazienza, legami minati oggi da nuove difficoltà, ipotecati spesso da troppe attese.

Sms, mail, chat, giochi di ruolo, social-network, videogiochi… questo è invece l’ambito delle relazioni virtuali, a tutti gli effetti: un altro mondo. Qui le relazioni fluttuano lievi, si dà quel che si vuole/si prende quel che si vuole, ci si può immaginare diversi, si può addirittura reinventare la propria vita senza dover per questo sentirsi in colpa. La diffusione di internet ha reso estremamente semplice creare contatti, tempo e spazio non condizionano più le relazioni e così il web, da grande riserva di informazioni, è diventato oggi un’unica, immensa opportunità di aggregazione. Indicativo di questo nuovo modo di navigare in rete è quello che viene definito il “fenomeno Facebook”. Facebook è una piattaforma virtuale nata nel febbraio 2004 ad opera di alcuni studenti di Harvard con l’intento di creare un sito dove gli iscritti di questa prestigiosa università potessero esporre i propri profili e vedere quelli degli altri, quindi niente più di una versione aggiornata del caro vecchio libro del college sul quale rintracciare i propri compagni di studi. Svincolatasi da quest’ambito, a inizio 2009 Facebook contava già 140 milioni di iscritti, 5.300.000 nella sola Italia, l’8,5% dell’intera popolazione. Che cosa cerca tutta questa gente in internet? Sulla pagina d’apertura campeggia la scritta: “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”, che sia anche questa fame di relazioni? Le potenzialità di questa e simili piattaforme sono realmente immense, si possono condividere informazioni ed esperienze con chi sta dall’altra parte del mondo, si può lavorare in équipe pur vivendo a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. L’incontro con culture e valori diversi è favorito dalla libertà con la quale avvengono i contatti. Progetti di solidarietà o di promozione dei diritti umani possono finalmente avere una degna risonanza. I benefici, insomma, sono innegabili, ma ciò non può indurci a sottovalutare come questi nuovi strumenti stiano, di fatto, imponendo una nuova cultura della comunicazione. Si tratta di uno stile comunicativo nel quale il contenuto è, di regola, ridotto all’osso, scomparsi saluti e convenevoli si va direttamente al sodo. Si digita un messaggio e lo si invia, rileggerlo non fa parte delle regole del gioco. I messaggi che navigano in rete sono, nella stragrande maggioranza, puri flussi di coscienza, è così che deve essere perché, a detta degli interessati, tutto avviene all’insegna della spontaneità (qualche anno fa simili interventi erano definiti ‘esternazioni’, affermazioni estemporanee prive di fondamento, di certo non il massimo nell’arte del dialogo). Una delle maggiori studiose di internet, Danah Boyde, analizzando i messaggi presenti in rete è giunta alla conclusione che, in fondo, assomigliano molto alle chiacchiere che si scambiano al bar, si affronta ogni tema (amore, denaro, politica…), ma senza neppure l’intenzione di andare oltre lo scambio di battute, di giungere ad un sincero confronto. Tra le insidie presenti nel mondo virtuale la più evidente è legata al fatto che anche questo “territorio” risponde alle leggi del mercato. Ad offrire i propri servizi non sono gruppi filantropici, ma vere e proprie aziende che, fedeli alla propria natura, mirano ad ottimizzare i profitti attraverso una presenza massiccia di pubblicità. Ancor più triste è, però, scoprire come le relazioni virtuali nascano inevitabilmente legate alla superficialità, caratteristica che poi tendiamo a trasferire anche nella vita reale. In rete non c’è limite oggettivo ai contatti che posso intrattenere, con una sola mail rispondo a tutti, tutti sono sullo stesso piano, tutti ugualmente amici. All’asilo se qualcuno ci chiedeva “Vuoi essere mio amico?” la cosa ci riempiva di orgoglio, ma sapevamo anche che una risposta affermativa avrebbe comportato delle “responsabilità”. Essere amici significava, infatti, tenersi il posto sulla panca, giocare assieme… dividersi la merenda, non si poteva esserlo indistintamente di tutti, ne andava del proprio onore. Oggi si è amici di tutti, salvo poi non fidarsi di nessuno e, per strada, non salutare nessuno. A queste nuove relazioni non sembra estranea una spinta narcisista ( si tratta in fondo di un mettersi in vetrina, di un esibire se stessi, i propri contatti), atteggiamento che, alimentato già inopportunamente da una cultura nella quale vige il primato dell’apparire, impedisce un’autentica apertura all’altro. Alcuni vi rintracciano anche un certo voyeurismo, una morbosa curiosità per le vite degli altri che ci porta a dimenticare di vivere la nostra. Questo sembra in fondo il rischio più grave, quello di togliere al reale energie, sogni, aspettative da investire nel virtuale, fino a giungere a sostituire il primo, sempre in qualche misura problematico, con il secondo. Le associazioni impegnate nel sociale hanno notato, ad esempio, che la solidarietà per una causa manifestata in internet quasi mai si traduce in un impegno pratico, una condivisione concreta. Al di là di tutte le insidie che possono giungere da questo nuovo modo di tessere incontri, sicuramente dobbiamo cogliere l’enorme fame di relazioni che lo alimenta. Ci siamo buttati sul lavoro, sui progetti da realizzare, sugli acquisti da fare dimenticando che non bastano le cose a riempire una vita. Adesso cerchiamo di riprenderci quello che ci manca con la furia e l’impazienza che il consumismo ci ha lasciato addosso. Il Piccolo Principe ci ricordava che ci vuole tempo ad addomesticare una volpe… crediamo ancora che ne valga la pena?