La famiglia e l'esperienza associativa

Paola Dal Toso

Le ricerche sociologiche di questi ultimi anni evidenziano che le relazioni sociali sono una risorsa e rappresentano una forma di capitale in qualche modo assimilabile a quella rappresentata dal capitale economico.

In altre parole, esemplificando, possono essere un mezzo decisivo per trovare lavoro e fare carriera. Ci sono relazioni personali mediate dalla conoscenza diretta dell’altro, che si generano all’interno di gruppi primari ed informali (famiglia, amici) e relazioni associative (gruppi secondari e formali). In un certo senso, le associazioni costituiscono una forma di capitale sociale perché sono un canale importante per la formazione di rapporti personali e sono sistemi di relazioni capaci di ampliare la possibilità di circolazione di una risorsa decisiva per l’identità personale, quale la stima sociale.
I giovani confermano il rilievo che oggi hanno le relazioni personali. In particolare, il valore dell’amicizia è tra tutti quello che più è cresciuto nel tempo: dalle indagini IARD[1] emerge che la risposta «molto importante» - nella fascia dei 15-24enni - è salita dal 58,4% del 1983 al 77,5% del 2004 (di contro ad una diminuzione dell’importanza attribuita, in particolare, al lavoro, passato dal 67,7% al 59,6% delle risposte).
È interessante constatare che nella formazione dei legami sociali la scuola svolge un ruolo centrale e chi ha la possibilità di percorrere l’intero circuito scolastico accumula più risorse in relazioni sociali di chi si ferma alle prime tappe. Chi frequenta la media superiore e l’università forma parte delle sue amicizie in questo ambito; chi si ferma alla scuola dell’obbligo forma amicizie che, pur potendo essere ugualmente importanti sul piano affettivo, sono probabilmente di minore utilità su quello economico - professionale. L’esclusione da tali circuiti provoca carenze anche sul piano relazionale, che possono tradursi in una condizione di marginalità sociale. Va poi precisato che l’acquisizione della risorsa amicizia dipende solo in parte dalla disponibilità di tempo libero e soprattutto dalla solidità dell’inserimento sociale del soggetto. A fronte di questi dati e di crescente minore fiducia, anzi, di una sostanziale diffidenza verso il prossimo che porta a chiudersi nel privato poiché gli altri sono percepiti più come una potenziale minaccia, c’è da chiedersi: la famiglia oggi apre realmente i figli alle relazioni sociali o finisce per trattenerli nel proprio nido?

  • Perché mandare il figlio al gruppo? Se i genitori sono i primi educatori e in quanto tali non possono mai, in alcun modo, essere sostituti, va anche riconosciuto il fatto che la loro azione educativa va integrata da quella di altre agenzie educative e può trovare nel gruppo un’integrazione, un buon supporto. I genitori dovrebbero sostenere le opportunità offerte dalle associazioni, che intendono camminare a fianco dei loro figli proponendo progetti educativi rispettosi delle competenze della famiglia. I motivi che stanno alla base della scelta compiuta dai genitori di iscrivere il proprio figlio ad un’associazione, a volte, per lo meno fin tanto che frequenta la scuola elementare, sembra dipenda dal desiderio di farlo stare con gli altri, di offrirgli la possibilità, talvolta perché si tratta di un figlio unico, di crescere con i pari e di stabilire relazioni sociali che superano quelle circoscritte della classe. C’è anche il genitore che tende a far compiere al proprio figlio lo stesso percorso vissuto quando lui era “piccolo” convinto che valga la pena. Non mancano casi di genitori che si fidano in un certo senso, quasi ciecamente di un determinato gruppo perché sta in parrocchia, presso l’oratorio, è seguito dai preti e, quindi, possono ritenersi tranquilli nel dar fiducia agli educatori che operano all’ombra del campanile… Qualche altra mamma e papà, invece, scelgono la proposta associativa che ritengono più adatta alle caratteristiche del figlio e/o più efficace per la sua crescita. Non sono rari i casi in cui le attività del gruppo, che in genere si svolgono il sabato pomeriggio corrono il rischio di costituire un’ottima area di parcheggio, per di più del tutto gratuito, dato che ci si limita a pagare la quota associativa annuale che in genere comprende un’assicurazione ed un giornalino previsto per la rispettiva fascia d’età. Non mancano poi genitori che limitano la responsabilità educativa al solo momento dell’iscrizione per poi delegarla totalmente agli educatori, quasi scaricandola.

  • Quali le occasioni di collaborazione? Possono nascere difficoltà quando capita che il ragazzino non abbia più voglia di partecipare all’attività del gruppo semplicemente perché un altro amichetto non lo frequenta più, oppure per qualche motivo del tutto occasionale (qualche piccola incomprensione con l’educatore o qualche altro membro del gruppo), non manifesta più interesse. Dal punto di vista educativo i genitori sono chiamati a sostenerlo nel ricordargli la fedeltà assunta nel momento dell’adesione associativa, per lo meno fino al termine delle attività annuali. Del resto, l’esperienza insegna che talora certe insofferenze sono del tutto passeggere. Eppure, in varie situazioni, invece di aiutare il figlio a compiere una scelta, i genitori gliela delegano totalmente con la scusa che: “Ormai è grande, deve decidere da solo”. Come se un bambino o un preadolescente fosse in grado di sapere che cosa gli può servire per crescere, se fosse già così esperto della vita da saper scegliere e valutare le varie esperienze che gli vengono proposte. Talvolta, può capitare che la partecipazione alla vita associativa interferisca con qualche altro impegno familiare: ad esempio, l’andare in montagna il sabato e la domenica e, quindi, il figlio è assente alla riunione. C’è poi la partita di calcio, pallacanestro che si sovrappone, quella gara sportiva in cui finalmente può giocare e non stare semplicemente in panchina…. Oppure i genitori non lo lasciano andare all’uscita perché è pieno di compiti scolastici da svolgere nel fine settimana oppure lo ricattano per cercare di avere da lui una migliore resa scolastica, ad esempio, con battute come questa: “Se non vai meglio a scuola, basta scout”. E ci sono quelli che gli fanno saltare l’attività estiva, impedendogli di vivere un momento tra i più importanti di tutto l’anno, in quanto temono qualche rischio: hanno paura del brutto tempo e di conseguenza che prenda freddo, si bruschi un raffreddore, non mangi a sufficienza... Talora sotto sotto a tutti questi timori sta il fatto che i genitori avvertono che il figlio sta crescendo, si sta rendendo autonomo e va staccandosi sempre più da loro. Del resto, capita che per lo stesso ragazzo ascolti più volentieri o addirittura solo ciò che dice l’educatore, che su di lui ormai ha un forte ascendente, in concorrenza con quello esercitato dai genitori. A fronte di tutte questa casistica, è importante che gli educatori facciano conoscere, nei limiti del possibile, il calendario con la programmazione delle attività. Dall’altra parte è anche opportuno aiutare i ragazzi a scegliere le attività: non si può far tutto nella vita e qualsiasi scelta implica necessariamente una rinuncia a qualcos’altro. Ci sono genitori che magari in età giovanile sono stati membri dell’associazione alla quale ora iscrivono il figlio, o addirittura sono stati impegnati come animatori. Capita talvolta che “mettano il naso” un po’ troppo nell’attività e finiscano per intervenire in essa, convinti di saperne “una pagina più del libro”, di conoscere bene il come si fa che non vedono riprodotto da manuale negli educatori che guidano il gruppo frequentato dal proprio figlio. La loro critica finisce per disturbare perché in fin dei conti non è finalizzata a migliorare la proposta educativa, ma a criticare gli educatori. È anche vero che talvolta questi sono davvero inesperti e non hanno l’umiltà di mettersi alla scuola di chi potrebbe insegnare loro un po’ di metodologia o semplicemente non sono disponibili ad un confronto per cercare di far capire le motivazioni delle scelte educative operate, o far conoscere le nuove attenzioni introdotte per rispondere in modo più adeguato alle esigenze odierne. Va precisato che ci sono anche genitori così ansiosi che vogliono proteggere sempre e comunque il figlio al punto da individuare difficoltà, problemi anche dove non ci sono. Un tipico esempio è la disponibilità dichiarata a portare con l’auto gli zaini dei ragazzi del reparto scout così che possano camminare senza portare pesi. È evidente che in questo caso si rischia di condizionare l’esperienza dell’associazione che si trova costretta ad accettare i limiti all’attività all’aperto imposti dai genitori adeguandosi ad essi, pur di non perdere i membri, finendo, però, per ridurre anche qualitativamente la stessa proposta, non più offerta nella sua integralità.

  • L’associazione cerca i genitori Innanzitutto, da parte sua l’associazione con finalità educative dovrebbe ricercare e coltivare un rapporto di stretta collaborazione e confronto con i genitori, facendo conoscere loro il proprio progetto per individuare linee comuni da perseguire, sia pure nel rispetto dei differenti ambiti operativi, in una prospettiva di integrazione reciproca, nel rispetto delle diverse specifiche competenze. le associazioni sono chiamate a camminare le famiglie attuando progetti educativi che rispettino ciò che è competenza della famiglia. Purtroppo, in numerose realtà aggregative è carente il collegamento con le famiglie, mancano una conoscenza reciproca ed un rapporto di fiducia, dialogo e confronto, quella sintonia e continuità che permettono di perseguire obiettivi educativi comuni, di così da garantire una crescita armonica dei ragazzi. La presentazione del progetto educativo permette che innanzi tutto i genitori possano scegliere in modo consapevole, di condividerlo oppure no, evitando di condizionare, se non addirittura di costringere gli educatori ad offrire una proposta in forma ridotta. Inoltre, papà e mamma sono chiamati non solo ad accompagnare il figlio alla riunione settimanale ma anche, in relazione alla disponibilità e compatibilmente con gli impegni lavorativi e familiari, a sollecitare il figlio a vivere anche in casa ciò che impara nell’esperienza di partecipazione associativa. Rispetto ai messaggi che provengono da più parti, improntati ad un individualismo esasperato, all’ottenere tutto e subito, all’apparire anziché all’essere, l’esperienza associativa può risultare controcorrente. Per alcuni ragazzi può apparire più gratificante ed appagante seguire la seduzione di ciò che quotidianamente li “bombarda”, specie se la proposta associativa è isolata, non trova continuità, non è condivisa dalla famiglia, in cui vivono, non c’è sintonia nei valori proposti. Si avverte la necessità sempre più impellente di realizzare un sistema formativo integrato, che offra la possibilità di riannodare i rapporti tra famiglia, scuola, associazionismo, enti locali, nella consapevolezza che nessuna specificità è così netta da legittimare il disinteresse per le altre agenzie formative[2]. Va precisato che, superate le rigide contrapposizioni ideologiche, si può riscontrare oggi nella gran parte dei gruppi, una certa disponibilità ad ascoltarsi ed eventualmente mobilitarsi insieme sulle questioni più sentite dalla coscienza giovanile, quali, ad esempio: pace, diritti umani, ecologia... Ciò induce ad osservare che i tempi sono maturi per favorire occasioni d’impegno comune, ad esempio, in riferimento al confronto su una lettura condivisa delle problematiche del mondo dei minori, sui suoi cambiamenti, su come far fronte ad alcune questioni che si impongono con il carattere di vera e propria “emergenza”. Tra l’altro, gli educatori possono offrire da questo punto di vista, una diversa conoscenza dei ragazzi, evidenziando quegli aspetti che talora i genitori non conoscono e dei quali a fatica intendono prendere atto. Basti fare riferimento ad espressioni, quali: “Ma, no, mio figlio proprio no. È un bravo ragazzo, non è possibile si sia comportato come dite, abbia fatto quel che mi riferite. Non può essere, non ci credo…” Potrebbe essere questo un modo per confrontarsi sulle reciproche responsabilità educative, per condividere strategie e risorse e perché no, prevenire determinati problemi, grazie ad una maggiore attenzione… Di questa preoccupazione dovrebbero rendersi interpreti anche i responsabili per le politiche giovanili degli enti locali, ai quali spetta, fra l’altro, un considerevole, ancorché delicato, ruolo di sostegno delle forme di libera aggregazione della e per la gioventù operanti sul territorio.

[1] Si veda al riguardo il contributo di D. La Valle, Il gruppo di amici e le associazioni, in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Rapporto Giovani Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna, 2007, pp. 263-272. [2] L’idea è sostenuta da P. Bertolini, L’associazionismo educativo nel sistema formativo: il caso dello Scautismo, in F. Frabboni (a cura di), Un’educazione possibile. Il sistema formativo tra “policentrismo” e “specialismo”, La Nuova Italia, Firenze, 1988, p. 165.