Perchè parlare di vita di relazione

Antonio Zuliani e Alessia Leonardi

Perché parlare di vita di relazione? Perché essa è tutt’altro che scontata, perché non è un aspetto innato in noi, bensì la conseguenza di un complesso percorso che ognuno compie dalla nascita.

Nessuno nasce con la capacità di mettersi in relazione con gli altri, anzi si tratta di una conquista della quale dobbiamo andare fieri e che dobbiamo difendere con amore e perseveranza. Una volta scoperta la possibilità di mettersi in relazione con gli altri le difficoltà saranno ancora tante, le cadute anche, ma occorre lavorare per mantenere viva questa capacità. Ecco perché in questo numero vedremo declinato questo aspetto della nostra vita sotto molteplici angolature: per trovare spunti che ci aiutino a mantenere viva la nostra capacità di relazione. Come dicevamo la capacità di mettersi in relazione con gli altri non è innata, anzi la valenza psichica che ci caratterizza alla nascita sta più nell’escludere che gli altri esistano o, al più, potessero ambire al ruolo passivo di “marionette” sempre disponibili a soddisfare i nostri desideri bisogni. Ciò è molto diverso dall’egocentrismo che spesso attribuiamo ai bambini: si tratta proprio di un’immagine originaria che ci vede identificati con il mondo intero. È un po’ come se nulla potesse esistere al di là di noi stessi: bello e terribile al tempo stesso. Un poco alla volta, fortunatamente, arriviamo a lasciare questa posizione (anche se forse non tutti e non del tutto) per iniziare ad accettare che gli altri esistono, che hanno dei diritti, che in fine, siamo cittadini di un mondo abitato anche da altre persone e che abbiamo anche delle responsabilità sull’uno e sugli altri. Qui si fonda il senso della coscienza soggettiva secondo la quale ogni azione ha una conseguenza sul mondo circostante e per tutte le altre persone. Non si tratta di un percorso facile e senza insidie, con alti e bassi collegati anche alla positività o meno delle esperienze che conduciamo nel corso della vita; ma l’esito finale è quello di farci trovare il senso e l’importanza della relazione con l’altro. Nell’esperienze della relazione con gli altri scopriamo due aspetti fondamentali per il nostro benessere: il sentirci identificati come persone e la capacità di funzionare in modo autonomo. Non lo si potrebbe mai scoprire in un mondo di solitudine. E questo sentimento ci sarà di fondamentale aiuto in tutti i momenti più difficili perché costituisce il fondamento delle sicurezza interiore. L’identità personale non è solo un problema anagrafico per cui tutti abbiamo un nome e un cognome (e magari un codice fiscale), è prima di tutto un processo che fa in modo che sentiamo che siamo una persona per qualcuno, con dei propri sentimenti, delle emozioni e delle caratteristiche del tutto personali. Questa scoperta ci fornisce la possibilità di fare delle scelte nella vita che non siano solo un adeguarsi alle circostanze esterne o ai desideri degli altri. Inoltre questo percorso fonda la capacità empatica che significa la possibilità di sentire ciò che l’altro sente e proiettarci fino a lui, sperimentando e condividendo i sentimenti con lo scopo di raggiungere la sua comprensione. Il riconoscimento dell’altro come diverso da noi è necessario per essere empatici e conservare il rapporto, ma è un riconoscere che la diversità dell’altro è un’opportunità e non un limite per il rapporto interpersonale. Occorre distinguere l’empatia dalla simpatia, dalla imitazione e dalla compassione perché in questi casi non si tratta di un incontro su di un livello paritetico come nell’empatia. Quando tutto va bene nella vita ci si sente forti e capaci di qualsiasi cosa, ma quando sorgono degli ostacoli, quando le cose si fanno difficili ecco che questa esperienza fondamentale di esserci sentiti persone riconosciute dagli altri e al contempo capaci di autonomia diviene essenziale. Molti studi sottolineano che proprio queste persone riescono ad affrontare meglio le avversità della vita. Ciò non significa che manchino le sofferenze, ma che si riesce a risollevarsi più velocemente, che si riesce ad apprendere qualche cosa da quanto ci sta accadendo per crescere e migliorare. Sulla relazione occorre lavorare per tutta la vita. Se, come abbiamo visto non è un dato acquisito, significa che possiamo migliorare le nostre capacità relazionali in primo luogo frequentando altre persone e assumendoci la responsabilità delle relazioni che viviamo o che decidiamo di lasciare. Parafrasando una frase celebre possiamo chiederci non tanto quanto gli altri fanno per mettersi in relazione con non, ma quanto noi operiamo per costruire relazioni con gli altri. Magari con i soggetti più in difficoltà, momentaneamente più deboli e/o rintanati in se stessi. Costruire una relazione significa anche costruire una storia in comune. Se è vero che ognuno di noi esiste nella misura in cui si racconta, narra di sé agli altri, è anche vero che quando due o più persone si raccontano vicendevolmente c’è un confronto che permette ai singoli di vedersi da un punto di vista diverso, di legare in modo nuovo le esperienze significative della vita: quello che gli altri ci dicono di noi stessi è una fonte preziosissima di crescita personale, anche se talvolta risulta sulle prime un tantino fastidiosa. Da questo incontro nasce anche una narrazione collettiva, che è alla base della cultura condivisa e tutti sappiamo quando bisogno ci sia oggi di cultura condivisa e non solo omologata a scelte culturali imposte. Nel percorso della vita possono sorgere anche difficoltà che complicano tale processo e che richiedono un aiuto specifico e professionale. Con questo si intende la possibilità arrivare a dare dei significati alle emozioni che proviamo, senza temerle, riuscendo a collegare tutto ciò che viviamo anche in maniera complessa, a volte sorprendete e contraddittoria alla nostra persona. Tutto ciò fonda la completezza e l’unicità della persona, fatta di relazioni, emozioni e sentimenti spesso opposti e che arrivano veramente a preoccuparci come se fossimo responsabili dei nostri pensieri e non, com’è più ragionevole, solo delle nostre azioni. Nella relazione si scopre e si vive tutta questa complessità condividendola con gli altri e quindi, in qualche modo, anche abbassandone il peso individuale. Ciò non significa né indifferenza per quello che accade attorno a noi, né il sentircene tutto il peso della responsabilità addosso. La relazione, ancora una volta, riesce a placare e a lenire la sofferenza che comunque si arriva a provare incontrando molte esperienze della vita.