Dignità del morire

In molte culture africane tale rito si ripete ancora, per attingere da chi sta per morire una parola fondamentale e irrepetibile di saggezza (1).

Nella società contemporanea invece la morte è rimossa, nascosta, considerata negazione dei valori dominanti dell’attivismo, dell’efficienza, del dinamismo produttivo. Si tende a ricondurla a un incidente di percorso. Non è “considerata l’evento conclusivo di una vita, ma l’evento terminale di una malattia o di un trauma” (2). Si potrebbe dire, afferma Sandro Spinsanti, che le scienze positive, avendo messo in crisi la visione dell’aldilà, hanno secolarizzato la vita stessa e di conseguenza svalorizzato la morte, legata nelle culture precedenti alle religioni (3). Sembra che il vivere quotidiano non voglia essere disturbato nel suo sogno di benessere terreno, considerato bene esclusivo per l’uomo. Di conseguenza attorno alla morte si manifesta una “congiura del silenzio”, una solitudine del morente, una specie di “eutanasia psicologica” (4).

  1. La morte appartiene alla vita Ci chiediamo anzitutto quale legame congiunga insieme la vita e la morte. Gli orientali, per la loro particolare concezione religiosa, uniscono strettamente i due momenti dell’esistenza in una continuità e in una alternanza ispirata al macrocosmo, che si esprime nelle stagioni, o che prende corpo dalla interrelazione dei contrari come nel Tao (5). Nella misura in cui uno si identifica con la coscienza cosmica, vede nella morte solo una trasformazione, sentendosi inserito pienamente nel cosmo. L’indù sulla riva del Gange attende di restituire il calore del suo corpo al sole, il respiro all’aria, i liquidi al Gange e i sali alla terra (6). Sarebbe interessante confrontare questa visione della vita e della morte con le acquisizioni scientifiche circa l’identità fra materia ed energia e circa la legge dell’entropia, che vede il mutare dell’energia (7). In Occidente invece  il forte soggettivismo unito al materialismo, che vuole appagare ogni desiderio umano, vede la morte un nemico, una intrusione che interrompe i progetti; di conseguenza di essa rimuove il pensiero (8). Non mancano tuttavia pensatori che sottolineano il nesso inscindibile fra la vita e la morte, essendo quest’ultima conclusione dell’esistenza e, come tale, momento significativo dell’uomo. Romano Guardini, parlando della vecchiaia, afferma che la vita “non indica soltanto l’esaurirsi di una sorgente dalla quale non sgorga più nulla; né l’affievolirsi di una vitalità che in precedenza era forte e tesa; bensì essa stessa è vita, con una propria configurazione e con un proprio valore” (9). Se viene meno questa convinzione, egli afferma, sono discriminati allora anche i bambini visti come adulti in miniatura (10) e si perde il senso della vita stessa, indicato dai suoi inizi e dalla sua conclusione (11). “In verità - continua R. Guardini -, ogni ora, ogni giorno sono vive fasi della nostra esistenza concreta; ciascuna di esse accade una volta sola, venendo a costituire, nella totalità dell’esistenza, una parte che non si lascia scambiare con altre” (12). Non è possibile separare fra loro le fasi dell’esistenza umana, proprio perché una illumina ed arricchisce l’altra, ed insieme offrono quella visione umana della vita, la quale emerge solo dalla totalità. Ciò vale a maggior ragione per la conclusione della vita, quando la persona, libera da ogni suggestione umana, ricca di una lunga esperienza, può lasciare alle persone care una saggezza di umanità e di civiltà. La società in cui viviamo, come abbiamo detto, dominata dal progresso tecnico scientifico, che non ha mai trovato eguale nella storia, risulta invivibile proprio perché povera di queste “parole” di umanità e di senso, al punto da giustificare, per qualcuno di personalità labile, la scelta del suicidio. Qualcuno dirà che dai morenti spesso queste parole non vengono. È naturale che sia così quando tutta la vita è stata sospinta dall’efficienza produttiva, senza riflessione alcuna sul senso globale delle cose e dell’esperienza umana. Nella misura in cui il morire invece diviene elemento essenziale, l’esistenza recupera quella dimensione che è parte costitutiva della qualità della vita.
  2. La morte, momento significativo Nelle leggi dell’esistenza i momenti di maggior efficienza fisica non corrispondono a quelli della qualità, che matura nel silenzio, in contesti delicati, nei quali prevale l’intimità, la riflessione. La vita dalla morte acquista significato, in quanto sarebbe un non senso la “libertà per la morte”, l’“impegno quotidiano” per un ideale che non esiste (13). Romano Guardini, sempre riferendosi alla vecchiaia, ha una espressione suggestiva, che in qualche misura vale anche per il morente: “Ci sono due tipi di efficacia - egli dice -: quella della dynamis immediata, che è la forza con cui si controlla e si organizza, e quella del senso delle cose, della verità, del bene. Nell’uomo adulto, entrambe stanno in un certo equilibrio (…). Man mano che egli diventa vecchio, la dynamis s’affievolisce. Tuttavia, nella misura in cui l’uomo consegue le sue vittorie interiori, la sua persona lascia - per così dire - trasparire il senso delle cose. Egli non diventa attivo, bensì irradia. Non affronta con aggressività la realtà, non la tiene sotto stretto controllo, non la domina, bensì rende manifesto il senso delle cose e, con il suo atteggiamento disinteressato, gli dà una efficacia particolare” (14). Per lui “Ogni cosa è più di ciò che è a prima vista. Si arriva a pensare che il mistero faccia parte della chiarezza, che esso costituisca la profondità che l’esistenza deve avere per non diventare un’illusione; che l’essere sia fatto di mistero: le cose, gli avvenimenti, l’intero evento che si chiama ‘vita’” (15). In queste espressioni c’è tutta la ricchezza della conclusione della vita nel suo aspetto qualitativo e nel valore che rappresenta per l’intera umanità. Nella morte si può vedere una osmosi cosmica, orientata verso forme più elevate di vita, dicono gli orientali. Il singolo si chiede però perché questo accada a lui e non ad altri. Si potrebbe allora replicare: “perché in te accade l’universo; tu sei un evento, un accadimento dell’universo; tu sei figlio delle stelle, come lo sono i tuoi genitori, e non potresti essere un figlio in nessun altro modo” (16). Qui si innesta la ricerca dell’“oltre”, davanti al quale la scienza è muta. La risposta viene dalle religioni. È di grande interesse al riguardo un libro antico del Buddhismo, il “Bardo Thodol” (Libro tibetano dei morti) (17), che parla di arresto del respiro, di dissolvimento della mente e di sua fusione con la condizione assoluta. Al momento della morte, per un brevissimo istante, la coscienza si riassorbe nello spazio luminoso assoluto, per poi riemergere e, attraversato uno stadio intermedio, giungere ad una nuova esistenza (18). Il “Bardo” parla di due fasi di dissoluzione, quella esteriore e quella dei processi mentali. La prima dissoluzione avviene negli elementi fisici del corpo, i quali si dissociano. La seconda fase, particolarmente delicata, è il disfacimento del corpo e la cessazione del respiro. La mente è allora senza sostegno e corre quindi il rischio di essere in balìa di altre forze (19). Per questo il “Bardo” presenta la possibilità di una meditazione pilotata, letta ad alta voce da un “lama”, per aiutare il defunto a raggiungere la libertà e la illuminazione, riconoscendo la chiara luce della realtà nel momento precedente alla morte e in seguito (20). Nel momento precedente si invita il morente a lasciar andare il corpo e la mente e a dissolversi nella chiara luce della luminosità inferiore; successivamente è un accompagnamento nel “processo intermedio”, che dura al massimo 49 giorni, nei quali uno può arrendersi alla sua luminosità innata, oppure, se non è riuscito a liberarsi, “fatalmente è irretito negli artifici sottili dell’esistenza fenomenica, che ricomincia una nuova vita” (21). Quanto si descrive nel “Bardo” ha qualche analogia con la fede cristiana, in un contesto totalmente diverso, non gnostico ma teista: il momento della morte per alcuni padri della Chiesa è l’incontro personale con il Cristo, nel quale si decide della proprie eternità, con una risposta non verbale ma di tutta l’esistenza. A questa considerazione va aggiunta la consapevolezza del cristiano di essere inabitato da Dio e di conseguenza la sua certezza di vedere la morte come dispiegamento di questa inabitazione. Da queste due indicazioni, alle quali molte altre di altre religioni potrebbero essere associate, risulta l’importanza di tale fase della vita e dell’attenzione che essa richiede da parte di tutti. Se la vita è importante, ancora di più lo è la morte, momento delicato della piena realizzazione umana. Ad essa quindi ci si deve accostare in punta di piedi, come si accosta il “mistero”. Essa esige quindi, come tutti i momenti significativi dell’esistenza, il supporto della solidarietà e la vicinanza di parenti e amici. Per tutti poi questo momento è quello della verità, che va messo a profitto per trovare il senso delle cose. Il pensiero della morte non ha nulla quindi di opprimente, se viene utilizzato come monito, affinché restiamo coscienti della fragilità dell’esistenza terrena e diamo senso a ogni istante della vita.
  3. Gesti di vicinanza e di solidarietà Quanto si è detto porta alla conclusione del rispetto della morte come della vita. L’entropia, dal punto di vista scientifico, diventa neghentropia se io pretendo di manipolare il meccanismo vita e morte (22). A me spetta accompagnare, lenire, motivare, ma non diventare arbitro. J. Habermas recentemente ha messo in guardia da coloro che manipolano l’esistenza in quanto non è sicuro l’amore nel loro agire (23). Martin Heiddegger parla della legge fondamentale della vita del “darsi cura” (24), Emmanuel Lévinas di responsabilità (25), Hans Jonas di solidarietà come tratto fondamentale dell’esistenza (26). Il contesto presentato richiede una ampia revisione dei comportamenti dei parenti e del personale sanitario nei confronti del morente. Morire con dignità significa diritto del morente ad essere curato e ad avere un accompagnamento umano negli ultimi momenti dell’esistenza terrena. Egli ha diritto a una morte “umana” anche a livello psichico-spirituale (27). Si innestano qui i temi dibattuti dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, ambedue contrari alla dignità del morire. Sarebbe da chiedersi in quale misura l’eutanasia non appartenga a una falsa pietà, frutto dell’egoismo e del rifiuto di chi assiste il morente o della disperazione di un morente che ha solo bisogno di aiuto (28); e in quale misura l’accanimento terapeutico non sia frutto della ricerca e sperimentazione scientifica o espressione del rifiuto dell’accettazione della morte. L’Organizzazione mondiale della sanità si è espressa per la tutela della persona e della sua integrità fisica e intellettuale e del dovere di fare il possibile per assicurare al paziente una morte dignitosa e senza dolore. L’accanimento terapeutico è uno sterile prolungamento della sofferenza che impedisce al morente di vivere la propria morte da protagonista (29). Più importante è un accenno ai bisogni del morente. Quando viene meno il soddisfacimento delle esigenze fisiche (30), si accentuano altri bisogni quali quelli di sicurezza, d’amore, di stima e considerazione, di realizzazione (31). Il più delle volte il morente invece si trova abbandonato da tutti, che non sanno che cosa dirgli o non vogliono soffrire, sradicato dal proprio ambiente, senza qualcuno capace di ascoltarlo, di tenergli la mano, di girargli il cuscino, di asciugargli la fronte (32). Solo invece in compagnia egli si sente sicuro e può scoprire le prospettive della trascendenza (33). Accompagnare il morente non è precederlo o indicargli la strada, ma stargli vicino: assistere un malato terminale, osserva Massimo Petrini, significa aiutarlo a restare sino alla fine un essere umano, capace di un desiderio che bisogna capire e soddisfare (34). Occorre pazienza ed ascolto, superando il semplice buon senso con quella “relazione di aiuto” richiesta dal morente, relazione fatta di empatia, condivisione, speranza (35). Tutto ciò dovrebbe essere risultato di un lavoro insieme, dal quale non possono essere esclusi i parenti (36). A conclusione potrebbe essere utile usare per la morte la categorie dell’“onore”, per il quale le persone sono disposte a dare la vita. C’è una pagina particolarmente suggestiva al riguardo di Simone Weil: “L’onore - afferma la scrittrice - è un bisogno vitale dell’anima (…). Questo bisogno è pienamente soddisfatto se ognuna delle collettività di cui un essere umano è membro lo fa partecipe di una tradizione di grandezza racchiusa nel suo passato e riconosciuta pubblicamente” (37). Essa è molto di più del rispetto; è il riconoscimento di un qualche cosa che è un bene di tutti.

1.       Cfr. Thomas L.V., Antropologia della morte, Milano, 1976 cit. in Spinsanti S., Umanizzare la malattia e la morte, Paoline, Roma, 1982, pp. 10-11.ì
2.       Leone S., Lineamenti di bioetica, Medical Books, Palermo, 1987, pp. 190-195.
3.       Cfr. Spinsanti S., Umanizzare la malattia e la morte…, p. 16.
4.       Cfr. Petrini M., Accanto al morente, Vita e pensiero, Milano, 1990, p. 172.
5.       Cfr. Reynolds F.E. (a cura di), La morte umana. Antropologia, diritto, etica, Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 1987, pp. 38-49.
6.       Cfr. Daniélou A., I quattro sensi della vita e la struttura dell’India tradizionale, Neri Pozza, Vicenza, 1998, pp. 81-84.
7.       Cfr. Bowker J., La morte nelle religioni. Ebraismo Cristianesimo Islam Induismo Buddhismo, S. Paolo, Cinisello Balsamo (Milano),1996, p. 266.
8.       Cfr. ivi.
9.       Guardini R., Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e pensiero, Milano, 1986, p. 86.
10.    Cfr. ivi, p. 65.
11.    Cfr. ivi, p. 57.
12.    Ivi, p. 12.
13.    Cfr. Boublik V., Teologia delle religioni, Studium, Roma, 1973, p. 131.
14.    Guardini R., Le età della vita…, p. 64.
15.    Ivi, p. 78.
16.    Bowker J., La morte nelle religioni…, p. 272.
17.    Tucci G. (a cura di), Il libro tibetano dei morti, TEA, Milano, 1988.
18.    Cfr. Raver J.-F.-Matthieu R., Il monaco e il filosofo. Il Buddhismo oggi, Neri Pozza, Vicenza, 1997, p. 279.
19.    Cfr. Tucci G., Introduzione, in Tucci G. (a cura di), Il libro tibetano dei morti, TEA, Milano, 1988, p. 6.
20.    Cfr. Surya Das, Gli otto gradini. La saggezza tibetana per il mondo occidentale, Mondadori (Oscar), Milano, 2000, p. 297.
21.    Cfr. Tucci G., Introduzione…, p. 7.
22.    Cfr. Bowker J., La morte nelle religioni…, pp. 272-274.
23.    Cfr. Habermas J., Fede e sapere, in «Il Regno attualità», a. XLVI (2001), n. 890 (1 novembre), p. 656.
24.    Cfr. Heidegger M., Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1982, p. 242.
25.    Cfr. Lévinas E., Etica e infinito. Dialoghi con Philippe Nemo, Città nuova, Roma, 1984, pp. 111-115.
26.    Cfr. Jonas H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologia, Einaudi, Torino, 1990, p. 125.
27.    Cfr. Davanzo G., L’eutanasia. Rilievi culturali e pastorali, in Aa.Vv., Eutanasia, EDB, Bologna, 1987, p. 42.
28.    Cfr. Petrini M., Accanto al morente…, pp. 171-173.
29.    Cfr. O.M.S., La salute e i diritti dell’uomo, Roma, 1978, p. 52.
30.    Cfr. Artioli G.-Marzi A.M., L’infermiere professionale e il morente: problemi attuali di assistenza, in Collegio Provinciale I.P.A.S.V.I. di Reggio Emilia (a cura di), Per… vivere morendo, Atti corso aggiornamento professionale 1988, Reggio Emilia, 1989, p. 21.
31.    Cfr. Sandrin L.-Brusco A.-Policante G., Capire e aiutare il malato, Camiliani, Torino, 1989, p. 17.
32.    Cfr. Spinsanti S., Umanizzare la malattia e la morte…, pp. 55-56.
33.    Cfr. Sandrin L.-Brusco A.-Policante G., Capire e aiutare il malato…, p. 21.
34.    Cfr. Petrini M., Accanto al morente…, p. 63.
35.    Cfr. ivi, p. 134.
36.    Cfr. Pasquot L., La morte e il morire visti da un’infermiera, in A.C.O.S. (a cura di), L’infermiera di fronte al dolore e alla morte, Atti convegno nazionale di Assisi 23-25 novembre 1984, Assisi, 1985, p. 134.
37.    Weil S., La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Leonardo (Mondadori), Milano, 1996, pp. 28-29.