L'anziano e il mondo dei valori

Giuseppe Dal Ferro

La  crisi della società industriale ha molte sfaccettature. Nasce  dalle difficoltà del modello di sviluppo e si nutre delle insoddisfazioni per una cultura misurata sulla produttività, scarsamente sensibile ai valori dello spirito.

L’uomo, che ha risolto i problemi materiali, riscopre oggi l’esigenza profonda dei cosiddetti beni immateriali (1), ossia dei "bisogni dell’anima" come si esprimeva Simone Weil (2). Molti parlano di una nuova epoca storica, contrassegnata dal post-moderno (3), cioè dal cambiamento di  aspirazioni  rispetto ai secoli precedenti, che erano stati dominati  dalla ricerca del potere sulla natura e dall’utilizzo della scienza e della tecnica ai fini della moltiplicazione  dei  beni materiali (4). L’uomo contemporaneo invece, risolti i  bisogni fondamentali dell’esistenza, è preoccupato della gestione del potere (5), divenuto pericoloso perché ‚ in mano ad alcuni uomini. Altri, più prudentemente, si limitano a parlare di  epoca post-materialistica (6), cioè di ricerca  di  beni immateriali e della qualità oltre la quantità senza avventurarsi in giudizi globali. In  un caso e nell’altro riaffiora il bisogno  di  "valori", cioè  di punti di riferimento universali, tali da  garantire la  globalità e l’universalità del vivere umano.  Si  arriva così a ritenere insufficiente il benessere materiale e pericoloso il diffondersi indiscriminato della tecnica, ed a riconsiderare  come  essenziale per l’uomo il recupero  della sfera simbolica (7). Le cose, la natura, gli uomini, i popoli hanno dimensioni enormemente più profonde e più vaste da scoprire e da considerare di quelle manifeste e sarebbe insipienza continuare a ridurle alla pura utilitabilità immediata. Rabindranath Tagore affermava che la  società industriale ha fatto il padrone schiavo di ciò di cui è padrone. Ricerca e produzione ci sono sfuggite di mano, come i cavalli al cocchiere. Siamo convinti che tutto questo torni a nostro  vantaggio, e che i nostri bisogni autentici siano  esclusivamente  quelli che possono venire  soddisfatti  dalla produzione  e dal consumo (8). E l’uomo intanto  vive  nella paura,  ha perso il godere per l’attendere,  il contemplare per  il ricercare, la pace interiore per l’inquietudine  del continuo progresso. La ricchezza materiale infatti non appaga e rinvia al continuo accumulo; l’appagamento sessuale fisico  rende inquieti e spinge alla ricerca di  sempre  nuove esperienze. E’ invece solo nel mondo simbolico che l’uomo si realizza, consentendo esso di cogliere nella parte il tutto e  rivelando la gioia delle piccole cose, esistendo fra  noi la  natura e gli altri un’affinità, un’armonia  ed  un’unità profonda (9).Ecco perchè il tema dei valori riaffiora urgente nel  nostro tempo e ripropone la necessità di recuperare anche  l’inutile: "Se manca il rifugio di un margine - scrive in un romanzo Romain Gary - che accoglie quanto è apparentemente inutile  e strano, quanto non si identifica con noi e con  quello che può esserci direttamente utile, siamo destinati alla rovina  (...), perdiamo la gioia di vivere, rimaniamo  uccisi dalla  noia suprema che ci assale di fronte a quella  realtà che conosciamo e che siamo, di fronte al riflesso  di  noi stessi"  (10). Solo in questa prospettiva ha significato  il bambino che gioca ed il malato che soffre e non è inutile la contemplazione. Cerchiamo  di definire l’universo simbolico, per poi  vedere se  esista un rapporto privilegiato di esso  con  l’anziano, così da farne un testimone privilegiato.

  1. Complessità del termine valore Il termine “valore” può essere visto in rapporto alla vita della persona e in rapporto alla società. Nel primo caso, cioè in rapporto alla vita della persona, sono due gli aspetti del valore evidenziati dagli studiosi, il carattere di essere “concezione stabile di ciò che è desiderabile” e la capacità di divenire “motore dell’azione”. È quindi punto di riferimento per il giudizio ed insieme convinzione secondo la quale l’uomo agisce di preferenza. Si vede subito come il valore vada oltre l’immediatezza (concezione stabile) ed abbia una prospettiva sempre aperta, un carattere simbolico. È evidente inoltre che il valore tende a trasformarsi in azione attraverso l’intenzionalità. Esso quindi influenza la selezione del fine concreto, dei mezzi e dei modi di agire, anche se non determina automaticamente il comportamento, nel quale si possono inserire piacere, preferenze, obbligazioni morali, desideri, fini, bisogni, avversioni ed attrazioni. È sempre possibile poi fare di ciò che è parziale un valore assoluto, e quindi crearsi dei valori artificiali, sostitutivi di quelli acquisiti nella socializzazione. In secondo luogo i valori hanno uno stretto rapporto con la società: “Una comunità di uomini non saprebbe esistere senza una comunità di valori”, proprio perché i valori sono la base costitutiva dell’identità storica di un popolo, svolgendo in esso alcune fondamentali funzioni sociali: “guidano l’agire, la valutazione, la giustificazione, la comparazione tra sé e gli altri, in modo che siano soddisfatti i bisogni di adattamento, di difesa dell’io, di autorealizzazione”. Qualcuno ha scritto che i valori nella società possono essere paragonati ai cromosomi biologici, che assicurano a un popolo identità e coesione. Questa seconda analisi pone il problema dell’oggettività dei valori, pur all’interno della storicità. I valori, radicati nel mondo soggettivo come abbiamo visto, diventano oggettivi in misura in cui vengono accettati da molte persone o addirittura da tutto un popolo attraverso l’eredità sociale e attraverso l’interazione sociale. Al suo primo apparire, un nuovo valore crea conflitto; successivamente entra in relazione con gli altri attraverso parziali convergenze e diviene oggettivo, cioè valido e universale per tutti. I valori invece, privi di validità intersoggettiva, finiscono per ritornare nel privato, oppure sono modificati finché non rientrano in un consenso sopra-personale. Accanto all’analisi soggettiva ed oggettiva dei valori, è possibile una terza, quella derivante dalla percezione dei valori della totalità, fonte del sistema di significato. L’uomo, al di là dei valori parziali, percepisce sullo scenario dell’esistenza una visione unitaria della realtà e si pone alcuni interrogativi: che cos’è l’uomo? che cosa può sapere? che cosa dovrebbe fare? che cosa può sperare quaggiù (speranza politica)? che cosa può sperare oltre questo mondo (speranza religiosa)? Sullo sfondo di questi interrogativi si delinea il problema del senso della vita e l’orientamento fondamentale dell’esistenza. Questi valori della globalità, come si vede, non sono immediati e richiedono di essere interiorizzati attraverso una esperienza e una libertà interiore non comuni agli uomini. È da aggiungere però una quarta considerazione, relativa alla gerarchia dei valori. Nell’individuo, come nella società, i valori si presentano sempre in gerarchia. Parlare di perdita di valori in una società è improprio; più corretto è parlare di mutamenti nella gerarchia di valori. “Per fare una rivoluzione di valori non è necessario un capovolgimento radicale ma basta lo sradicamento anche di un valore solo tra i primi della gerarchia”. La gerarchia può essere misurata psicologicamente attraverso l’intensità, l’universalità, la coesione, con le quali il valore è assunto, applicato, collegato dall’individuo ad altri valori. Si tratta in altre parole di vedere la sua centralità o meno nella vita di una persona o della società. La mobilità della gerarchia dei valori è tipica di una società pluralista come l’attuale, dove convivono gruppi sociali diversi, accomunati dagli stessi valori, anche se assunti con gerarchie diverse. I valori, di cui abbiamo parlato, sono essenziali alla vita umana perché l’uomo, proprio per la sua capacità di andare oltre la fattualità immediata e di proiettarsi in un orizzonte di possibilità, diviene soggetto della storia. L’universo simbolico è così l’abitare propriamente umano, in quanto suscita motivazioni e dà forma e senso all’esperienza. “Il linguaggio, il mito, l’arte, la religione - afferma Francesco Donadio - fanno parte di questo universo, sono i fili che costituiscono il tessuto simbolico, l’aggrovigliata trama della umana esperienza”.

  2. Anziani e valori L’universo simbolico ci consente di recuperare le età della vita  nella  loro unità ed insieme nella  loro  peculiarità (17). L’uomo è sempre nuovo. Ogni anno ed ogni giorno  della sua vita  accade una sola volta, ed è insieme  espressione della  totalità dell’esistenza. In ogni età l’uomo  esprime qualcosa  di  nuovo, di creativo e di un’impronta  al  mondo circostante. Tuttavia  ogni fase dell’esistenza  esiste in funzione della totalità e, danneggiando una fase, si danneggia la totalità ed ogni singola parte. "Non appena non s’avverte più questo sprone a vivere l’esistenza - scrive Romano Guardini - nasce un sentimento di monotonia che può crescere fino alla disperazione" (18). Ora  i problemi della condizione anziana sono molti  e  complessi. Fra questi però emerge il bisogno di  sentirsi qualcuno, di essere utili, in altre parole di continuare ad  essere "soggetti" storici. Il problema delle persone  anziane perciò  si pone non in termini di assistenza ma  di  qualità della  vita, non di atto benevolo dovuto a  una  particolare categoria di persone ma di risorsa per l’intera società.  Si tratta infatti di superare l’attuale situazione assurda  che emargina e costringe all’insignificanza le persone negli ultimi circa 20/25 anni di vita e riconoscere loro piena  cittadinanza. Si pensi ad un individuo che a 65 anni, se non prima, lascia il lavoro ed improvvisamente cade nell’inutilità sociale: a lui non si chiede più nulla, se non di riposarsi. Subentrano così in lui stati psicologici di incertezza e di  destrutturazione  della personalità, accompagnati da regressioni  affettive, paure, ansie (19). La regressione porta l’anziano a comportamenti assunti nell’infanzia e poi abbandonati,  perchè non più adeguati alla vita adulta. L’ansia della perdita di identità lo porta all’insicurezza, accompagnata da un calo di efficienza, dovuta soprattutto alla perdita della  capacità di utilizzazione produttiva delle conoscenze acquisite. Si accorge di essere inutile e diventa introverso, irritabile,  spesso concausa del proprio isolamento (20). Questi fenomeni sono riconducibili al declino dell’età,  oppure  derivano dalla deresponsabilizzazione dell’anziano  da parte della società? Il fenomeno dell’invecchiamento è indubbiamente  complesso, ma  certamente si ingigantisce nelle conseguenze  quando  si assume come modello di uomo il giovane o la persona matura e si giudicano gli altri, arbitrariamente, a partire da questi modelli.  La divisione rigida del lavoro fra chi si  prepara alla vita, chi lavora e chi va in pensione, finisce per valorizzare solo chi ha la possibilità di vivere in modo  produttivo, indipendente e prospero (21). L’uomo però non è  un semplice  oggetto, che con il tempo si consuma o diminuisce le  sue prestazioni. Il problema dell’anziano ha  quindi  la sua origine e la sua fonte alimentatrice in motivi di natura culturale, per cui gli interventi sociali e politici devono essere ricondotti non alla sola sopravvivenza, ma alla  scoperta del suo ruolo sociale, basato sulle peculiarità e  sugli interessi a lui propri (22). Solo il mito dell’efficienza riduce l’uomo alla produzione, poichè il profitto,  come scopo della vita, significa reificazione dell’uomo, sua  riduzione a macchina per produrre. Gli anziani di  conseguenza vengono esautorati, emarginati perchè non produttivi. Questo però è un principio di disumanizzazione per tutti (23). E’ indispensabile perciò recuperare la vita come globalità e collocarci nella prospettiva simbolica, che recupera il senso delle cose al di là dell’utilità immediata. "Il  misconoscimento della vecchiaia e della fanciullezza - scrive Romano  Guardini - vanno di pari passo: il fatto che l’uomo  diventa  vecchio viene rimosso e nasce l’immagine  idealizzata dell’uomo  e della donna che hanno sempre  vent’anni  (...).D’altra  parte,  il bambino è perso di vista; al  suo  posto compare il piccolo adulto, una creatura nella quale si è  inaridita la fonte delle energie interiori" (24).

  3. Recupero dell’identità dell’anziano A questo punto emerge prioritario il discorso  dell’identità culturale  dell’anziano, inteso non come quello che non  può svolgere  certi servizi, ma come colui che ha una  ricchezza propria,  di cui gli altri hanno bisogno. La  situazione  di "anziano" è una esperienza non trasmissibile. E’ il risultato della vita e di conseguenza è una ricchezza di cui mancano le altre generazioni. L’anziano  è colui che ha esperienza (25). Le  illusioni  in lui svaniscono ed emergono i valori perenni. Se la sua  vita non è un rincorrere fatuo di sogni giovanilistici, che  puntualmente sfuggono lasciano nello sconforto  dell’inutilità, egli si colloca sul versante del significato e quindi  della saggezza. Arriva così a pensare, scrive il Guardini, che "il mistero  faccia parte della chiarezza, che esso  costituisca la  profondità che l’esistente deve avere per non  diventare un’illusione;  che l’essere sia fatto di mistero:  le cose, gli avvenimenti, l’intero evento che si chiama ‘vita’" (26). La sua forza non è più la "dynamis" immediata. Egli irradia: "non affronta con aggressività la realtà, non la tiene sotto stretto  controllo, non la domina, bensì rende manifesto  il senso delle cose e, con il suo atteggiamento disinteressato, gli dà un’efficacia particolare" (27). I tratti allora della sua identità potrebbero essere una profonda libertà interiore, la capacità di vivere l’oggi e di testimoniare i  tratti di una vita a misura dell’uomo (28).  
      
    1. Esperienza di libertà interiore. Libero dal lavoro, dagli interessi  immediati, dall’ansia di riuscire e di  produrre, l’anziano è nella condizione di giudicare le cose in profondità, secondo quella "saggezza", che coniuga scienza e  sapienza, avere ed essere, progresso tecnico e crescita umana. Anche  per  lui questa situazione non  è  scontata:  risulta dall’accettazione dei propri limiti, dalla rinuncia dell’autorità e dalla ricerca del senso profondo della propria vita accettata con serenità ed equilibrio.
    2. Capacità di vivere il presente come convergenza del  passato e del futuro. L’anziano è colui che ha un vissuto  particolarmente  ricco,  se è vero che la storia  è  cumulativa nella esperienza delle persone. Essendo poi vicino alla conclusione dell’esistenza, egli è in grado di assumere il  significato profondo, che si riflette come una luce che  illumina  tutto  il vissuto.  Questa  capacità  certo  richiede nell’anziano  la  spontaneità a riflettere sul  suo vissuto senza rimpianti e insieme l’abitudine di guardare serenamente verso il futuro.
    3. Testimonianza di umanità, del senso della vita  e  della religione. La società nella quale viviamo tende a  privatizzare  gli atti più importanti della vita umana, come la  nascita, la morte, il lavoro, il tempo libero, il  matrimonio. Di  conseguenza  l’uomo perde il significato.  Gli  anziani, possono diventare maestri di umanità ed insegnare agli uomini  il senso del sacrificio, del dolore e dello  scacco.  In questa prospettiva diventano i testimoni pieni di una  esperienza  religiosa. "Così avviene talvolta - scrive il  card. Giovanni Colombo - che le parole proferite dalle labbra  di un anziano si staccano dalla vita vissuta e cadono come semi nella vita da vivere: illuminatrici nel dubbio di scelte importanti; ammonitrici nella baldanza di incauti comportamenti; confortatrici nell’ora dell’insuccesso, dell’umiliazione, dell’abbandono; incitatrici nell’asprezza o nella  monotonia  del proprio dovere; esortatrici a non tradire la  coscienza;  ispiratrici  di soavi disposizioni  che inclinano l’animo  a riconoscere la buona fede negli altri, a  scusare gli  errori, a perdonare i torti, e soprattutto a  far loro del bene in ogni possibile occasione, perchè c’è più gioia a dare che a ricevere" (29).
    Se l’anziano ha questa identità culturale, la società ha bisogno  di  lui. Il suo significato sociale non è nel  fare quello che fanno meglio di lui gli altri, ma nel testimoniare  semmai, anche nell’eventuale lavoro, i valori  umani  in esso  contenuti.  In questo senso egli non  è l’uomo  della "quantità"  ma della "qualità", non l’uomo dell’"avere",  ma dell’"essere", il cittadino che superficialmente sembra inutile, ma della cui mancanza ci si accorge forse solo quando non  c’è più. Si può vivere alla giornata senza anziani,  ma senza di essi non si fa storia, ovvero si potrebbe costruire un  mondo contro l’uomo. Gli anziani, scrive  Thomas Berry, sono dotati di "particolare saggezza in quanto molti anni di esperienza  hanno fornito loro una profondità di  intuizione (...) e una profondità di visione per prendere le più importanti  decisioni vitali della società" (30). Il  loro  ruolo sociale  quindi è più sulla linea della saggezza  che  della produzione, essendo essi abilitati a leggere gli avvenimenti in profondità, senza lasciarsi fuorviare da facili  razionalizzazioni  o da manipolazioni interessate.  Di conseguenza gli anziani diventano gli uomini della riconciliazione,  attenti alla complementarietà delle cose e al bisogno profondo umano  di  solidarietà fra gli uomini e con la natura. Nel trapasso culturale attuale, essi ci indicano la strada  per una nuova umanizzazione, che non affida alla scienza e  alla tecnica  la  qualità della vita, ma ricerca un  futuro, nel quale l’uomo ha sì il potere sulla natura, ma è capace anche di gestire il potere, cioè è padrone di esso (31). Questo ruolo per l’anziano non è una qualità spontanea, conseguente all’avanzare degli anni. Esso richiede  l’abbandono dei rimpianti, il rifiuto dell’ancoraggio a forme di realizzazione sociale del passato, il superamento dei ruoli  autoritativi dell’età adulta. L’atteggiamento consono all’anziano  non è quello della decisione, ma quello del saggio,  del consigliere,  della persona matura psicologicamente.  Questo ruolo d’altro lato non è neppure riconosciuto dalla  società attuale,  dominata ancora dalla scala di valori dell’efficienza produttiva. La crisi sociale però in atto, sembra  esprimere la nostalgia di quanto si è in passato trascurato e sembra manifestare disponibilità a riconsiderare bisogni umani, sulla linea di una nuova umanizzazione della vita.  La ripresa perciò di questo tema, non come problema di  alcuni ma  di tutti, può essere particolarmente importante per  la maturazione  di una mentalità nuova necessaria a  tutti per una migliore qualità della vita. Ripensare alle persone anziane significa anche recuperare  e valorizzare la ricchezza di cui sono portatrici. I  problemi della  terza età appartengono all’intera umanità  la  quale, risolvendoli,  potrebbe raggiungere la sua  vera  dimensione umana. Nei momenti storici di transizione culturale, di  rapide  e profonde trasformazioni come il nostro,  il  fascino del nuovo è allettante e può far perdere di vista il  valore della  continuità storica, che è sempre espressione  di  civiltà. Se è giusto che le persone anziane lascino i ruoli autoritativi  ai  più  giovani, nei quali prevale  l’analisi  della realtà e l’audacia delle decisioni, non di minor valore sono altre presenze riconducibili alla "saggezza" e alla  "riconciliazione",  senza delle quali la vita diventa disumana  e disumanizzante. Alla famiglia, al quartiere, alla vita sociale, alla pastorale, dobbiamo restituire quindi questa presenza, che con la vita, ancor prima che con le parole, richiama un modo di vivere,  di  agire e di comportarsi in accordo con  i  supremi principi etici, acquisito attraverso una lunga esperienza di vita,  la quale sa ricondurre alla complementarietà le  posizioni apparentemente contrarie. "La  vita degli anziani - ha affermato Giovanni Paolo  II  - aiuta a chiarire la scala dei valori umani; mostra la continuità delle generazioni e palesa meravigliosamente la interdipendenza  del Popolo di Dio. Gli anziani hanno  spesso  il carisma di far da ponte fra le divergenze delle  generazioni prima  che siano  insanabili"  (32).  Restituire  il  posto all’anziano significa preoccuparsi della sua presenza  negli organismi  di  partecipazione, tener conto dei  suoi  pareri nell’elaborazione delle decisioni, metterlo in condizione di sentirsi "a casa", amato ed ascoltato.

  4. Educazione ai valori Nella terza età, come si è detto, il bisogno di senso aumenta,  perchè  diminuisce il "fare". Si potrebbe dire  che  si fanno  incalzanti  le domande globali,  perchè  l’esperienza della  vita disillude e l’approvazione altrui  si  dimostra sempre più fallace ed interessata. D’altra parte nelle  fasi precedenti della vita non c’è stata la possibilità di approfondire  in modo consapevole e personalizzato questi  valori globali, accettati per lo più formalmente o spontaneamente, senza la preoccupazione di incarnarli nei molteplici aspetti dell’esistenza. Sono espressione di questa difficoltà molti anziani illusi di vivere la vecchiaia soltanto come una vita che si prolunga, dove il giovane rimane il modello: "in fondo, il vecchio non sarebbe allora altro che un giovane  sminuito; e tutto questo si collega con la fiducia nell’abilità dei medici a prolungare la vita, e con la fiducia in  metodi terapeutici la cui efficacia sarebbe ‘miracolosa’" (33).  La società contemporanea da parte sua, caratterizzata da grande apertura e da instabilità, dovute alle rivoluzioni  scientifica  democratica e culturale, ha sprigionato energie,  iniziative  e creatività, ma ha lasciato al singolo gravoso compito di fare in sè unità. In che modo allora le Università della terza età possono offrire un contributo ai loro frequentanti in questa  direzione? Questo obiettivo, a mio parere, misura il valore di tali istituzioni culturali e il loro significato. Gli obiettivi a questo proposito potrebbero essere fondamentalmente tre:  lo sviluppo della creatività, il recupero del senso del mistero e del linguaggio simbolico, la capacità di trasmettere i valori. La persona anzitutto, con il progredire degli anni, tende  a ripetere  e a cristallizzarsi su comportamenti e  situazioni abituali.  La vita diventa così fissa, ancorata a  sicurezze esterne (34). La creatività invece, che può essere stimolata in  molte forme dal disegno alla capacità innovativa di  disporre in modo sempre nuovo i mobili della propria casa,  abitua  ad affrontare il rischio del nuovo e a  cogliere  le mille  sfacettature della realtà, non certo evidenti  in  un primo contatto (35). Si pensi per esempio alle forme diverse di considerare una situazione e all’utilità di questa analisi al fine di accettare la diversità. L’esperienza, in secondo luogo, ci presenta gesti e cose che vengono accantonati come inutili in una società che ha investito  tutto sulla produttività. La sofferenza di un  handicappato, la gioia di un bambino, la testimonianza di un Carmelo,  sono fatti in questa ottica insignificanti, anche  se possono essere, in ottiche diverse, preziosi stimoli per accogliere il mistero, cioè ciò che non conosciamo, non presumiamo di poter conoscere. Si sviluppa così nella persona  il linguaggio  simbolico, che rinvia sempre a  significati  più profondi, proprio perchè ogni avvenimento è  spiraglio  sul futuro. Questo non è un linguaggio che si consuma come quello  utilitaristico, ma è la parola del sapere  di  eternità, che prende forma nell’arte e nei testi sacri. La capacità di trasmettere i valori, in terzo luogo, è favorire il cammino della civiltà, che, nel mutare delle  situazioni e dei costumi, perpetua nel tempo i valori di  riferimento,  che costituiscono l’identità di un popolo e che  rispondono  alle domande radicali di senso. Nella società  attuale  il processo di demitizzazione ed il gusto della  trasgressione,  se  da un lato ha liberato  l’uomo  da  atavici tabù, ha reso fragile ed incerta la trasmissione dei valori; ossia la "codificazione culturale" (36). Alcuni autori  parlano di frattura valoriale fra le generazioni, altri colgono una "continuità e discontinuità selettiva" (37). Rimane  comunque essenziale per il vivere sociale il recupero dell’interesse per la civiltà, proprio per superare i mali del  nostro tempo quali l’incomunicabilità, la forte conflittualità sociale, la difficoltà di uscire dalle singole  soggettività per  convergere in  scelte comuni. Se oggi si è  interrotta, come  ritengono molti studiosi, la trasmissione lineare dei valori, è pur vero anche che riemergono continuamente  problemi senza soluzione, per cui si ritorna al sacro, all’etica ed alla contemplazione. Si potrebbe allora ipotizzare una "funzione  ermeneutica"  degli anziani nella  lettura  delle nuove  emergenze, avendo essi nell’esperienza e  nei  valori antichi una capacità valutativa ignota alle nuove generazioni. Queste capacità, che in qualche modo si rifanno  all’identità anziana, non sono comunque sviluppate negli anziani, che noi quotidianamente incontriamo. Costituiscono  tuttavia delle potenzialità che le Università della terza età possono sviluppare, in modo da fare degli anziani dei "testimoni  di valori". A  questi  fini  possono esser utili  tutte  le  discipline, purchè  svolte secondo alcune categorie quali  l’interdipendenza dei problemi, la convergenza e la correlazione profonda degli opposti, il recupero dell’apparentemente  inutile, l’esigenza della riconciliazione dell’unità e della pace con gli uomini e con la natura. Non si tratta di alterare il valore scientifico delle discipline impartite, ma di  saperle sempre collocare all’interno di un contesto, del quale  sono parte e dal quale desumono il significato. L’adulto e l’anziano a questa scuola possono diventare "saggi",  cioè persone che guardano gli avvenimenti  in  profondità, senza lasciarsi intimorire da essi, convinti che  ogni cosa  ha un perchè, dato che il duraturo non è  in  rapporto alla vita biologica ma alla persona.

  5. Testimonianza nella crisi Più volte si è sottolineata l’urgenza nella società di  oggi di  un recupero dei valori, base per un  consenso  generale, per risolvere i mali che ci affliggono. Le continue  richieste di ricostruzione del tessuto sociale attraverso un’etica comune sono l’aspetto più appariscente di tale urgenza (38). C’è infatti nel nostro tempo la prevalenza del benessere materiale ed un’apatia per ciò che non è materialmente  sperimentabile, cosicchè la riflessione attorno al valore supremo diventa frammentaria ed occasionale. I problemi dell’umanità vengono  così affrontati senza responsabilità,  ovvero  solo per gli aspetti di fattibilità e non di eticità, per cui una crescente permissività è ritenuta rispetto della libertà altrui. Predomina una babele di linguaggi e di autonomie decisionali,  la  quale mette in pericolo la pace, la  vita,  il progresso  globale (39). E’ evidente che in questo clima  lo svantaggiato  è  l’anziano, meno tecnicamente  attrezzato  e svalorizzato perchè portatore di una tradizione. Ci sembra allora che la rinascita della società esiga di restituire alle persone anziane il loro ruolo e l’aiutarle  ad essere quello che sono, senza illusorie ed interessate false proposte. Avremo nella società allora una maggior riconsiderazione  dell’universo dei valori ed una ripresa  di  quella "codificazione culturale", che è indispensabile per il vivere umano.

1. Cfr.  INGLEHART R., “La rivoluzione silenziosa”,  Rizzoli, Milano, 1983.
2. Cit.  in BERNARDI U., “Le radici dei giorni. Per una  so­ciologia  del mutamento”, Del Riccio, Firenze, 1987  (2),
3. Ci sono al riguardo molte pubblicazioni fra le quali ri­cordiamo: AA.VV., “Il pensiero debole”, a cura di  VATTIMO - ROVATTI P.A., Feltrinelli, Milano, 1983; JONAS  H. “Dalla fede antica all’uomo tecnologico”, Il Mulino, Bolo­gna, 1991; ARDIGO’ A., “Per una sociologia oltre il post-moderno”, Laterza, Roma-Bari, 1988.
4. Cfr. GUARDINI R., “Fine dell’epoca moderna”,  Morcelliana, Brescia, 1954, pp. 41-48.
5. Cfr. GUARDINI R., “Il potere”, Morcelliana, Brescia, 1954, p. 92.
6. Cfr.  GUBERT R., “Conclusioni”, in AA.VV.,  “Persistenze  e mutamenti  dei valori degli italiani nel contesto  euro­peo”,  a cura di GUBERT R., Reverdito, Trento, 1992,  pp. 577-578.
7. Cfr. DONADIO F., “Filosofia e cultura. Riflessioni prope­deutiche  al concetto di inculturazione”, in AA.VV., “In­culturazione della fede”. Saggi interdisciplinari, a cura di GENERO B., Dehoniane, Napoli, 1981, pp. 47-50.
8. Cit. in JENSEN O., “Condannati allo sviluppo! Le religio­ni  di fronte al problema ecologico”, Claudiana,  Torino, 1981, p. 105.
9. Cfr. ivi, p. 89.
10. Cit. ivi, p. 45. Il romanzo dello scrittore francese Ro­main Gary porta il titolo di "Le radici del cielo"  (Pa­rigi, 1956).
11. Cfr.  CACCIAGUERRA F., “L’assimilazione dei valori  nella famiglia”, Lint, Trieste, 1989, pp. 7-8.
12. Ivi, p. 10.
13. Ivi, p. 11.
14. Cfr. SCAPIN P., “Senso della vita e terza età”, in AA.VV., “Sviluppo  culturale  nella vita anziana”, a cura  di  DAL FERRO  G., Rezzara, Vicenza, 1984, p. 104.
15. CACCIAGUERRA F., “L’assimilazione dei valori...”, p. 11.
16. DONADIO F., “Filosofia e cultura...”, p. 48.
17. GUARDINI R., “Le età della vita. Loro significato  educa­tivo e morale”, Vita e pensiero, Milano, 1986.
18. Ivi, p. 12.
19. Cfr.  DAL FERRO G., “Ruolo degli anziani. Ricerca  psico- socio-pedagogica  sulla vita anziana”, Rezzara,  Vicenza, 1985, p. 41.
20. Cfr.  RIVA A., “Ricerche psicologiche sugli  anziani”,  in AA.VV., “Dalla parte degli anziani”, a cura di ANTICO  L.- GRECCIA E., “Vita e Pensiero”, Milano, 1978, pp. 75-99.
21. Cfr.  PASTRANA  G., “Verso un’etica della terza  età”,  in AA.VV.,  “Gli  anziani oggi per una terza  età  attiva  e creativa”, Dehoniane, Napoli, 1981, p. 44
22. Cfr.  GALLANTIN  ANDERSON B., “La condizione  della  vec­chiaia: fatti, teorie e tendenze”, in AA.VV., “Gli anziani oggi per una terza età… attiva e creativa”, Dehoniane, Na­poli, 1981, p. 28.
23. Cfr.  FAHEY  CH., “La vecchiaia e la Chiesa:  per  e  con l’anziano”, in AA.VV., “Gli anziani oggi per una terza età attiva e creativa”, Dehoniane, Napoli, 1981, p. 94.
24. GUARDINI R., “Le età…...”, p. 66.
25. DAL  FERRO  G.,  “Anziano, colui che  ha  esperienza”,  AA.VV., “Sviluppo culturale nella vita anziana”, a cura di DAL FERRO G., Rezzara, Vicenza, 1984, pp. 33-48.
26. GUARDINI R., “Le età…...”, p. 78.
27. Ivi, p. 64.
28. L’argomento è trattato ampiamente in: DAL FERRO G., “Ruolo degli anziani...”, pp. 94-102.
29. COLOMBO  G., “La pastorale della terza età…”, Elle  di  ci, Torino-Leumann, 1979, p. 14.
30. BERRY TH., “Gli anziani: il loro ruolo creativo nella comunità…”,  in AA.VV., “Gli anziani oggi per una  terza  età…attiva e creativa”, Dehoniane, Napoli, 1981, p. 73.
31. Cfr. GUARDINI R., “Il potere...”, pp. 95 ss.
32. Discorso   al "Forum internazionale" di  Castelgandolfo, 5.9.1980.
33. GUARDINI R., “Le et…...”, p. 65.
34. Cfr. DAL FERRO G., “Psicologia della vita anziana”, Rezza­ra, Vicenza, 1988, pp. 42-47.
35. Cfr. AA.VV., “Creatività…nell’anziano”, Atti del IV   Congresso  Federuni, Vicenza, 13-16 giugno  1985,  Rezzara, Vicenza, 1986.
36. Cfr.  DAL FERRO G., “L’anziano fra passato e  futuro”,  in  AA.VV.,  “Anziani  e vita quotidiana”, Atti  IX  Congresso 1990 e V Conferenza organizzativa 1991 Federuni,  Rezzara, Vicenza, 1991, pp. 90-92.
37. Cfr. DAL FERRO G., “Università della terza età e trasmissione dei valori”, in AA.VV., “Anziani e vita  quotidiana”, Atti IX Congresso 1990 e V Conferenza organizzativa 1991 Federuni, Rezzara, Vicenza, 1991, p. 103.
38. Sull’argomento  possono essere viste due  pubblicazioni: KUNG H., “Progetto per un’etica mondiale”, Rizzoli,  Milano, 1991; JONAS H., “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”, Einaudi, Torino, 1990.
39. Cfr. DEMARCHI F., “Homo sapiens. Problemi  socio-antropo­logici”, Rezzara, Vicenza, 1983, pp. 71-74.