L'anziano, un cittadino

Significato del termine Ci sono modi diversi di definire l'anziano a seconda del suo stato di indigenza (legislatore), di salute (problemi dell'invecchiamento), o sociale (fasce di età). La parola anziano ha complessivamente una valenza negativa e si rifà storicamente al concetto ottocentesco, che identificava anziano con povero, minorato psichico, oggetto di assistenza-beneficienza, quasicchè la salute mentale coincidesse con la età adulta.

  • Pietro Pavan distingue vecchiaia da anzianità. La prima è caratterizzata dall'affievolersi del ritmo della vita nella zona vegetativa e sensitiva, e spesso, di riflesso nelle manifestazioni tipiche della vita spirituale (scienza, sapienza, arte, morale, diritto, amore, credenza religiosa). La seconda invece, l'anzianita', è un periodo nel quale ci si sente in grado di vivere la propria vita in pienezza (1).
  • Il termine "anziano" etimologicamente deriva dal latino medievale "antea" ed indica  "priorità" rispetto ad altri, divenuta, con il tempo, esclusivamente indicatore di natura cronologica. Il termine tuttavia è ancora usato per indicare l'assessore più votato, chi presiede la comunità ecclesiale (presbitero), lo studente universitario già esperto e colui che sta completando il servizio militare. Si  potrebbe allora definire anziano, come abbiamo fatto altrove (2), "colui che ha esperienza", colui che ha qualche cosa da tramandare nel piano della  prassi. "Vecchio", invece, indica una situazione di involuzione psico-fisica.
  • Anche la vecchiaia però è sempre una esperienza umana e di conseguenza negativa o positiva a seconda dei valori tradizionali e comportamenti della persona. In una concezione neo-naturalista essa è una realtà da accettare come naturale; in una concezione tecnologica essa è una realtà da vincere. Se invece l'uomo è persona, essa diventa una esperienza nuova, parte integrante di tutto il processo della vita: "gli anziani hanno un avvenire ed uno scopo - scrive Gabriele Pastrana. Bisogna  essere  sereni per cercare di scoprire quello che seguirà e quale sia per l'insieme della vita, il vero significato di questa tappa finale" (3).
  • Verso una società di anziani? Il problema anziani è esploso solo recentemente in seguito al decremento demografico, al prolungamento della vita media, all'esasperata organizzazione tecnico produttivistica della società, così da divenire fenomeno sociale.   
    • Dopo il "baby boom" (esplosione delle nascite) degli anni '60, si assiste oggi al progressivo incremento della popolazione anziana. I dati statistici indicano il passaggio della percentuale degli anziani, rispetto alla popolazione, nell'Italia settentrionale e centrale dal 15% del 1961 al 25% del 2001, a differenza dell'Italia meridionale, dove l'incremento percentuale sta passando dal 12% del 1961 al 18% del 2001 (4).
    • Il fenomeno,comune anche se in proporzione leggermente diversa agli Stati occidentali, è conseguenza della caduta demografica in Italia negli ultimi vent'anni (il quoziente di natalità, cioè di nati vivi per mille abitanti, è sceso dal 18,3 del 1961 al 10,8 nel 1984) e dall'aumento contemporaneo della vita media (passato dal 1961 al 1981, da 69,8 anni di vita a 73,9) (5).
    • La situazione è carica di conseguenze se pensiamo al progressivo aumento dell'indice di vecchiaia (rapporto tra popolazione in età da 60 anni in poi e popolazione con meno di 15 anni) che passa dal 66,03% del 1961 al 130,58% del 2001; all'incremento dell'indice di dipendenza (rapporto tra la popolazione in età non attiva con età superiore ai sessant'anni e popolazione in età attiva compresa tra i 15 e i 59 anni) che passa dal 24,18% del 1961 al 36,23% del 2001 (6); alla progressiva feminilizzazione dell'età anziana se si tien conto che il 58% della popolazione degli ultrasessantenni è rappresentata dalle donne (7); alle prospettive future migratorie dal Sud al Nord e dai Paesi del Terzo mondo con natalità ancora alta all'Europa e all'Italia (8).
    • Si prospetta in futuro per l'Europa e per l'Italia la situazione di Paese benestante e vecchio,proteso più alla conservazione che all'innovazione, alle prese con fenomeni conflittuali conseguenti all'immigrazione soprattutto da parte di un terzo mondo in cerca di lavoro e ricco di figli. Gli anziani, oggi espulsi dal ciclo lavorativo ancora in condizione di efficienza per le ferree leggi dell'organizzazione sociale del lavoro, saranno i più sfavoriti, privi di ruolo sociale, in situazione economica precaria e forse,secondo Barbara Gallatin Anderson, "sottoposti a uno sforzo considerevole poichè relativamente pochi giovani, o giovani altamente impoveriti, lavorano per mantenere un numero relativamente grande di persone in pensione" (9).
  • Emarginazione dell'anziano Nell'ultima decina d'anni si è affermata anche in Italia la parola "emarginazione", per indicare la situazione di colui che viene a trovarsi isolato dal sistema sociale senza possibilità di mutare il sistema (potere), di uscirne (dipendenza), con la consapevolezza della propria situazione discriminatoria (comunicazione). Questa lontananza  dipendenza  sociale è causa di continue frustrazioni, è  un fatto duraturo nel tempo, oggetto di assistenza da parte di mani pietose o dello Stato ed è  spesso tipica della persona anziana che, dopo aver lasciata l'attività produttiva, si trova senza ruoli definiti, spesso in situazione di dipendenza economica, fisica e psicologica, non solo nella società ma anche nell'ambiente familiare. E' situazione che può degenerare in involuzione psicofisica ("vecchiaia"). Questa situazione può avere una doppia origine, una socio-culturale  ed una economico-politica. Queste due  insieme a  loro volta danno origine al fenomeno dell'"autoemarginazione"(10).         
    1. Emarginazione socio-culturale. Quando una persona entra in relazione si sente giudicata positivamente o negativamente. In questa valutazione pesano i  pregiudizi sociali. La nuova coscienza dei diritti umani teoricamente sembra aver superate tali discriminazioni, ma non ha impedito il diffondersi di altri pregiudizi culturali come l'equivalenza fra vecchio e moralista retrogrado, fra giovane e progressista, fra  attività lavorativa  ed efficienza. Nella nuova situazione quindi l'anziano si trova declassato dalla mentalità corrente a un ruolo passivo, deprezzato nei contributi specifici che la sua età dovrebbe offrire alla società.
    2. Emarginazione economico-politica. Se la società industriale poi ha superato la discriminazione a priori (sono cadute le varie distinzioni provenienti dalla nascita),ne ha creata una a posteriori, enfatizzando il lavoro e i consumi come uniche categorie di prestigio sociale. Coloro che producono e che consumano sono le persone che contano, perchè producono ricchezza e possono utilizzarla. Gli altri hanno diritto alla sopravvivenza (assistenza), ma non a decidere nell'organizzazione sociale. Vittime conseguenti sono coloro che non producono o che non hanno molte risorse da consumare. Le persone anziane, è vero, hanno prodotto e quindi sono collegate indirettamente in qualche modo al sistema. In misura però che si distanzia nel tempo la loro uscita dal lavoro, si trovano sempre più ignorate, con una pensione sempre meno consistente a causa dei meccanismi inflazionistici. Se pensiamo poi che due terzi degli anziani in Italia vivono con la sola pensione e che di questi il 64% godono della pensione minima sociale, ci rendiamo conto come molti di essi si trovino nella situazione di  povertà, che è una delle cause più rilevanti dell'emarginazione sociale (11).
    3. Autoemarginazione. Il fenomeno più grave che si determina con il passare degli anni nell'emarginato è la situazione di emarginazione interiorizzata, per cui ci si ritiene diversi e si assume l'atteggiamento della inevitabilità e della passiva rassegnazione. Il portatore di un pregiudizio, o di una situazione di povertà, può riversare su di sè il rifiuto della propria situazione: "l'odio di sè e l'autodisprezzo possono aversi anche quando la  persona   si  trova  sola davanti ad  uno  specchio"  (E.  Goffman)  (12).  Nel  caso  migliore,  cioè quando si arriva ad accettarsi, la situazione di cui si è vittima, suscita desiderio di rivalsa o sviluppa atteggiamenti di vittima. Nella relazione sociale ciò è causa di stati ansiosi, che vanno dalla incertezza di essere accolto dagli altri, al sospetto di rifiuto dinanzi a qualsiasi piccola manchevolezza altrui, alla paura di diventare oggetto di pietà. Si finisce così per tagliarsi fuori dalla società e da se stesso. La situazione di autoemarginazione provoca un atteggiamento passivo, che, secondo Aurelia Florea, è la tipica forma di devianza delle persone anziane: "la loro reazione non può essere di ribellione o di innovazione, ma soltanto una disperata e scoraggiata rinuncia a fini e mezzi non più raggiungibili e non più loro permessi" (13).
  • Teorie sull'invecchiamento
    1. Con il passare degli anni si registra nell'individuo, secondo alcuni autori, un progressivo decadimento psicofisico, caratterizzato da involuzioni fisiche (maggiore vulnerabilità rispetto a malattie croniche e mentali a causa del logoramento delle attività fondamentali biologiche), psichiche (diminuzione della rapidità percettiva e reattiva, della memoria e dell'attenzione), affettive (tendenza all'isolamento e all'introversione), sessuali (attenuazione degli stimoli). Si tratta tuttavia di fenomeni non generalizzabili, non necessariamente legati all'età. Nell'età adulta, secondo Anna Riva, "i processi cognitivi chiaramente perdono di efficienza anche se l'intelligenza è globalmente conservata, almeno in quello che si può definire l'anziano sano" (14). Possiamo ritenere quindi che la vecchiaia non sia un processo omogeneo, essendo circondata da molte variabili. Anzi la vecchiaia normale e sana è uno stato di equilibrio nel quale l'organismo compensa quel che gli manca, sviluppando al massimo quel che gli resta, nel senso di un adattamento e di una partecipazione effettiva al mondo che lo circonda.
    2. Dell'invecchiamento si danno alcune teorie, da assumersi come complementari e non alternative. Secondo alcuni l'invecchiamento è principalmente un fenomeno biologico. Secondo Achille Ardigò "il codice genetico di ciascuno di noi è esposto a danni ambientali e a logoramento interno" (15). Nel trascrivere il nostro codice genetico DNA sulle nuove cellule, gli enzimi commettono errori e le particelle addette alla correzione di essi ne commettono altri. Aumentando gli errori si procede verso la vecchiaia e la morte. Secondo altri, la vecchiaia è un fenomeno psicosociale. Nel vecchio viene meno la capacità di utilizzazione delle conoscenze acquisite, più che le capacità personali (A. Riva) (16).  Secondo  altri,  scrive  la  Gallatin Anderson, vecchio è colui che non riesce a costruire "una struttura durevole di relazioni, realizzazioni, affetto e risposta che darà significato e validità al termine della propria vita"; siamo però lontani,  continua l'autore,  da  una soluzione del problema. Ci sembra utile ritornare al discorso dei valori accennato sopra: le società occidentali sono particolarmente impreparate ad assegnare il valore allo stadio finale della vita comunque sia definito. L'Occidente moderno tende a rifiutare il valore della contemplazione che nelle società tradizionali è il modo in cui i vecchi si riconciliano con la natura e il cosmo (R. Bellah) (17).
    3. Sembra allora indispensabile un recupero della vita  come "continuum", superando l'arbitraria suddivisione in seguenti delle età di origine produttivistica: iniziazione  (l'individuo  si socializza), età adulta (massima prestazione), terza età (età residuale). Secondo Vincenzo Cesareo la ghettizzazione dell'anziano "trae origini nella rigida strutturazione della divisione sociale del lavoro che, sedimentandosi, accentua la segmentazione della vita umana in tre parti separate tra loro e poste secondo un unico e preciso ordine di successione" (18). La psicologia dinamica, la psicologia sociale e la sociologia hanno dimostrato l'esistenza di uno stretto rapporto fra le varie età dell'uomo. Questi studi sono così venuti a configurare la vita umana  nelle sue varie età come un cambio di modi di esperienza e di comportamento nel "continuum" temporale, provocato dalla situazione corporea (sviluppo biologico e salute), dalle norme culturali e dalle aspettative della società (situazione sociale), dalle aspettative individuali e dalle rappresentazioni di valore della personalità.
    4. E' venuto meno pertanto il presupposto automatismo fra progredire dell'età, involuzione biologica e deterioramento fisico. La coincidenza fra questi fenomeni è apparsa sempre meno dimostrata, anche se indubbiamente le persone anziane possono trovarsi in situazione di maggior rischio.  Inconsistenti si sono dimostrate le correlazioni fra anzianità e deterioramento della capacità intellettuale e psicopatologica del comportamento, e crisi di identità, e rottura dell'equilibrio psico-emotivo, e venir meno del rendimento  professionale. Ancor  più inconsistenti si  sono dimostrate  le presunte cause biologiche di invecchiamento con riferimento ai geni, al sesso, alla temperatura ambientale, alla irradiazione radioattiva, al venir meno della efficienza dei vari organi e della capacita' di riserve. Nessuna di tali ipotesi biologiche, scrivono i tedeschi U.J. Schmidth e Irmgard Kalbe, sono soddisfacenti: "Non si è trovato, sino ad ora, un denominatore comune alle ipotesi formulate negli ultimi cento anni. Sicuramente non la troverà la ricerca biologica, mentre non si esclude che un passo avanti in questa direzione venga compiuto dalla biologia molecolare" (19).
    Un recupero della vita come "continuum" porta a valorizzare caratteri specifici di ogni età e contributi complementari nella costruzione della società. La consapevolezza poi della formazione del lavoro e del riposo, pur in termini quantitativi diversi, è fonte di appartenenza sociale e di qualità accettabile della vita.
  • Problemi psico-affettivi della vita anziana
    1. Alla base dei problemi  dell'anziano non ci sono tanto leggi di tipo biologico, quanto emergenze particolari di situazioni psico-affettive. A differenza degli animali l'uomo non agisce per sola abitudine o imitazione o obbedienza o suggestione. C'è un adattamento all'ambiente in funzione dei propri progetti, bisogni intesi nel senso più ampio del termine.
    2. In questo lavoro emergono situazioni particolari dovute alla capacità o meno del soggetto di adattarsi e all'impatto più o meno violento dell'ambiente. Nella vita anziana si verificano così alcune tendenze che potremmo schematicamente riassumere in tre  gruppi: pregiudizio e cambiamento di opinioni, crisi di identità e relazione sociale, comportamento e inserimento sociale (21).
      1. Pregiudizio e cambiamento di opinioni. La vita sviluppa nelle persone una condotta simbolica molto dettagliata e di conseguenza gli schemi di riferimento diventano rigidi, poco disponibili a nuove acquisizioni personali. Con il passare degli anni, se non si esercita la capacità di confronto e di revisione critica, viene a prevalere sempre di più l'intelligenza "cristallizzata" su quella "fluida". Cambiare non è facile per nessuno, soprattutto per le componenti affettive presenti nelle scelte ideologiche. E' possibile tuttavia il cambio di opinione su argomenti nuovi, innestando il nuovo su matrici precedenti (codificazione culturale).
      2. Crisi di identità e relazione sociale. Un individuo che non vede riconosciuto il suo lavoro e che non ha relazioni, finisce inevitabilmente per interiorizzare una immagine negativa di sè: questo spiega il processo di autoemarginazione già indicato. La crisi di identità è fenomeno tipico, anche se non esclusivo della vita anziana, sia per il venir meno del ruolo lavorativo ricoperto da anni, sia per la crisi delle relazioni dovuta al cambiamento radicale degli interessi. Se un ancoramento dell'immagine di sè ai valori è la strada maestra per il superamento della crisi di identità, non vi è dubbio che la  valorizzazione dell'anziano attraverso esperienze significative può contribuire non poco al suo superamento.
      3. Comportamento e inserimento sociale. L'abitudine semplifica la vita, ma crea contemporaeamente una rigidità di comportamento, la quale trasforma le risposte sperimentate di appagamento dei bisogni in nuovi bisogni. Viene meno così la plasticità del comportamento, che si traduce in disadattamento sociale. L'allargamento degli interessi, l'abitudine a riflettere sul proprio comportamento, a premettere i fini ai mezzi e l'attenzione a dare ritmo alla propria vita sono modi concreti per superare queste difficoltà.
    3. Dai cenni fatti risulta evidente come l'anziano è condizionato dal modo secondo il quale è vissuto in precedenza e dal come decide di vivere la sua anzianità. - Anni fa negli Stati Uniti sono state dibattute a lungo a riguardo degli anziani due teorie, quella del disimpegno e quella dell'attività.                   
      1. La teoria del disimpegno (E. Cumming e W.E. Henry) sosteneva che l'anziano, se vuole essere soddisfatto, deve ridurre progressivamente la sua attività e i contatti sociali, dal momento che questi mal si conciliano con l'idea della morte.
      2. La teoria dell'attività (R. Tartler) affermava che colui che è attivo puo' realizzare qualche cosa che viene "utilizzato" dagli altri e questa è la fonte della soddisfazione.
      - Non vi è dubbio che la formulazione delle due teorie risente del personalismo pragmatista americano.  Tuttavia, da quanto abbiamo detto, è chiaro che la teoria dell'attività mantiene viva psichicamente la personalità nel rapporto con l'ambiente, evitando le pericolose involuzioni di disadattamento. Secondo la Florea tuttavia le due teorie si integrano: col disimpegno la persona è aiutata ad uscire, durante tutto l'arco della vita, dalle zone nelle quali non può reggere per la diversità, rapi­dità e contradditorietà dei cambiamenti. Con l'attività essa può superare il processo di isolamento, allargare gli interessi e riconoscersi socialmente significativa (22).
  • Politiche per gli anziani A seconda che si consideri l'anziano un malato da curare o un ospite da mantenere o un cittadino come gli altri depositario di diritti e di doveri, soggetto di un dare-avere sociale, cambiano radicalmente le politiche nei suoi confronti.   
    1. In questi anni molte cose sono mutate a riguardo degli anziani, anche se non si è avuto in genere il salto di qualità nel trattare gli anziani da oggetto a soggetto. Dallo stato assistenziale si è passati allo stato previdenziale ed ora si cerca di passare allo stato per il benessere (Welfare State). Non si sono invece create le condizioni per cui l'anziano potesse sentirsi utile come tale alla società, senza per questo disconoscere l'obiettivo sociale perseguito di poter usufruire, come tutti i cittadini, dei mezzi per raggiungere standard storicamente essenziali di salute,  di sicurezza economica dalle vicende avverse e di condizioni soddisfacenti di vita civile. - Al di là dell'assistenza, che rimane ancora l'unico intervento possibile in alcune situazioni particolari, si sono conseguite in questi anni, almeno in linea di principio, acquisizioni importanti nelle politiche per gli anziani, quali: la riforma delle istituzioni totali con la deistituzionalizzazione e la preferenza per l'assistenza domiciliare; i servizi sociali aperti; i centri geriatrici diurni con funzioni sanitarie e sociali; l'educazione all'autocura e al sostegno vicendevole (sistema di "Community care"); il sostegno alle attività di volontariato; l'indipendenza economica tale da consentire la scelta fra casa ed istituto; una politica adeguata per la casa; l'educazione permanente e ricorrente per sostenere la risocializzazione e bloccare le spinte desocializzanti (23). Tali interventi si differenziano dalla carità per continuità, per titolo di erogazione (sono un diritto), per organicità. Tuttavia non possono rendere superflua la carità per l'impossibilità di rispondere a tutti i casi particolari, di assicurare relazioni interpersonali cariche di umanità, di rispondere con immediatez-za a situazioni nuove.
    2. La difficoltà principale emersa nella realizzazione dello stato per il benessere, secondo Silvano Burgalassi, è il problema dell'individuazione dei bisogni in rapporto a risorse sempre limitate (24): come è possibile per lo Stato gerarchizzare questi bisogni? Qualcuno ha proposto la ricerca di un "profilo medio". Questo pero' si trova a cozzare contro i bisogni soggettivi, che dipendono dal mondo dei valori, dagli stati psicologici, dall'apertura sociale delle persone. Non è raro il caso che l'insoddisfazione nei confronti delle risposte ai bisogni oggettivi dipenda dalla insoddisfazione personale soggettiva. Dinanzi a questa problematica complessa e sfuggente, Gunnar Myrdal diceva che è impossibile attuare completamente lo "stato per il benessere" senza arrivare ad autonomie locali con il controllo  dei cittadini, in collaborazione e in contrattazione con lo Stato (25). Lo Stato dovrebbe pertanto prevedere gruppi, capaci di stabilire priorità e di orientare gli utenti. "Accanto al politico e accanto agli esperti delle Unità Sanitarie Locali (USL), scrive Burgalassi, vi dev'essere posto per la comunità, per le famiglie, per i gruppi volontari, cioè per tutti coloro che hanno qualche cosa da dire in  una battaglia che inerisce alle qualità della vita e che dovunque interessa tutti". Vanno pertanto recuperate due potenzialità ora utopiche: discussione di "gruppi filtro" sui bisogni per orientare gli utenti; gestione dal basso collettiva degli utenti (26). - Come si può osservare, si ripropone la seconda prospettiva, quella della produttività sociale dell'anziano, nella quale si riconosce un ruolo attivo anche a questa età ritenuta quiescente. Non si tratta di negare a questa età, più di altre bisognosa di servizi sociali, le cure assicurate a tutti i cittadini. Si tratta piuttosto di riconoscere nell'attività normale tipica di ogni cittadino la forma principale di prevenzione dall'involuzione psico-fisica della vecchiaia.
  • Valore del ruolo sociale
    1. Emerge il problema "chiave" per l'anziano, il "ruolo", che definisce i rapporti intersoggettivi e sociali (27). Non sono tanto i cambiamenti ormonali, legati all'apparire e allo scomparire della capacità riproduttiva dell'individuo, e neppure le modificazioni nella funzionalità delle ghiandole endocrine a determinare la condizione di anziano, quanto piuttosto i conflitti di ruolo. Il conflitto di ruoli nell'arco della vita è sufficientemente documentato. In queste situazioni l'individuo immaturo può reagire con la repressione (con la conseguente "somatizzazione" del conflitto) o con la sublimazione, ma anche con "tecniche di esistenza", fra le quali ci sono interventi produttivi di modifica delle situazioni e adattamenti esistenziali, accanto anche a reazioni di difesa o di evasione (28). Ciò avviene anche per le nuove situazioni intersoggettive e sociali dell'anziano le quali creano indubbiamente conflitti: se il soggetto è abituato da sempre a reagire positivamente, non si vede perché non sia in grado di riorganizzare ancora il proprio campo percettivo, così da ridurre e risolvere la tensione introdotta dalla frustrazione.
    2. Il "ruolo" non si identifica necessariamente con il lavoro, anche se il più delle volte nell'età adulta questa coincidenza avviene. Una persona  diventa un tutt'uno con la professione svolta ed entra in crisi di identità personale quando, per esempio con il pensionamento, non le è più riconosciuto questo ruolo. Le linee di soluzine in tale caso sono due, da un lato il passaggio morbido dal lavoro alla pensione, assicurando all'anziano qualche possibilità di lavoro; dall'altro l'aiuto a chi va in pensione ad assumere nella società altri "ruoli", stimolando nel contempo la società a riconoscerli. - Il problema anzitutto del lavoro dell'anziano si impone sia per assicurare una vita soddisfacente a queste persone meritevoli di aver avviato il progresso, di cui la società gode, sia per i fenomeni noti dell'invecchiamento della popolazione, i quali rendono problematici in futuro gli standards di vita attuali. - "In tema di collocamento a riposo, Stati Uniti d'America, Svezia, Norvegia, Unione Sovietica, Repubblica democratica tedesca, Repubblica federale tedesca, hanno istituito alcune forme flessibili per quanto riguarda il collocamento a riposo d'ufficio. Pare esistere una tendenza ad un collocamento a riposo flessibile nei Paesi sviluppati, mentre i Paesi in via di sviluppo stanno favorendo il collocamento a riposo d'ufficio a 65 anni e prima" (29). Questa linea di tendenza è avvalorata dagli studi circa il rendimento lavorativo della persona anziana, il quale non è minore di quello dei giovani in quanto "l'esperienza serve a compensare nella concreta situazione lavorativa quegli 'impedimenti' che sono dovuti, nei più anziani, al rallentamento del processo di elaborazione dell'informazione e ad altri fattori analoghi" (30). Si noti poi che con il passare degli anni c'è una tendenza ad accentuare la qualità del lavoro sulla quantità. Di conseguenza si dovranno trovare per le persone anziane forme di lavoro parziale, più di qualità che di quantità. Questo comporta il riesame di delicati problemi retributivi, non essendo equo, in una società organizzata, l'abbinamento della pensione, sempre più di natura sociale, con un secondo stipendio normale. A tale proposito andrebbero accuratamente studiate alcune esperienze di cooperativismo per lavori sociali ("troisieme secteur") presenti in Francia, Belgio, Canada e Stati Uniti e il vasto tema del volontariato (31).
    3. Accanto però all'accennato problema del lavoro c'è quello di riconoscere all'anziano un ruolo diverso e di aiutare le persone ad assumerlo con gioia ed impegno. Lo studioso americano I. Rosow  individua tre tipi di ruoli nella società: i ruoli istituzionali, definibili per caratteristiche oggettive ben precise (che cosa ci si attende da un medico, da un lavoratore, da un bambino, ecc.); i ruoli informali, riferiti alle capacità soggettive e quindi non riferiti a precisi status sociali (un medico può essere anche esperto in vini); i ruoli non come esigenza immediata (non ho bisogno sempre di un confidente o di un amico, ma solo in alcuni momenti) (32). Il ruolo delle persone anziane può anche dipendere dal lavoro svolto (ruolo istituzionalizzato). Queste persone però possono assumere ruoli sociali "tenui", cioè non autoritativi, divenendo "maestri di umanita'". Certo che una società efficiente e consumistica, come quella industriale, non lascia loro molto spazio. Tuttavia nella dinamica delle relazioni sociali, essi sono portatori di quel tipo di produttività psicologica, umana e sociale che è un valore da salvare e da garantire per la sopravvivenza di un tipo di  socialità, corrispondente alla realtà dell'uomo integrale. Anzi, anche nell'eventuale lavoro svolto dagli anziani, dovrebbe prevalere questo ruolo "tenue": essi si impegnano senza attesa ansiosa, con la gioia di partecipare senza stimolo competitivo, con il tempo sufficiente per esprimere nel lavoro un modo di servire. Sono, in una parola, maestri "umani" del lavoro. - Fra questi ruoli "tenui" o umanizzanti andrebbero approfonditi la saggezza e la maturità, la codificazione culturale e la riconciliazione, il senso ecologico, la testimonianza di trascendenza. Ricercare questi tratti significa scoprire non quello che l'anziano può ancora fare alla pari degli altri, ma quello che gli è proprio, la ricchezza che ha di cui gli altri abbisognano. In questo senso la condizione anziana diventa un ruolo non trasmissibile, una ricchezza per l'intera società. Questo esige nella persona anziana la capacità di ricostruire la propria personalità a partire dalla nuova situazione, di assumere il cambiamento che l'ha costituita come quel lavoratore, con quei legami, per trovare un modo nuovo più umano di vivere, con relazioni nuove, meno autoritarie ma più profonde. Purtroppo nessuno aiuta  gli  anziani  ad  essere  tali. Non  è raro il caso di trovare fra di essi persone scontente, che rincorrono ruoli giovanili e adulti, ricadendo poi nella più sconfortante convinzione di inutilità sociale.
  • La cultura e l'anziano
    1. Non basta riconoscere un ruolo  all'anziano perché questi sia in grado automaticamente di svolgerlo. L'esperienza quotidiana di vecchi ripetitivi nei discorsi, scontrosi nelle relazioni, nostalgici del passato, dimostra che senza un supporto culturale è più frequente l'involuzione che l'acquisizione di nuovi ruoli. Ci si chiede però di quale tipo di cultura l'anziano abbia bisogno per sviluppare il proprio ruolo sociale. - Quando si parla di cultura immediatamente si pensa alla scuola, ai convegni fatti di parole difficili e non alla vita quotidiana, che si esprime sempre in modalità diverse, unificate però da alcuni valori comuni a un popolo, i quali consentono un mutuo riconoscimento. A parte i molti concetti di cultura, possiamo ritenere che essa è sempre espressione dei rapporti che gli individui stabiliscono fra loro e con il mondo circostante. L'aspetto allora essenziale di ogni cultura è la capacità di dare significato e impronta umana alla realtà. Potremo  definire  la  cultura  quel  processo  di  umanizzazione della realtà attuato dagli uomini in un dato ambiente, mediante l'assunzione delle conoscenze e delle situazioni di vita e la loro trasformazione secondo il mondo dei significati, interiorizzati nel processo di civiltà del quale fanno parte, in dialogo con tutti gli uomini. Promuovere quindi culturalmente una persona non significa riempirla di nozioni, ma favorire lo sviluppo della coscienza del suo vissuto e della motivazione dell'agire, irrobustire la sua sicurezza e maturità psicologica, sviluppare la sua capacità relazionale, fornirle quegli strumenti che le consentono di svolgere un ruolo sociale soddisfaciente. Non ogni iniziativa quindi culturale realizzata per gli anziani è mezzo di prevenzione e di riabilitazione. Anche con la cultura si possono creare nuove dipendenze, soprattutto quando queste iniziative sono soltanto intrattenimento o occupazione (33). E' fondamentale quindi offrire agli anziani istituzioni capaci di armonizzare informazioni ed aggiornamenti, recupero di identità personale e rimotivazione, sviluppo di attitudini e di abilità. Il tutto va organizzato con l'attenzione di fare dell'anziano un protagonista del proprio cammino formativo e successivamente un cittadino come tutti gli altri, con qualche cosa di specifico da dare agli altri.
    2. L'attività socio-culturale deve sempre partire dal bagaglio di esperienze acquisito da queste persone nel corso degli anni per aiutarle ad aprirsi al nuovo, superando le forme caduche del passato, senza perdere i valori in esse contenuti (codificazione culturale) (34). Non può quindi mai prescindere da una previa ricerca sugli interessi e sul vissuto dei partecipanti e dal contributo attivo di questi nell'organizzazione stessa delle iniziative. - A titolo di esempio, accenniamo a due filoni di attività possibili, uno più popolare ed uno più specialistico: nel primo possono essere incluse le attività folkloristiche, turistiche e di soggiorno climatico; nel secondo i corsi di aggiornamento e le attività motorie, di creatività, di bricolage, di ricerca scientifica e soprattutto le Università della terza età o degli Anziani (35).
      1. Fra le iniziative più popolari possiamo collocare il recupero di alcune feste folkloristiche dimenticate o svuotate dal tempo di ogni significato profondo e la loro riproposta in forma nuova, mobilitando il quartiere o la città. Questa attività diventa socio-culturale in misura che offre l'occasione alle persone anziane di attuare accurate ricerche sul passato, analisi delle motivazioni ad esse sottostanti, confronto con i valori attuali, riproposta nuova della tradizione, collaborazione con le varie età presenti nel quartiere. Altrettanto può avvenire con l'attività turistica e con i soggiorni climatici. Si pensi alle possibilità culturali offerte dai viaggi, quando questi sono scelti secondo gli interessi dei partecipanti, preparati con appositi incontri, resi partecipati con la raccolta di materiale ed esperienze, fatti seguire poi da comuni riflessioni; alle possibili scoperte dell'ambiente e alle iniziative di socializzazione facili da sviluppare nei soggiorni climatici.
      2. Fra le attività più specialistiche ricordiamo le iniziative di studio e di stimolo per le persone anziane. Esse richiedono l'intervento di specialisti e di animatori, ma non raggiungono lo scopo se si perde di vista il fine che è il protagonismo dell'anziano. Per questo sono di grande utilità le iniziative dirette a sviluppare, attraverso il disegno e la pittura, la creatività dell'anziano; quelle finalizzate a rendere la persona capace di tanti piccoli lavori domestici, attraverso l'insegnamento reciproco delle professioni (bricolage); l'attività motoria, da non confondere con quella di recupero, la quale consente di conservare l'efficienza fisica del corpo; le iniziative di ricerca guidata le quali appassionano l'anziano e mettono a frutto la sua attitudine all'esattezza e alla conservazione.
      3. Un discorso a parte meritano le Università della terza età o degli Anziani, le quali, ovunque siano state istituite, hanno riscosso entusiasmo e partecipazione. Si caratterizzano per un servizio culturale globale, limitato nel tempo, finalizzato a riqualificare socialmente la persona attraverso la presa di coscienza di sè e del proprio vissuto, l'aggiornamento e lo sviluppo delle abilità sociali. Hanno inoltre come scopo quello di promuovere sul terrirorio la ricerca scientifica sulla situazione anziana ed essere di stimolo e di verifica dei servizi socio-culturali per anziani (36). Si tratta di istituzioni giovani, in via di formazione, non sempre corrispondenti a tali finalità, le quali hanno bisogno di maturare attraverso l'esperienza, a cui dà un contributo significativo la Federazione italiana delle Università della terza età (Federuni).
      - Secondo Francisque Costa, segretario dell'Associazione internazionale delle Università della terza età, queste istituzioni hanno dimostrato (37) che: a) la curiosità intellettuale delle persone della terza età è vivacissima, insospettata si potrebbe dire, particolarmente nelle donne; b) possono essere compiuti progressi nell'apprendimento delle lingue straniere: l'equipe dei linguisti di Tolosa ha già potuto fare un bilancio molto positivo al riguardo; c) i partecipanti, rispetto agli altri, dimostrano grande apertura intellettuale e culturale e facilità nel rispondere ai questionari; d) si rilevano risultati eccellenti nello stimolo della creatività; e) riscuotono grande interesse i corsi sulle civiltà e culture, per la sete di queste persone di allargare le proprie conoscenze al mondo contemporaneo; f) l'educazione fisica  ricercata: molti anziani hanno imparato per la prima volta a nuotare. Sono risultati questi che confermano la validità preventiva di queste istituzioni nei processi dell'invecchiamento.
  • Case di riposo e situazione di non autosufficienza
    1. I problemi più gravi esplodono nel caso di istituziona­lizzazione dei vecchi in ospizi o in case di riposo e nel caso di non autosufficienza.                   
      1. Un contrasto drammatico c'è fra lista di attesa per entrare nelle case di riposo e progressiva e drammatica involuzione degli ospiti di queste istituzioni. La situazione denunciata da una recente indagine dell'Istituto Rezzara di Vicenza è drammatica: mancanza totale di relazioni, passività, rivalità e pettegolezzo, senso di inutilità, con ripercussioni di menomazioni psichiche e fisiche (38). - In Italia le case di riposo per anziani erano qualche anno fa circa 2.000. I cronicari, esistenti soprattutto nel Centro-Sud, registravano il 50% dei decessi degli ospiti entro un anno dall'ingresso. Da  una inchiesta  fatta a Piacenza nel 1976 risulta che i ricoveri erano avvenuti per cronicità, per insufficienza di mezzi economici, per assenza di assistenza, per rifiuto della famiglia, per mancanza di casa. L'edilizia stessa di queste istituzioni è almeno per una metà inadeguata, tale da costringere le persone ad un'esistenza di tipo sedentario, con poco spazio, senza attrezzature (39). - Ci si chiede se si debba concludere con la chiusura di queste istituzioni oppure con una  loro riforma  radicale. Secondo la Riva la casa di riposo, se è personalizzata, inserita nell'ambiente abituale della persona anziana, scelta liberamente, non è negativa. Certo che essa deve perdere il carattere giuridico del ricovero, dell'organizzazione assistenziale, della carità nel senso deteriore, e diventare abitazione attrezzata in contatto con l'ambiente esterno e con i familiari (40).
      2. Da preferire è l'assistenza domiciliare, purché non si riversino sulle famiglie  pesi insopportabili. Essa è preferibile perché mantiene l'anziano nel suo ambiente rispettandone l'autonomia. Si richiede tuttavia che gli sia assicurata una qualità soddisfacente di servizi e che l'assistenza domiciliare sia un servizio integrato e non sommatoria di servizi. Questa scelta salvaguarda l'unità del nucleo familiare, rompe l'isolamento, favorisce la personalizzazione delle prestazioni. La strada da battere non è facile, ma senza dubbio la più rispondente ai bisogni dell'anziano: "I timori, le paure, le minacce che gravano sull'anziano (...) sono fondamentalmente tre: il timore e la minaccia dell'insufficienza economica e di non riuscire economicamente a mantenersi; la minaccia della chiusura in istituto, per il quale c'è una diffusissima ostilità; e infine la paura dell'isolamento rispetto alla famiglia, agli amici e alla comunità nel suo complesso" (41).
      3. Complementari a questa seconda prospettiva sono le "Comunità abitative" o "Case-albergo" o " Comunità alloggio", che assicurano una abitazione con servizi centralizzati; per la cura sono gli "Ospedali diurni" (Day-hospital), che forniscono cure senza lo sradicamento dall'ambiente; per la socializzazione sono i "Centri d'incontro" o " Centri aperti" con attrezzature specializzate ricreativo-culturali. Si tratta di tutta una serie di servizi sociali da offrire agli anziani, non facili da armonizzare in un sistema integrato, per l'attuazione dei quali si esige una severa gestione economica onde evitare sprechi inutili o sovrapposizione di iniziative. - Nelle case di riposo ed anche nei servizi aperti per anziani è indispensabile promuovere una serie di attività socio-culturali partecipate, capaci di recuperare il protagonismo degli ospiti, stimolando in loro la produttività sociale sopra accennata. Se si pensa alla tendenza di queste persone a rinchiudersi nelle proprie preoccupazioni, nei rimpianti, nella contemplazione della propria emarginazione, è evidente che il loro recupero richiede la rottura del circolo vizioso della depressione attraverso la riscoperta di nuovi interessi e di nuovi significati.
    2. Più difficile è invece la situazione di non autosufficienza, del resto comune ad altre categorie di persone come i portatori di handicap. A parte gli interventi di natura geriatrica e riabilitativa, l'obiettivo anche con questi anziani dev'essere quello di riportarli, per quanto è possibile, nella vita normale.                     
      1. Gli interventi dovranno anzitutto, secondo Elio Baldoni, ripristinare le necessarie funzioni della vita quotidiana: "capacità di vestirsi, cura della persona, assunzione del cibo o bevande, mantenimento dei rapporti interpersonali, cura dei problemi finanziari ecc. Queste azioni di vita usuale, che possono sembrare addirittura banali in chi è efficiente, assumono invece un'importanza determinante in chi è colpito da handicap e vive solo nel proprio ambiente familiare (42).
      2. Questo però non è che il primo passo. Anche ai non autosufficienti sembra possibile fornire una serie di stimoli alla creatività capaci di rigenerare fiducia e motivazione. Pierre Vellas, il fondatore della prima Università della terza età, afferma di essere riuscito ad invertire il processo depressivo attraverso la creazione artistica, attuata con il disegno e la pittura, in soggetti bloccati in un letto, i quali avevano ormai interiorizzato il senso della inutilità assoluta e si lasciavano andare rassegnati senza reagire più neppure alle medicine (43).
      3. Un terzo intervento potrebbe essere orientato alla valorizzazione della persona e al suo reinserimento nell'ambiente abituale. Non è certo facile per una persona riprendere la vita quotidiana per esempio con qualche nuova menomazione fisica. Superare questo  impatto  significa  riprendere  a vivere e questo può essere possibile in misura che la persona è aiutata a "modificare l'atteggiamento suo verso l'ambiente e dell'ambiente verso di lui" (44).
      - Certamente queste terapie non debbono e non possono essere contrapposte a quelle farmacologiche e fisioterapiche. Si inseriscono però come elemento indispensabile nel recupero umano e sociale del paziente "con il soddisfacimento degli stati di bisogno, con l'occupazione del tempo libero, con l'impegno intellettuale e culturale attraverso l'esecuzione di attività creative a volte anche produttive e commerciali" (45).
  • Anziani e comunità cristiane
    1. La nuova cultura accennata sull'anziano mette in discussione anche una tradizionale prassi  pastorale, che  parte dalla presunta e indimostrata identificazione fra anziano povero e malato, ipotizzando come oggetto di attenzioni un individuo carico di anni, curvo, cieco o sordo, alquanto minorato nella psiche (46). Gli anziani oggi non sono così. Se un 20% di essi abbisognano di cure e un 5% di assistenza, il resto è costituito da persone perfettamente sane, in piena efficienza, con all'inizio della pensione circa vent'anni mediamente di vita da programmare. Se sul piano civile, come abbiamo visto, sono da rivedere le varie forme assistenzialistiche irrispettose e diseducative, sul piano ecclesiale sono discutibili almeno le cosiddette feste dell'anziano considerate punto centrale di una pastorale specializzata in questo settore. Va ricordato che è frustrante per tutti svolgere il ruolo di "persone che commuovono e fanno piangere" (47). - In questi anni del dopo Concilio è maturata nella Chiesa una mentalità nuova, che oggi richiede di esprimersi in modelli pastorali, per cui ogni persona è membro attivo della comunità ed in essa  ha  un  servizio  da  svolgere. Occuparsi perciò pastoralmente di una particolare categoria di persone significa attivare una solidarietà attraverso la quale si recupera la parte come valore del tutto. In termini più semplici si potrebbe dire che una comunità che dà attenzione e spazio  agli  anziani  è una comunità più vivibile e più evangelica per tutti.
    2. In questa prospettiva vediamo alcune indicazioni relative al rapporto pastorale ed anziani.                  
      1. Categorie evangeliche. Superare anzitutto gli stereotipi culturali relativi all'anziano, significa riscoprire per tutti le categorie evangeliche dove la morte coincide con la nascita (peccato) e la nascita con la morte (nascita al cielo); dove ogni uomo è invitato a "nascere di nuovo" per progredire verso la piena statura di Cristo. Per la fede infatti non esiste la categoria "anziano" come non esiste quella di "giovane": esiste solo la perenne giovinezza dello Spirito (48).
      2. Spirito comunitario. Il concetto di comunione che è anima della pastorale, ha bisogno, per non rimanere utopia, di diventare visibile attraverso esperienze concrete di comunità, fatte di vita di relazione, capacità di ascolto, incontri, forme di solidarietà e di condivisione. Dare spazio agli anziani significa permettere loro di agire e valorizzare il lavoro da essi compiuto.
      3. Valorizzazione dei carismi e dei ministeri. La pastorale in questi ultimi anni sembra aver recuperato, almeno in linea di principio, la priorità dei carismi e dei ministeri sull'efficienza. In misura che in una comunità tutti si sentono valorizzati ed impegnati, si può parlare di comunità partecipata. Riscoprire allora il ruolo degli anziani nella comunità ecclesiale, significa riconoscere i carismi e i ministeri loro propri e avviare un modo diverso di fare comunità. - A parte il dovere di riconoscere i tanti piccoli servizi, che li vedono protagonisti attenti e generosi, è necessario riconoscere i doni particolari di cui sono portatori. Liberi dal lavoro, dagli interessi immediati e dall'ansia di riuscire, essi possono diventare i portatori di un giudizio in profondità secondo una saggezza che coniuga insieme scienza e sapienza, progresso tecnico e crescita umana. Più degli altri vicini alla conclusione dell'esistenza, possono cogliere e trasmettere, alla luce di quest'ultima tappa, il significato profondo della realtà ed offrire criteri di valutazione globali, da cui non sono escluse le esperienze dolorose (49). Proprio perché meno adatti a compiti autoritativi, possono essere i protagonisti della riconciliazione e della umanizzazione dei rapporti. - Valorizzare allora i loro carismi significa restituire alla famiglia, al quartiere, alla vita sociale, alla pastorale, una presenza che con la vita  ancor prima  che con le parole richiama un modo di vivere, di agire e di comportarsi in accordo con i supremi principi della morale. Certo che la valorizzazione dei carismi esige sempre una parallela educazione al loro esercizio e la consapevolezza del dovere di armonizzarli con quelli degli altri; ma anche questo è parte della pastorale.
      4. Spiritualità e solidarietà. La pastorale infine è anche aiuto, sostegno nel cammino spirituale delle persone ed è solidarietà con esse nei momenti difficili. Attraverso catechesi, liturgia, contatti personali è indispensabile aiutare gli anziani a rimotivare continuamente la propria vita per non lasciarsi prendere dalla stanchezza e non fuggire in uno spiritualismo individualistico. L'anziano va aiutato verso una spiritualità che è "offrire una disponibilità di comunicazione e di testimonianza di vita che costituisce il valore di una esistenza che crede nella vitalità più intima della comunione dei santi" (50). - Ci sono poi situazioni particolari di sofferenza, le quali esigono specifiche attenzioni  da parte della pastorale e che richiedono conoscenza, disponibilità e generoso servizio. Basta accennare a tale proposito le situazioni-rischio in cui può venirsi a trovare l'anziano: isolamento, uscita dalla professione, situazione di non autosufficienza, condizione di sacerdote o religioso dopo il servizio pastorale.
  • Immagine della morte - suicidio ed eutanasia         
    1. Elemento fondamentale infine dell'equilibrio psichico della persona anziana è l'immagine che essa ha della morte. Più dei precedenti, questo elemento si inserisce profondamente nella vita psicologica della persona e si radica nel mondo dei valori acquisiti, nel corso della vita. La vecchiaia è dominata dal pensiero della morte che è motivo di isolamento della persona anziana dalla società contemporanea, sempre protesa a dimenticare tale realtà o tutt'al più ad accettarla solo sotto forma di violenza, cioè dovuta al caso, e non come conclusione naturale di una lunga attesa. Imparare ad invecchiare significa superare queste paure, risolvere in fondo il problema della morte nel quadro di un recupero del valore e del significato della vita. Chi non ha risolto questo problema cerca di sfuggirlo dimenticandolo o risalendo eroicamente indietro, quasi alla riconquista del "paradiso perduto" della giovinezza;  chi  invece  "sente di aver vissuto una vita prevalentemente soddisfacente affronta la vecchiaia e la prospettiva della morte con maggior serenità e non si lascia facilmente trascinare dalle illusioni di terapie antivecchiaia, molto reclamizzate, ma poco dimostrate alla prova dei fatti" (51).  Si potrebbe dire che è la natura stessa che conduce l'uomo alla conclusione, con un adattamento progressivo, spesso indolore, attraverso una compenetrazione della vita positivamente vissuta e la morte divenuta suo naturale sviluppo e conclusione. - La fede addolcisce e radica questa prospettiva ed è per questo che "le grandi religioni si sono da sempre - scrive Charles Fahey - occupate del problema della vita e della morte, del male e della sofferenza e anche delle reciproche responsabilità delle persone" (52). Invecchiando emerge maggiormente il problema del significato della vita, il quale dà origine a una revisione critica dei valori, distacca dalla vanità e concentra la persona nella contemplazione dell'essenziale, nella serenità dello spirito, come insegnano l'Induismo, il Buddhismo e il Taoismo. Per il Cristianesimo l'esperienza dell'anziano diventa modello di vita per tutti: crescere spiritualmente diviene conformarsi a Cristo, attraverso un cammino di conversione. "La morte per il  cristiano, secondo Roberto Ziglioli, viene prima del tempo, non coincide con quella fisica: essa è la vittoria dolorosa e crocifiggente sui condizionamenti fisici e morali - specialmente quelli della legge e del peccato - per la progressiva liberazione dell'uomo interiore, l'uomo nuovo, quello antico e non perituro" (53). - Una immagine invece distorta della morte può portare a forme patologiche come il suicidio e  gli attuali atteggiamenti sociali permissivi nei confronti dell'eutanasia. Quando la vita, disancorata dai valori, diventa inutile o triste, e quando sembra essere sopraffatta dallo scacco, dalla paura, dalla sofferenza, perde ogni significato di compito da svolgere e diventa solo situazione da interrompere artificialmente.
    2. Il suicidio fra gli anziani è più frequente di quanto si crede: secondo i dati dell'Istat nella fascia di età tra i 65 anni ed i 70 si verificano quasi il 30% di tutti i suicidi (54). Le cause del fenomeno possono essere molteplici anche se alla loro base è presente uno stato depressivo, conseguente alla crisi esistenziale di identità personale senza via d'uscita, ingigantita da una generalizzata cultura di massa di tipo efficientistico, in contrasto con l'esperienza già vissuta. - A parte i casi di responsabilità personale, caratterizzati da ribellione ed autonomia distruttiva di fronte a Dio, in verità assai rari, si ripropongono drammaticamente invece le questioni già trattate. "Di fronte a un 'prossimo' che tenta di suicidarsi, scrive Bernhard Haring, bisogna fare il possibile per salvargli la vita. Agendo così non ci intromettiamo nel campo della sua libertà: possiamo infatti presumere che tale gesto sia espressione non della sua libertà bensì di un'assenza temporanea di libertà" (55). "Fare il possibile" nel nostro caso significa molto di più di distogliere gli anziani dal gesto suicida: significa ridare ad essi significato, aiutarli ad allargare gli interessi e le relazioni, riconoscere loro un ruolo, superare gli stereotipi di un efficientismo contemporaneo, che mette fuori gioco chi non riesce ad adeguarsi ai suoi standards e non dà spazio alla sofferenza e al dolore.
    3. La patologia oggi però più grave, perché di tipo culturale e sociale, è la permissività nei confronti dell'eutanasia.                  
      1. Sembra utile al riguardo rifarci al primo "Manifesto sull'eutanasia" (The Humanist, USA 1974), firmato da una quarantina di personalità tra cui alcuni premi Nobel, dove si dice: "Affermiamo che è immorale tollerare, accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell'individuo, ciò implica che lo si tratti con rispetto e lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte (...). E' crudele e barbaro esigere che una persona venga mantenuta in vita contro il suo volere e che gli si rifiuti l'auspicata liberazione quando la sua vita ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettive d'avvenire" (56). Nel testo citato si intrecciano in modo ambiguo temi diversi: una ideologia materialistica del valore della vita ridotta a pura funzionalità utilitaristica; l'assurdità del cosiddetto "accanimento terapeutico" non raramente inficiato di sperimentalismo; la presente pietà verso la sofferenza e il dolore; una ambiguità nel concetto di dignità dell'individuo concepita in termini puramente fisici. - Il citato Manifesto fu seguito da un secondo (Nizza 1984) dove si coinvolgono i medici nell'impegno di offrire, su richiesta, anche questo servizio ai malati gravi. Alcune regioni degli Stati Uniti, fra cui  per prima la California (1976), legalizzarono l'eutanasia, seguiti dal Cantone di Zurigo (Svizzera 1977) in seguito a referendum. Tentativi incompiuti si ebbero in Francia (1978) e in Italia (1984) (57).
      2. Sul tema si sono moltiplicati negli ultimi anni gli interventi del Magistero. Il Sant'Uffizio (1940) prima e Pio XII poi (1951) difesero il principio dell'inviolabilità della vita umana contro l'eutanasia, allora praticata nella Germania nazista a scopo eugenetico; Pio XII presenta anche indicazioni importanti quali la possibilità di ricorrere a terapie analgesiche (1957) e la distinzione fra mezzi ordinari doverosi e mezzi straordinari facoltativi (1952). Sono ritornati sull'argomento anche i successivi pontefici:Giovanni XXIII ("Mater et Magistra" - 1961), Paolo VI e soprattutto Giovanni Paolo II. Di notevole interesse al riguardo è la condanna dell'eutanasia enunciata nella "Gaudium et spes" (n. 27) del Concilio Vaticano II e la "Dichiarazione sull'eutanasia" della Congregazione per la dottrina della fede (5 maggio 1980) (58), in cui si sviluppano sistematicamente quattro temi: l'intangibilità della vita, l'eutanasia, l'uso di analgesici e l'uso dei mezzi terapeutici. - Nel documento della Congregazione per la dottrina della fede si definisce eutanasia "un'azione o un'omissione che  di natura sua o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore". Come si nota, la dichiarazione sottolinea l'"intenzione" e parla di "azione" e di "omissione". Il documento dice che l'eutanasia non può essere legalizzata, nè praticata, nè chiesta dal paziente. Le suppliche dei malati molto gravi - in essa si afferma -  che talora invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia". - Circa i mezzi terapeutici, il documento mette in guardia da un tecnicismo che non solo minaccia la vita dell'uomo, ma può anche falsare la sua morte. Senza dilungarci sull'argomento potremmo far nostri i tre criteri formulati da Gino Concetti: il dovere di curarsi vige per tutto il tempo in cui è presente e aggressiva la malattia; si è tenuti ad usare i mezzi che per i singoli casi concreti risultano attualmente disponibili ed appropriati; l'obbligo è condizionato anche ai vantaggi e benefici reali, visibili, proporzionati al grado di sacrifici che il paziente è chiamato a sopportare (59).
      3. Dal punto di vista pastorale una condanna dell'eutanasia non sembra essere sufficiente oggi, se non  è accompagnata da una cultura che la renda assurda. Il sacrificio rimane senza senso se non si sviluppa un impegno comunitario di aiuto autentico a che sta per morire. Su questi temi è ritornato ripetutamente Giovanni Paolo II.                           
        1. Cultura di vita. "La condanna morale dell'eutanasia - afferma Giovanni Paolo II - resta inascoltata e incomprensibile per coloro che sono impregnati, talora anche incosapevolmente, di una concezione della vita inconciliabile col messaggio cristiano, anzi con la stessa dignità della persona umana correttamente intesa" (60). Se la vita è da viversi solo quando è utile ed è fonte di felicità, la morte anche procurata nei casi di dolore diviene un atto di pietà. Privata dalla sua dimensione trascendente ed escatologica la vita si riduce a un bene "funzionale", a un "oggetto" da coltivare e conservare finchè dona gioie e piacere; da liberarsene quando non è più efficiente perché strumento di sofferenza e di peso.
        2. Valore del sacrificio. Esemplare al riguardo è la lettera apostolica di Giovanni Paolo II "Salvifici doloris" (1984) (61), nella quale, dopo aver ricordato che il cristiano muore solo per la perdita della vita eterna, cioè per essere respinto da Dio (n. 14), si  afferma che nella sofferenza c'è una particolare forza che avvicina interiormente l'uomo a Cristo. L'eutanasia allora diventa un privare l'uomo di una tappa importante della sua vita, quando dall'interno ci si rinnova e si diventa "un uomo completamente nuovo": nella sofferenza l'uomo "trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione" (n. 26). Richiamando l'insegnamento dell'apostolo Paolo (Col. 1,24), il Papa afferma: "fonte di gioia diventa il superamento del senso d'inutilità della sofferenza, sensazione che (...) non solo consuma l'uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo un peso per gli altri. (...) La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente" (n. 27).
        3. Aiuto ai sofferenti.  Il nocciolo  del problema dell'eutanasia rimane di carattere pratico. Giovanni Paolo II si chiede come sia possibile aiutare gli uomini del nostro tempo a prendere coscienza della disumanità dell'eutanasia e quale sia la risposta da dare a chi si trova in grave difficoltà (62). A tale proposito è interessante il documento dell'episcopato della Germania occidentale (1974), pubblicato sei anni prima della Dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede. In esso si dice che il malato terminale reclama ed è degno della "migliore assistenza possibile". Questa assistenza "non consiste solamente nelle cure mediche, ma soprattutto nel fare attenzione agli aspetti umani", per "creare intorno al moribondo un'atmosfera di fiducia e di calore umano in cui egli senta il riconoscimento e l'alta considerazione per la sua esistenza umana". Se la morte "è l'ultimo importante evento della vita e nessuno può privarne l'uomo, ma anzi deve aiutarlo in tale momento", il dovere di tutti è solidarizzare con lui e aiutarlo "a resistere e perfino a superare la paura della morte" (63).