Ridefinizione dell'anziano oggi

Giuseppe Dal Ferro

Secondo Peter Laslett la terza età rappresenta “una vera novità concettuale” (1), in quanto un gran numero di persone in piena efficienza fisica e psichica si trovano, nelle società avanzate, per la prima volta a vivere a lungo e a costituire una componente significativa della società stessa (2).

Tre quarti di tutti i decessi avvengono dopo i 65 anni e circa metà dopo i 75 anni (3); il 15% circa delle donne e il 5% degli uomini sono ancora in vita a 90 anni, proporzioni che si riducono rispettivamente al 4% e all’1% a 95 anni (4). Cade inoltre l’antico retaggio storico di immagini negative della vecchiaia e dell’invecchiamento e di atteggiamenti sprezzanti o paternalistici verso gli anziani, i quali conservano per molti anni la pienezza delle loro facoltà. Non sono persone deboli, bisognose di protezione: la fascia anziana che richiede assistenza, non supera il 10 o 12% degli ultrasessantacinquenni. Secondo Pier Paolo Viazzo, che presenta il libro di Peter Laslett, questo arco della vita è “l’età in cui la libertà dalle pressioni del lavoro e da molte responsabilità familiari si accompagna (...) a condizioni di salute fisica e mentale ancora sufficientemente buone da permettere all’individuo di fare di questi anni il periodo della propria realizzazione personale, l’autentico coronamento della vita” (5). Tentiamo di approfondire questa novità concettuale per soffermarci sui risvolti sociali e formativi che essa propone.

  1. La vita, un “continuum” inscindibile Le suddivisioni con cui in passato si è sezionata l’esistenza umana, si dimostrano artificiali e fallaci. Ogni persona è un mondo a sé, che si sviluppa nel tempo in modo sempre nuovo a seconda delle condizioni psico-fisiche. Si parla di giovane o di anziano solo perché si assumono in forma ideologica alcuni valori piuttosto che altri (6), come per esempio la produzione economica. È da chiedersi però se la società possa essere ridotta a produzione e a consumo di beni. Ad ogni nuova caratterizzazione dell’uomo compaiono nuovi aspetti della sua natura e solo nella diversità delle situazioni emerge la sua ricchezza e la sua unità. “Ogni volta - osserva Romano Guardini - l’uomo è un altro, anche se solo nel senso che un dato periodo della vita è unico e non ritorna più (...). In verità, ogni ora, ogni giorno, ogni anno sono varie fasi della nostra esistenza concreta; ciascuna di esse accade una volta sola, venendo a costituire, nella totalità dell’esistenza, una parte che non si lascia scambiare con altre” (7). In queste fasi è sempre lo stesso uomo che vive, il quale con la memoria conserva la ricchezza dell’esperienza e con la capacità di previsione guarda e programma il proprio futuro, che ancora non è e che sarà diverso dal presente. Questa totalità della vita, la quale nell’insieme è anche espressione della totalità della società, tende a realizzare la qualità più grande possibile della dignità umana o della “massimalizzazione dell’umano” (8). Secondo lo psichiatra viennese Viktor Franke, “la persona umana non va ridotta ad una ricerca di potere (Adler) o di piacere (Freud) ma. al di sopra di ciò, è volontà di significato (...). Dedicandosi a un significato al di fuori di sé, l’uomo realizza se stesso. Questo più adempie a un compito, quanto più si dedica agli altri, tanto più diventa uomo. L’humanum è essenzialmente autotrascendenza e non autorealizzazione” (9). Realizzazione di sé e felicità si manifestano di conseguenza esclusivamente come effetti collaterali dell’autotrascendimento, cioè dell’uscire da sé per entrare in relazione con gli altri. Con parole diverse anche altri autori sottolineano questa dimensione umana. Simon de Beauvoir scrive: “perché la vecchiaia non sia una derisoria parodia (...) non c’è che una soluzione, quella di continuare a perseguire dei fini che diano un senso alla nostra vita”; Jean Paul Sartre: “è il futuro che decide se il passato è vivo o no”; e John C. Bennett parla di “responsabilità” come parola chiave per dare senso alla vita (10). Risulta pertanto essenziale assicurare a questa nuova larga fascia anziana della società, che per la prima volta appare nella storia, spazi di azione e di espressione, condizioni di vita per essa e prospettiva di ricchezza per l’intera società. Se è vero che la decadenza e la dipendenza sono legate al tardo invecchiamento, la non distinzione fra queste fasi umane (11), ha portato all’esclusione di molti anziani da attività che erano in grado di svolgere e li ha sviliti di fronte ai giovani e di fronte a se stessi: “Lo spreco di talento e di esperienza è incalcolabile” (12). Ci troviamo ora di fronte all’opportunità riconosciuta e chiaramente definita di portare rimedio ad una condizione di svantaggio determinata dal fatto accidentale di essere nati in un periodo piuttosto che in un altro (13).
  2. Ridefinizione dell’anzianità Le ricerche sul prolungamento della vita sono molte. Già nel Medioevo si parlava di “elisir di giovinezza” e fino a poco tempo fa la Romania era frequentata perché ritenuta il Paese di cure di longevità. Molti farmaci sono stati diffusi con questa speranza. Ci sono oggi studiosi i quali affermano che l’invecchiamento non è più conseguenza dell’affaticamento fisico-muscolare, né della scarsa nutrizione. Uno può arrivare in tarda età, essi dicono, pienamente efficiente, senza i fenomeni noti di involuzione psico-fisica. Il nuovo criterio del decadimento risiederebbe nell’invecchiamento cerebrale. Questa parte umana però avrebbe ritmi diversi di deterioramento a seconda degli individui e dell’esercizio delle attività cerebrali (14). Non si tratterebbe di una energia che progressivamente si consuma, ma invece di un esercizio che perde duttilità per il non esercizio. Le cellule cerebrali diminuiscono con l’età nelle zone marginali del cervello, mentre quelle centrali si mantengono vive nel tempo. A prova di ciò Francesco Antonini presenta un lungo elenco di monografie di artisti, che in tarda età hanno prodotto autentici capolavori (15). Il vero problema allora rimane la demenza senile che, secondo Rita Levi Montalcini, è ancora ignota nelle sue cause, anche se statisticamente meno probabile in chi esercita il cervello (16). Di proporzioni maggiori, degli studi precedenti, è “la teoria generale della terza età” presentata da Peter Laslett nella sua opera Una nuova mappa della vita (17). L’autore inglese è un demografo storico della famiglia ed assume la suddivisione delle età della vita non in chiave cronologica ma simbolica. Egli già dal 1977 si è dedicato a questi studi, con il proposito di gettare un ponte tra la storia del pensiero politico e le discipline quali la filosofia, l’economia, la sociologia, l’antropologia e le altre scienze sociali (18). Nell’opera citata egli presenta la terza età come “un periodo di realizzazione personale” (19). Sarebbe questa una opportunità che viene per la prima volta offerta all’umanità, la quale però richiede un profondo cambiamento culturale. È necessario rendersi conto, egli afferma, delle trasformazioni avvenute, trovare gli adeguati mezzi di sostentamento, dare a un sempre maggior numero di persone compiti sociali e significato di vivere, trovare un giusto equilibrio fra le varie età (20). L’opera così dello studioso Peter Laslett, rigorosa nel metodo, diviene un “manifesto di movimento di liberazione dell’anziano” (21). Cerchiamo di vedere in modo più puntuale il pensiero dell’autore. È noto a tutti il processo di invecchiamento rapido e irreversibile della popolazione dei Paesi sviluppati. La nostra epoca è la prima ad offrire alla maggioranza delle persone una completa esperienza del mondo. “In ogni periodo storico prima della metà del XX secolo e in tutto il mondo - osserva Peter Laslett - la parte maggiore del potenziale della vita umana non è stata sfruttata, poiché le persone morivano prima che si esaurisse il tempo loro assegnato” (22). Queste persone, avanti negli anni, oggi stanno bene e si trovano finalmente nelle condizioni di realizzare la pienezza della loro esistenza nella libertà. Alla luce di essa vanno riconsiderate le varie età, che non sono legate agli anni di una persona ma piuttosto alle situazioni esistenziali. C’è una prima età, legata al fatto biologico, caratterizzata dalla dipendenza, dalla socializzazione e dall’educazione. In essa ci possono essere momenti di realizzazione personale come un successo sportivo, ma risulterebbe vuota se non riuscisse a creare “un progetto di vita che miri a raggiungere il proprio apogeo nella terza età” (23). La seconda età è quella della maturità dell’indipendenza, della responsabilità familiare e sociale. È una età che comincia a circa 25 anni e che è continuamente accorciata con il ritardo ad entrare nella professione e con la dismissione dal lavoro anticipata. In essa uno si realizza, ma fa un lavoro spesso non scelto e vive un tempo che non gli appartiene. Le soddisfazioni tendono ad essere relegate al tempo libero, alle serate, alle vacanze, ai fine settimana (24). Ci sono categorie privilegiate come i professionisti e i detentori del potere, ma neppure queste sono veramente libere (25). Segue la terza età della realizzazione personale. Essa ha poco da fare con l’età anagrafica, con l’età sociale e perfino con l’età biologica. Avviene di norma dopo il ritiro dal lavoro, anche se ciò non dipende dalla persona. Se uno precedentemente ha elaborato un progetto di soddisfazione finale, nella terza età è nelle condizioni migliori per realizzarlo. Qualcuno ha osservato che seconda e terza età spesso camminano di pari passo (26). Rimane comunque vero che le condizioni frustranti della seconda età consentono al massimo qualche possibilità di realizzazione, quella realizzazione che si presenta invece possibile a tutto campo nella terza età. Ecco perché nella terza età si moltiplicano gli interessi e sembra troppo corta l’esistenza per svilupparli tutti. Segue la quarta età, da non confondere con la precedente, segnata dalla dipendenza finale, dalla decadenza fisica e dalla morte (27). Essa sopravviene dopo cinque, dieci, venti o più anni dall’inizio della terza età. Per molti non ci sarà mai, essendo già la terza età il periodo del completamento e dell’arrivo. È quest’ultimo il periodo del ritiro, dell’interiorità, forse di nuovi traguardi. Ciò che è importante è distinguerlo dalla terza, per non proiettare nel periodo più ricco della vita stereotipi falsi, causa di paure e di ansie. Dall’analisi fatta risulta evidente la centralità della terza età, nella quale la persona desidera entrare per realizzarsi pienamente, età non sempre distinta dalla prima e dalla seconda. “I traguardi personali per i quali gli individui lottano per l’intera durata della loro vita adulta certamente trascendono la seconda età” (28). Nella terza età, anche se non in modo esclusivo, le  persone trovano piena realizzazione. In essa c’è il senso di libertà che deriva dal non essere più sottoposti alla volontà di un capo ufficio, alle regole del lavoro e alla routine. C’è una certa tranquillità economica, la consapevolezza di aver fatto la propria parte, di potersi sgravare dalle responsabilità, di esercitare il diritto a una certa agiatezza, di dedicare tempo ed energia a ciò che si sarebbe voluto fare precedentemente e si è stati impediti a fare (29). Lo studio di Peter Laslett non si limita a questo. Egli richiama l’importanza di rivedere su questo piano tutto il sistema educativo, per aiutare la popolazione a comportarsi a seconda delle proprie età e per creare le istituzioni idonee affinché le persone non siano socialmente private di realizzare il coronamento della propria esistenza. “Il tempo, o piuttosto il tempo libero, e i mezzi per usarlo - egli afferma - ha cessato di essere il monopolio di un’élite composta di centinaia, migliaia o al massimo decine di migliaia di persone. Sta diventando un bene a disposizione di milioni di nostri concittadini più anziani, quelli che sono nella terza età. Si deve pertanto scoprire qualche modo per affidare a loro il nostro futuro culturale alleviando allo stesso tempo il peso della loro attuale indolenza” (30). È inconcepibile però che la diminuzione degli obblighi si trasformi in diminuzione di responsabilità. Queste persone, negli anni della loro realizzazione personale, devono godere di una libertà che consenta loro di creare forme di collaborazione sociale sconosciute in precedenza (31).
  3. Risposte culturali e saggezza Emerge fondamentale per tutti gli anziani il problema della socializzazione continua, ossia del supporto socio-culturale a tutte le età. È superata, almeno a livello teorico, l’idea che la socializzazione si esaurisca in un solo periodo della vita individuale. Essa è un processo che dura tutta la vita, soprattutto nella misura in cui l’uomo è chiamato ad assumere nuovi e diversi ruoli per non cadere in processi di desocializzazione, con conseguenti stati di ansia e di disadattamento (32). Nella situazione seguente al completamento del ciclo materno o del lavoro, l’anziano abbandonato a se stesso si ripiega nel passato. Aiutandolo invece a mantenere vivi interessi e rapporti significativi attraverso un’azione socio-culturale, potrà superare tale situazione. Ricerche sociologiche rilevano come anche a questo proposito siano necessarie proposte differenziate: mentre l’anziano dell’ambiente urbano, soprattutto se dispone di un grado di istruzione medio-alto, ricerca il consumo di beni culturali, altri, con basso titolo di studio, ritengono tale consumo solo una risposta superficiale, un passatempo. Ci chiediamo però se nella terza età possano essere ignorati i problemi della malattia, del decadimento, della conclusione dell’esistenza tipici della quarta età. L’oblìo di essi non potrebbe tramutarsi in motivo di ansia per la vita dell’anziano? La formazione nella terza età, oltre alla socializzazione accennata, dovrebbe a nostro parere, affrontare il senso del limite, che conferisce all’anziano il ruolo di “saggio”. Il giovane, portato dall’entusiasmo per grandi progetti utopici, ritiene di poter fare tutto. Man mano che passano gli anni, egli si accorge dell’incapacità di raggiungere certi obiettivi, dell’indifferenza degli altri, delle insufficienze e delle miserie dell’esistenza umana. Per questo egli spesso brancola fra momenti di narcisismo e momenti di nichilismo. L’uomo adulto sperimenta la crisi del limite. Per lui la vita non può essere realizzata che dentro determinati limiti, definiti dalle sue capacità, dalle condizioni socio-economiche di esistenza, dalla sua resistenza fisica. Tuttavia egli non abbandona l’impegno e si concentra in alcuni punti forza così da realizzare qualcosa di pregevole (33). Nella terza età si presenta la crisi del distacco. Si fanno sentire il senso della caducità delle cose, l’eclissi dell’attesa, la sensazione che continuamente qualcosa sia alla fine: un giorno, una settimana, un stagione, un anno. La stessa vita comincia a scorrere sotto gli occhi disincantati con monotonia, senza importanza, quasi nella noia. Vengono meno le persone care, la carriera comincia a deludere, i figli e gli amici seguono strade diverse (34). Si prospetta allora la polarità-chiave dell’esistenza evidenziata da Erik Erikson: “integrazione o disperazione?” (35). È una polarità esasperata presente nella società che enfatizza la gioventù, la bellezza, l’attività produttiva, il potere, la capacità sessuale. La conoscenza e la sapienza vengono dai computers, non dalla tradizione; dall’immaginazione creativa dei giovani e non dalla canute reminiscenze degli anziani (36). Eppure è proprio con l’accettazione della fine che l’uomo diventa saggio, che il suo comportamento acquista pacatezza e superiorità. Le cose acquistano allora un valore indefinito. “Si arriva a pensare che il mistero faccia parte della chiarezza, che esso costituisca la profondità che l’esistente deve avere per non diventare un’illusione; che l’essere sia fatto di mistero: le cose, gli avvenimenti, l’intero evento che si chiama vita” (37). La crisi del limite e del distacco ripropone così la polarità-chiave già accennata: “integrazione o disperazione?”. Come allora superare la disperazione? Ci chiediamo se la pienezza di vita possa essere sganciata dal realismo, che è sempre fonte di concretezza. Il giovane, proteso e sostenuto dalla forza dell’utopia, rischia di alternare nella sua vita una instabilità di fondo, che passa dall’esaltazione al pessimismo, oppure di adagiarsi nella monotonia quotidiana piena di noia, di dipendenza, a volte carica di tentazioni trasgressive. Il senso del limite rappresenta allora una maturazione della persona per l’acquisizione del senso del reale, la delimitazione di quello che si può fare e di quello che è impossibile realizzare. Se è limite, esso però nulla toglie alle possibilità umane, anzi consente di concentrarle, di renderle più efficaci. In questo senso può essere utile riflettere di fronte all’esperienza del limite assunto come crescita, secondo il pensiero di Theilhard de Chardin (38). Non ha senso assumere come metro un riferimento estraneo come la giovinezza o la bellezza: “Ciò di cui abbiamo bisogno - scrive l’inglese Helen Oppenheimer - non è l’alchimia, ma il comprendere che, dentro di sé, ogni persona anziana è il medesimo essere umano che una volta era giovane” (39). Si potrebbe dire che quando viene meno qualcosa come l’elasticità della percezione, l’efficienza fisica o la stessa autosufficienza, non è venuto meno quell’io profondo che caratterizza la personalità, ma sono venute meno solo alcune forme espressive. È necessario allora una nuova concentrazione su ciò che rimane e che può essere potenziato maggiormente. Nella misura in cui le protesi sono utili possono riparare questi limiti. Rimane comunque impossibile una diversa organizzazione della propria esperienza. La ridefinizione dell’esperienza non è cosa facile né spontanea. Richiede una educazione di fondo della persona, in grado di renderla duttile e capace di cambiamento nel tempo. Non si tratta di aspettarsi il peggio: ciò, secondo H. Oppenheimer, “non fa che raddoppiare i propri guai; chi invece si aspetta il meglio viene deluso meno spesso di quanto si potrebbe temere” (40). È necessario invece guardare coraggiosamente in faccia a tutti gli aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e scoprire le potenzialità inespresse presenti nell’uomo. L’ego personale matura, secondo lo statunitense Eugene Bianchi, nella misura in cui si allontana dal potere competitivo di dominio e accetta le “perdite necessarie” (41). Può rivelarsi così assai utile il dialogo con il proprio inconscio, in un atteggiamento contemplativo, per una nuova autocomprensione nei confronti della verità, del potere e dell’amore. Dal potere di dominio si passa a un potere abilitante, ossia, come si esprimeva Romano Guardini, da un dynamis immediata, che è la forza con cui si controlla e si organizza, a una forza che “irradia”, che non domina le cose ma di esse rende manifesto il senso (42). Non è più allora la perdita a dominare il campo e ad essere causa di rimpianti, ma sono le nuove possibilità scoperte a dare senso all’esistenza. Ci chiediamo di conseguenza se l’acquisizione del senso del limite e del reale non sia fonte di quella saggezza che fa dell’anziano un maestro di vita. A questo punto si colloca la problematica delle Università della terza età, che hanno avuto nell’ultimo ventennio una fioritura sorprendente in Italia. Ad alcuni anni di distanza si può ritenere che tali istituzioni per molte persone sono state un aiuto a programmare in modo socialmente utile i circa vent’anni di vita che rimanevano loro a disposizione dopo il lavoro produttivo (43). Rimane aperto il problema: sono queste istituzioni alla portata di tutti, oppure rischiano di favorire una élites culturale già ampiamente servita? La questione è essenziale in vista di politiche sociali, che devono semmai privilegiare le fasce più deboli della popolazione. L’esperienza di questi anni sembra  aver acquisito la convinzione, ampiamente confermata da ricerche e da studi, che l’attività socio-culturale è possibile ed indispensabile a tutti, date le ragioni sopra esposte. Il problema è piuttosto quello di differenziare le forme di tale attività, che potrà assumere la forma di turismo sociale svolto in modo culturale, oppure di corsi monografici, o di attivizzazione socio-culturale possibile anche nelle case di riposo e con i non autosufficienti (44). Rimane tuttavia basilare la rigorosità del metodo culturale, che privilegia l’interiorizzazione dei fatti culturali così da provocare nuove motivazioni, e la coscientizzazione dell’esperienza passata in modo da renderla comunicabile. Tale attività culturale comunque affronta alla radice i problemi delle persone anziane e può diventare la forma privilegiata di “prevenzione” dei fenomeni dell’invecchiamento, oltre ad assicurare alla società preziose risorse umane.

Conclusione Alla conclusione di un tentativo di definire la “vera novità concettuale” di Peter Laslett relativa alla terza età, ci sembra di poter affermare che la società in futuro potrà risolvere molti suoi problemi attraverso le continue scoperte, ma soprattutto con la valorizzazione e l’armonizzazione degli apporti di tutte le fasce di età, tra cui quella nuova degli anziani. Una società ricca fornisce all’uomo i mezzi necessari per qualsiasi appagamento, ma rimane muta di fronte ai grandi problemi esistenziali di senso, da cui deriva la serenità nel vivere e nel morire, l’importanza della vita di relazione, il significato dell’inutile (45). Un riequilibrio della società può derivare dal pieno inserimento sociale di persone anziane libere, protese a leggere i fatti nella globalità, portatrici di una esperienza, che, pur nel mutare delle forme, rappresenta la continuità della civiltà e dell’umanizzazione. L’anziano va oltre lo scorrere delle cose. Nei problemi della vita anziana quindi sono racchiuse le ansie e le speranze dell’intera società.


1.    Laslett P., Una nuova mappa della vita. L’emergere della terza età, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 38.
2.    Cfr. Viazzo P.P., Introduzione all’edizione italiana, in Laslett P., Una nuova mappa della vita..., p. 13.
3.    Cfr. Laslett P., Una nuova mappa della vita..., p. 61.
4.    Cfr. ivi, p. 54.
5.    Viazzo P.P., Introduzione all’edizione italiana..., p. 13.
6.    Cfr. Schotsmans P., La vita come realizzazione. L’apporto degli anziani a una civiltà che rispetti la dignità umana, in “Concilium”, a. XXVII (1991), n. 3, p. 375.
7.    Guardini R., Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e Pensiero, Milano, 1987, p. 12.
8.    Cfr. Korff W., Introduzione all’etica teologica, Cittadella, Assisi, 1978.
9.    Schotsmans P., La vita come realizzazione..., p. 367.
10.  Cit. ivi, p. 368.
11.  “L’eterogeneità nel gruppo delle persone anziane - scrive il belga Paul Schotsmans - è così forte che vengono proposte altre distinzioni, arrivando a tre sottogruppi: gli anziani più giovani (da 60 a 69 anni), il gruppo di mezzo (da 70 a 84 anni) e gli anziani di età molto avanzata (da 85 anni in su)” (ivi, p. 374).
12.  Laslett P., Una nuova mappa della vita..., p. 42.
13.  Ivi, p. 45.
14.  LEVI MONTALCINI R., Riflessioni in tema di ricerca, atti 3° convegno ATTE Lugano 3-5 ottobre 1994, pp. 18-20.
15.  ANTONINI F.-MAGNOLFI S., L’età dei capolavori. Creatività e vecchiaia nelle arti figurative, Marsilio, Venezia, 1991.
16.  Cfr. LEVI MONTALCINI R., Riflessioni in tema..., p. 19.
17.  LASLETT P., Una nuova mappa della vita...
18.  Cfr. VIAZZO P.P., Introduzione all’edizione italiana..., p. 16.
19.  Laslett P., Una nuova mappa della vita..., p. 251.
20.  Cfr. ivi, pp. 28-30.
21.  VIAZZO P.P., Introduzione all’edizione italiana..., p. 14.
22.  LASLETT P., Una nuova mappa..., p. 35.
23.  Ivi, p. 256.
24.  Cfr. ivi, pp. 259-260.
25.  Cfr. ivi, pp. 263-264.
26.  Cfr. ivi, p. 251.
27.  Cfr. ivi, p. 39.
28.  Ivi, p. 251.
29.  Cfr. ivi, pp. 59-60.
30.  Ivi, pp. 297-298.
31.  Cfr. ivi, p. 286.
32.  Cfr. Dal Ferro G., Ruolo sociale degli anziani. Ricerca psico-socio-pedagogica sulla vita anziana, Rezzara, Vicenza, 1985, pp. 104-131.
33.  “È su questi uomini - scrive Romano Guardini - che l’esistenza può fare affidamento. Proprio perché non hanno più l’illusione del grande successo e delle brillanti vittorie, essi sono capaci di compiere opere che hanno valore e durano nel tempo” (Guardini R., Le età della vita..., p. 56).
34.  Cfr. ivi, pp. 59-60.
35.  Cit. in Burghardt W., Invecchiamento, sofferenza e morte. Una prospettiva cristiana, in “Concilium”, a. XXVII (1991), n. 3, p. 389.
36.  Cfr. ivi.
37.  Guardini R., Le età della vita..., p. 78.
38.  Cit. in Bianchi E., Una spiritualità della terza età, in “Concilium”, a. XXVII (1991), n. 3, p. 383.
39.  Oppenheimer H., Riflessioni sull’esperienza della senescenza, in “Concilium”, a. XXVII (1991), n. 3, p. 363.
40.  Ivi, p. 358.
41.  Bianchi E., Una spiritualità della terza età..., p. 382.
42.  Cfr. Guardini R., Le età della vita..., p. 64.
43.  Cfr. Dal Ferro G., Le Università della terza età. Finalità - organizzazione - risultati, Rezzara, Vicenza, 1992, pp. 9-71.
44.  Cfr. ivi, pp. 66-68.
45.  Il mondo attuale, dominato dalla tecnica, sembra non dare spazio alla “cultura dei sentimenti” (Walter Benjamin) e ai “bisogni dell’anima” (Simon Weil). Secondo il romanziere Romain Gary, “se manca il rifugio di un margine che accoglie quanto è apparentemente inutile e strano (...) siamo destinati alla rovina. La nostra esistenza si svuota, sprofondiamo in una forma di nichilismo, perdiamo la gioia di vivere, rimaniamo uccisi dalla noia suprema che ci assale di fronte a quella realtà che conosciamo e che siamo, di fronte al riflesso di noi stessi” (cit. in Jensen O., Condannati allo sviluppo! Le religioni di fronte al problema ecologico, Claudiana, Torino, 1981, p. 45).