La solitudine dell'anziano e mutamenti sociali

Giuseppe Dal Ferrro

La società attuale, secondo gli studiosi, è caratterizzata dalla frammentazione e dalla propensione verso il futuro. Peter L. Berger parla di “pluralizzazione” per indicare l’indipendenza dei vari settori, senza che qualcosa li colleghi, come era avvenuto in passato da parte della filosofia e della religione ritenute fonte del significato.

Danièle Hervieu-Léger sottolinea che la società attuale è una “società senza memoria”, cioè senza ponti con il passato, perché protesa al nuovo. Conseguenza delle due indicazioni è una società complessa, senza riferimenti oggettivi, caratterizzata dalla competitività. Ogni individuo si trova solo, inserito in un contesto più grande di lui, nel quale deve emergere o almeno stare a galla senza protezione. A soffrirne sono un po’ tutti, dai bambini agli anziani. Questi ultimi tuttavia sono più degli altri esposti a rischi perché vedono annullato il proprio patrimonio di esperienza, senza punti di riferimento, con scarsa voglia di ricominciare da capo. Jacques Monod, biologo molecolare, li paragona a degli zingari: “Occorre che l’uomo - egli scrive - si svegli dal suo millenario sogno, per scoprire la sua solitudine completa, la sua estraneità radicale. Egli ora sa che è come zingaro ai margini dell’universo in cui deve vivere. Un universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini”. Mentre i giovani si tuffano necessariamente in questo universo competitivo, le persone mature rimangono al margine di una società che avvertono estranea, avvolti in una solitudine totale. Ma è proprio vero questo quadro? C’è una via d’uscita o qualcosa da recuperare per una società che sia per tutti più vivibile?

  1. Solitudine e sue cause La solitudine è una situazione umana che ha accompagnato l’uomo dai primordi dell’umanità in tutte le sue tappe, legandolo nel bene e nel male ai sentimenti di angoscia, paura, morte. Essa si presenta in forma ambigua: in alcuni casi è valore positivo essendo scelta, in altri negativa risultando perdita di significato della propria esistenza. Molte ricerche sono state fatte sulle sue origini e sulle sue manifestazioni. Fra tutte citiamo una di Silvano Burgalassi, pubblicata in due volumi. Da questo lavoro risulta la complessità del fenomeno, la sua estensione a tutte le età, l’incidenza maggiore nelle donne, nei più anziani, negli abitanti della campagna. Il carattere competitivo della società industriale, in primo luogo, ha reso debole la solidarietà generale, che nella civiltà agricola univa le persone fin dalla nascita senza distinzioni, ed ha creato nuove relazioni basate sulla scelta volontaria, in gran parte determinata dalla utilità reciproca. Si è creata così una società instabile, nella quale è indispensabile stare al gioco del più forte per non scomparire, con il ripiegamento delle fasce deboli, destinate a diventare marginali. Sono sempre più numerose le persone oggi rinunciatarie, che si trovano ai margini della società in cui vivono, consapevoli di dipendere da essa, incapaci di aver voce nel contesto sociale. È il fenomeno della progressiva emarginazione di molti che si sentono socialmente sconfitti, pur dovendo far riferimento ai modelli di vita, alle abitudini e all’attività degli altri, solo teoricamente uguali a loro. La consapevolezza di non poter uscire dalla situazione accennata può generare disadattamento, quale le devianze e i processi involutivi di autoemarginazione. Alla solitudine, conseguente alla competitività sociale, si aggiunge, in secondo luogo, il venir meno dell’omogeneità di valori di riferimento, a causa del pluralismo culturale della società. Le comunità locali formate ieri da persone conosciute, con relazioni ataviche fra loro, nella società contemporanea non esistono più, data la grande mobilità sociale che ha immischiato tra loro culture e razze. In una città non sono più riscontrabili i segni della tipicità culturale del passato. Indubbiamente una cultura c’è, se intendiamo con essa un sistema culturale frutto dell’interazione sociale. Sta di fatto però che il contesto sociale è percorso da differenziazioni così marcate da non consentire più il formarsi di una mentalità comune, di un minimo di convergenza sui valori e di una comune gerarchia dei bisogni, elementi indispensabili per parlare di omogeneità culturale. Sono significative al riguardo le stesse variazioni delle mode, sempre meno successive nel tempo e sempre più compresenti, la pluralità degli accenti e dei dialetti, lo svuotarsi o lo scomparire del folclore. La crisi della cultura urbana è quindi un dato di fatto, conseguenza di alcuni fenomeni, che hanno atomizzata la vita della società. Alle due cause accennate, in terzo luogo, si aggiunge la scarsa incidenza della famiglia, ridotta di numero e con scarsa relazionalità al suo interno, dove convivono persone protese verso l’esterno, legate più da una integrazione affettiva che da una condivisione dei progetti di vita. La drastica riduzione della natalità ha reso poi precaria anche l’assistenza pubblica, dove le relazioni fraterne sono assenti. Una apparente risposta alla solitudine sembra venire dalla comunicazione di massa, con tutte le sue ambiguità, la quale esprime modelli culturali apparentemente universali e soddisfa alle esigenze di consumo. Essa sembra aver riempito il vuoto di relazioni, occupando largo spazio del tempo libero e fornendo a gettito continuo informazioni e argomenti di discussione per i rapporti interpersonali. In termini più tecnici potremo parlare di ruolo significativo della comunicazione di massa in una società che è già per altre ragioni società di massa. Nel contesto culturale accennato, già disgregato e anonimo, la cultura di massa assume perciò un ruolo apparentemente socializzante; si tratta tuttavia di una socializzazione incentrata nell’unico spazio disponibile, quello del tempo libero (loisir), connotata dall’immaginario. Costruita sui bisogni individuali, essa allarga così l’anonimato e la crisi relazionale già presenti e determina quella situazione post-industriale caratterizzata dall’individualismo di fruizione, dove ciascuno fa i fatti suoi incurante degli altri, ritenuti estranei. Si determina in questo modo il fenomeno dell’eterodirezione, che espropria l’uomo delle sue capacità critiche e lo inserisce in un “falso sociale”, costruito abilmente a fini commerciali. Si sviluppa in altri termini un equivoco: la comunicazione sociale, costruita sui bisogni individuali, finisce per essere accolta come l’espressione del bene comune, anche se ovviamente ignora diritti e interessi delle persone non funzionali al sistema. Nasce così un “falso” in funzione individuale, il quale si realizza poi, come abbiamo detto, solo nell’immaginario. La crisi sfocia per i singoli in forme di emarginazione soddisfatta per alcuni sulla linea della evasione continua, drammatica per altri che trovano rifugio nella droga e nella violenza. È la situazione di chi tollera un lavoro privo di significato in vista della domenica e di chi, per situazioni particolari di disoccupazione, di salute o di crisi delle relazioni familiari, scarica l’ansia quotidiana in forme di disadattamento. L’analisi fatta sulla comunicazione di massa come falsa fonte di socializzazione, con il conseguente deterioramento della qualità della vita relazionale, non è certo un fatto isolabile. Essa si integra con la scarsa incisività di altre agenzie di socializzazione quali la famiglia, la scuola, il vicinato, l’habitat. Non va quindi caricata da sola dell’anonimato della vita, al quale concorrono altri fenomeni. Essa occupa e riempie piuttosto il vuoto culturale lasciato da altri e per questo ingigantisce lo sgretolamento culturale già in atto.
  2. Solitudine, nuova dimensione sociale La risposta alla solitudine non può essere pensata in un nostalgico e romantico ritorno a forme di vita del passato, oggi improponibili e neppure desiderabili, dato il carico di sofferenze di cui erano portatrici; non è neppure ipotizzabile nello sviluppo ulteriore delle forme di assistenza, che provvedono al bisogno, ma non risolvono il problema della emarginazione. La vita oggi è indubbiamente più difficile e problematica, ma è insieme più responsabile e creativa. A nessuno è lecito adagiarsi nel passato, dovendo questo essere continuamente ripensato in termini dinamici e creativi. Vengono così a confrontarsi due modi di vita: il primo sorretto da una solidarietà generale, pre-costituita e da un mondo valoriale di riferimento preciso, a cui era sufficiente conformarsi; il secondo fondato sulle singole soggettività e sulla loro capacità di aggregarsi in progetti comuni di tipo associativo. Il passato era costituito da una struttura comunitaria concentrica. Ognuno viveva nel proprio territorio, dentro il quale si svolgeva la quasi totalità della vita di tutti gli abitanti. I membri di esso quindi erano vincolati dal sentimento di una solidarietà generale, che esisteva prima di ogni decisione dei loro membri, da cui essi non potevano facilmente uscirne e che risultava non soltanto da un’ampia o totale comunità di interessi, ma soprattutto dalla necessità in cui si trovavano i membri del gruppo volenti o nolenti, di collaborare insieme, se almeno volevano soddisfare questi bisogni. In tale situazione i punti di riferimento erano unici: da essi si poteva divergere solo accettando l’insostenibile condizione di emarginazione e di devianza. La solidarietà aveva come contropartita un forte controllo sociale. L’attuale società aperta ha rotto le antiche comunità, introducendo una dinamica sociale nuova di tipo associativo, nella quale le relazioni sono affidate all’impegno e alla responsabilità dei singoli, che a loro volta concordano anche nell’enucleazione dei valori comuni da perseguire. Le associazioni, al contrario delle comunità, sono creazioni della ragione e della volontà umane, ed hanno uno scopo definito, specifico: una persona non appartiene per necessità a una sola comunità, ma può appartenere a molte associazioni o anche a nessuna. L’emarginazione e la solitudine quindi non sono fatti inevitabili, ma conseguenza dell’incapacità di rendersi conto che la comunità di ieri non esiste più e che i valori vanno sempre in modo nuovo interpretati, perché espressi dall’accordo comune. Ecco perché le persone, che hanno conosciuto il passato, possono trovarsi disorientate o divenire stimolo della esigenza comunitaria all’interno di una nuova situazione dinamica e competitiva. Potremmo anzi ipotizzare che alla competitività produttiva, tipica dei giovani, le persone mature potrebbero offrire un proprio contributo accentuando l’istanza comunitaria, ossia sviluppando il bisogno di una vita umana caratterizzata dalle relazioni sociali. In una società anonima e disgregata, bisognerebbe poter ricostruire in qualche modo piccole comunità solidali, all’interno dell’organizzazione societaria, quali la famiglia, il vicinato, le forme associative primarie. Achille Ardigò parla della necessità di sviluppare nella società attuale i “mondi vitali”, oggi fortemente in crisi. Nella misura in cui questi “mondi” sono valorizzati socialmente e politicamente, e ritenuti essenziali per la vita umana, essi possono ridare alla società un volto umano, facendo passare i cittadini da individui isolati, spietatamente protesi al proprio individuale interesse, a membri di gruppi solidali. Il problema che si pone allora nella società attuale è quello di dar corpo, al proprio interno ad aggregazioni che nascono dai rapporti intersoggettivi, che precedono e accompagnano la riproduzione della vita. Secondo Alfred Schutz la via obbligata di una società dal volto umano è il “con-sentire”, cioè una convergenza costruita dal basso attraverso la relazione sociale. L’autore osserva che solo con gli accennati mondi vitali un sistema sociale può rigenerarsi, ricevendo da essi motivazioni di identificazione, di altruismo, di innovazione, di acculturazione. Se il sistema sociale non può prescindere dai mondi vitali, è pur vero però che i mondi vitali stessi sono condizionati dal sistema sociale, il quale di essi può recepire gli stimoli propositivi o disgregarli con una politica di privilegi e di contrapposizioni. Nella situazione attuale ci troviamo di fronte a mondi vitali fortemente indeboliti per la presenza di cittadini in atteggiamento più di clienti che di persone corresponsabili. La razionalizzazione generale della vita e la mediazione corporativa degli interessi hanno fiaccato in questi anni i mondi vitali. Come è possibile allora superare la conflittualità e la competitività intersoggettiva e ricostruire la società civile a partire dai mondi vitali, senza cadere in condizioni di anarchia e di perdita di identità? Occorre sviluppare una comune intenzionalità e selettività, scrive Achille Ardigò: “Parole, gesti, segni, suoni, azioni sono senza senso qualora non abbiano nel loro insieme, o singolarmente presi, significato per l’uomo, per la comunicazione tra più uomini, per la cultura di una collettività”. Nel fluire della vita è solo il senso ad indicare le cose che servono al proprio progetto di vita, alle proprie pulsioni e alla propria eticità, ovviamente a condizione di un’apertura di speranza verso gli altri e l’esterno. Se si vuole ricostruire la vita sociale è indispensabile sviluppare una qualche forma di consenso, attraverso il flusso delle intenzionalità a partire dai mondi vitali, come abbiamo detto, cioè dalle forme di aggregazione primarie quali la famiglia, il vicinato, l’associazionismo, il volontariato, nelle quali non prevalgono gli interessi economici ma i problemi di senso. Ritorna così in causa il sistema sociale, che può sostenere lo sviluppo dei mondi vitali, oppure mortificarli e inglobarli come strumento di potere.
  3. Strategie contro la solitudine La solitudine, intesa come situazione subita di emarginazione sociale, con conseguente crisi di identità, è indubbiamente un male sociale di cui soffrono le fasce deboli della società, dai giovani alle persone mature, dai bambini agli immigrati. Nella competizione sociale coloro che non riescono stare al passo o non scoprono un nuovo modo di vivere creativo con valenze sociali, finiscono col ripiegarsi nell’angoscia o in forme compensative narcisistiche, quali l’ossessione della cura del corpo o l’affido a psicoterapie. Potrebbe essere interessante osservare come nella globalizzazione attuale del mondo il fenomeno investa gli Stati stessi, che si trovano a competere dentro dinamiche internazionali. Parlare quindi della solitudine è affrontare un problema sociale di grandi proporzioni e ricercare possibili strategie di superamento. Riprendendo le conclusioni di un simposio dell’Istituto Rezzara di Vicenza del 2002, pensiamo di accennare ad alcune strategie per il superamento della solitudine. Una prima strategia è rappresentata dalla rielaborazione culturale della solitudine stessa. Se essa è motivo di ansia e di paura, ciò dipende da una mancata educazione a saper rimanere con se stessi, al di fuori dei clamori esterni. Il silenzio e la solitudine sono i luoghi delle decisioni importanti della vita, dell’identità e della responsabilità. L’autentica libertà personale nasce dalla capacità di scelta intesa come obbedienza alla propria coscienza. Nel saper vivere con se stessi, si può inoltre recuperare la memoria e con essa il senso critico, che nasce dal confronto fra passato e presente. Una seconda strategia è l’apertura all’altro senza paure e senza pregiudizi, così da stabilire una relazione autentica, senza aspettarsi che gli altri siano uguali a noi. Spesso la solitudine dipende dall’insicurezza con cui entriamo nella vita di relazione, privi di quella fiducia per cui l’altro non è una minaccia ma uno stimolo per la propria crescita personale. L’ascolto, l’empatia, il rispetto della reciprocità alla pari, sono quindi elementi essenziali per imparare ad uscire da sé ed incontrare gli altri, allo scopo di stabilire con essi un cammino comune, una solidarietà rispettosa delle diversità. Una terza strategia è la moltiplicazione dei luoghi autentici di aggregazione, al di fuori dei circuiti mercificati e delle pressioni psicologiche del mercato. Sport, musica, ballo, turismo e ritrovi rischiano di diventare oggi ambienti di massificazione, anziché luoghi di relazione autentica e di convivenza creativa e solidale. Nei gruppi fra coetanei e negli incontri fra adulti significativi e giovani creativi sta il segreto per la costruzione di comunità che aiutano la persona a non sentirsi sola e a stabilire rapporti autentici. Una quarta strategia è il recupero della solidarietà sociale attraverso lo sviluppo dei cosiddetti “mondi vitali”, che vanno dalla dimensione parentale al vicinato. Nella misura in cui questi “mondi” sono valorizzati socialmente e politicamente, e ritenuti essenziali per la vita umana, essi possono ridare alla società un volto umano, facendo passare i cittadini da individui isolati, spietatamente protesi al proprio individuale interesse, a membri di gruppi solidali. Prima fra tutti i mondi vitali è la famiglia, comunità autentica di solidarietà, oggi purtroppo in crisi perché ridotta di numero e spesso disgregata. Ecco perché a suo sostegno vanno promosse reti familiari più ampie di vicinato e di parentela. La capacità da parte dei cittadini e delle famiglie di mettere insieme le proprie risorse per far fronte a problemi comuni e di costruire nuovi patti di solidarietà tra le generazioni, costituisce una pratica innovativa di grande valore sociale: va quindi riconosciuta, sostenuta e valorizzata. Una quinta strategia è l’individuazione di riferimenti valoriali comuni. Se una persona può contare sulla condivisione di alcuni valori con i vicini, non si sente più sola, perché sa di potersi aprire, quando lo desidera, a tutti, ed essere accettata e considerata. Una strategia allora, a lunga scadenza forse la più valida, è quindi lo sviluppo nella società circostante piccola o grande, di alcuni valori, attraverso il recupero della memoria storica e l’educazione a trascendere la realtà, per scoprire il mondo dei significati. Il compito non è facile, perché ancora prevale l’idea che i valori siano espressi da un codice preciso, sempre uguale a se stesso. Il valore fondamentale è l’uomo, è la relazione da stabilire con esso nel rispetto della sua dignità che stabilisce in forma sempre nuova, a seconda dei tempi, il codice dei valori. Ripetere allora parole valoriali, senza una adeguata coniugazione di esse con le situazioni concrete, diventa equivoco, fonte di conflitti. Infine, una sesta strategia è quella di aiutare le persone ad avere un ruolo sociale e a saper cambiare ruolo quando questo viene meno. Sappiamo come il ruolo nessuno se lo può dare, essendo esso riconosciuto dagli altri ed è in forza di esso che uno si sente inserito attivamente nella società. Nessuno può far tutto e solo nell’insieme dei servizi può trovare soddisfazione ai suoi bisogni e alle sue esigenze. C’è così una complementarietà nella quale ognuno trova il suo modo di esistere come fruitore e come produttore di servizi. È noto che nella vita i ruoli cambiano a seconda delle situazioni familiari, produttive e di età. Se però è naturale il cambiamento dei ruoli, è devastante la perdita di ruolo, collegata all’esperienza di inutilità. Tale situazione è maggiormente accentuata nelle persone mature. Ecco perché risultano fondamentali le iniziative che sostengono negli adulti maturi la creatività e favoriscono il cambiamento di ruolo, dopo il venir meno della produttività economica. Scoprire che si è utili alla società non solo con il “fare” ma anche con l’“essere” è la più grande sapienza. Consentite che ricordiamo a tale proposito una nota affermazione di Romano Guardini: “Ci sono due tipi di efficacia: quella della dynamis immediata, che è la forza con cui si controlla e si organizza, e quella del senso delle cose, della verità, del bene (…). Man mano che l’uomo diventa vecchio, la dynamis s’affievolisce. Tuttavia, nella misura in cui egli consegue le sue vittorie interiori, la sua persona lascia - per così dire - trasparire il senso delle cose. Egli non diventa attivo, bensì irradia. Non affronta con aggressività la realtà, non la tiene sotto stretto controllo, non la domina, bensì rende manifesto il senso delle cose e, con il suo atteggiamento disinteressato, gli dà un’efficacia particolare”.

Conclusione Il tema della solitudine, come abbiamo potuto costatare, non è semplice né di facile soluzione. Si presenta inserito in una ragnatela di esperienze singolari, che richiedono di essere analizzate. Silvano Burgalassi, a conclusione della sua ricerca, elenca una serie di situazioni, non certo trascurabili, nelle quali si annida la solitudine: egli parla di solitudine traumatica, occasionale, stabilizzata, voluta. Ognuna di esse richiede uno studio accurato ed un’analisi soggettiva. Il tutto va riportato all’esistenza umana, che non può svilupparsi senza relazione. Ecco perché accanto agli interventi degli specialisti, nei casi patologici, emerge fondamentale l’istanza formativa alla vita relazionale, sulla quale la società e le istituzioni educative hanno il dovere di investire. Si potrebbe concludere, con Silvano Burgalassi, affermando che “solitudine e socialità appaiono come le due indispensabili facce di una stessa medaglia: l’esistenza umana”.