A trent'anni ancora con mamma e papà adulti sì ma travestiti da giovani

Silvio Scanagatta Università di Padova

Il prolungamento della gioventù è uno dei fenomeni più tipici del nostro tempo: rinviate le scelte dei ragazzi, compresi quelli che già lavorano e scelgono di restare in casa. Le famiglie si interrogano perché costrette più a fornire servizi che progetti di vita e valori.

L’allungamento dell’età giovanile è stato molte volte messo in luce come anche la straordinaria atipicità della famiglia italiana che trattiene i propri figli assai più di quanto non accada nei paesi del nordeuropa. Il tessuto sociale offre ormai ai giovani una specie di via italiana alla complessità che caratterizza in modo completamente non tradizionale la loro quotidianità. In un lavoro sul Veneto avevamo definito questa come una generazione sospesa, come se fosse incapace di trovare la dimensione di originalità sufficiente per esprimere una sua identità che la rendesse riconoscibile. In realtà la pubblicazione successiva del terzo rapporto Iard ha ampiamente confermato questa tendenza generazionale a confondersi con la storia sociale generale. Anche in questo caso quindi il Veneto ha fatto da battistrada a molti cambiamenti che poi si ritrovano in aree molto più vaste. Ciò che colpisce in questi fenomeni non è tanto il rinvio delle soglie che hanno sostituito i riti di passaggio, studio, lavoro, matrimonio ecc., ma la straordinaria accentuazione di questo prolungamento di gioventù. Fino alla metà degli anni ‘80 le ricerche sui giovani arrivavano ai 25 anni e sembrava un vezzo farle invece fino ai trenta. Con l’inizio degli anni ‘90 si scopre che i trentenni sono assai diversi da quei quasi-adulti, che appaiono nel sentire comune. Cavalli anticipa nel ‘92 i dati della terza rilevazione Iard, annotando la novità più rilevante in questa permanenza giovanile prolungata in famiglia. Anche il Veneto vive le stesse realtà. I dati riguardano il confronto tra due rilevazioni (1987 e 1992) su tutta le regione che ci permettono di chiarire alcune conformazioni più precise del fenomeno; sono presenti i dati di tutti gli intervistati dell’ultima fascia di età (28-29 anni), che chiameremo per brevità i trentenni. I risultati veneti confermano in pieno l’andamento nazionale ma con alcune particolarità. Aumentano la presenza dei trentenni in famiglia, ma, mentre nell’87 la percentuale dei coniugati corrisponde a quella di chi è ancora in famiglia, nel ‘92 la cosa cambia notevolmente; i coniugati sono il 43,6 %, mentre gli usciti di casa sono il 47,4. Aumenta cioè il numero dei singles, a fronte di un crollo della percentuale degli sposati. Anche la struttura di occupazione subisce cambiamenti notevoli; il lavoro mostra come non sia certo la sua mancanza ad impedire l’uscita di casa. Tre persone su quattro, che vivono con i genitori, hanno un lavoro stabile e sarebbero quindi in grado di uscire, se lo volessero. Si potrebbe pensare che il fatto di lavorare non rappresenti una ragione sufficiente per sostenere la capacità di essere indipendenti; quelli che lavorano hanno avuto un aumento medio di retribuzioni di circa il 15 % in cinque anni, del tutto coerente con l’aumento dei prezzi. Difficile quindi sostenere che i problemi economici incidano oltre misura; sono piuttosto i consumi a dare la misura di un certo restringimento delle possibilità, che porta i non coniugati al 75% dei consumi di cinque anni prima ed i coniugati all’86%. La crisi economica quindi incide, soprattutto sui consumi; le cause possono essere diverse, ne azzardiamo alcune di specifiche, oltre alla crisi generale. È probabile che la famiglia di origine oggi largheggi meno nel lasciare risorse “libere da vincoli” in mano ai giovani, ma è possibile che vi sia stato anche un cambiamento di mentalità, che ha fatto aumentare non solo l’incertezza sul futuro, ma anche la propensione al risparmio. Tutti questi fattori ovviamente hanno inciso, anche se in modi diversi; il risultato è che la famiglia appare, ancor più del solito, l’ambito più sicuro per i trentenni. Un ulteriore dato interessante, riguarda una valutazione di carattere più generale; si ritiene comunemente che una delle ragioni più frequenti di permanenza dei giovani trentenni in famiglia, siano i costi delle case. In realtà in questo periodo di tempo i costi non sono così variati da giustificare questa affermazione. La casa in questo periodo è certamente un bene molto costoso, anche per chi lavora, ma ci si dimentica che la valutazione per un giovane che esce di casa, non può essere fatta sui costi delle case per famiglia, ma su quelli che, ad esempio, vedono gli studenti trovare soluzioni, certamente meno comode dell’intero appartamento, ma sicuramente più accessibili economicamente. È questo tipo di mercato che permette, all’estero, ai giovani di uscire; in Veneto invece, ma anche in Italia, l’uscita di casa sembra assai più legata alla continuazione di tutte le condizioni di benessere precedente.

  • Rapporti generazionali Ovvio quindi che questo metta in primo piano, non tanto un problema di condizioni materiali, sicuramente le migliori mai avute, ma piuttosto un sistema valoriale radicalmente cambiato. Il livello di aspirazioni è uno dei modi abituali per riconoscere il fatto di trovarci di fronte a dei giovani. Certamente il fatto di non aspirare a terminare gli studi, o a trovare un lavoro, possono dipendere da una generale maggiore soddisfazione di questi bisogni; la diminuzione è tuttavia assai più drastica di quanto non ci si possa aspettare dai cambiamenti strutturali. Ma dove non ci si aspetta una diminuzione notevole è nel fare grandi viaggi all’estero o nel guadagnare molto di più; in questi campi infatti la diminuzione di progettualità e di aspirazioni può difficilmente dipendere da costrizioni materiali oggettive, mentre ci sembra assai più credibile una spiegazione che comprime questa generazione ad una perdita generale di spinta al cambiamento per una rassegnazione che sembra assai poco coerente con il tradizionale ruolo sociale dei giovani. Se solitamente gli studiosi dei giovani nelle società industriali ricche li vedono proiettati verso il dilemma tra il cambiamento radicale e l’adattamento innovativo, questa generazione esce decisamente dagli schemi perché sembra aspirare all’adattamento senza innovazione. Da questo punto di vista la gerarchia dei valori esprime un conformismo che ormai potremmo perfino chiamare tradizionalismo remissivo.

  • La protrazione delle scelte Il quadro che si delinea quindi non riguarda soltanto il prolungamento cronologico della fase di vita che chiamiamo giovinezza, ma coinvolge un fenomeno assai più ampio di crisi dei significati; non si tratta certo di un aspetto nuovo, ma certo può assumere valenze diverse se verificato nei trentenni piuttosto che negli adolescenti. Questo naturalmente modifica anche tutti i processi di socializzazione, fino a trasformare i trentenni in soggetti assai somiglianti ad alcuni aspetti di ultrasocializzazione. Sembra quasi che si stia innescando un meccanismo perverso di patto sociale, l’eterna giovinezza in cambio della rinuncia alla progettualità sociale. Naturalmente le nostre valutazioni hanno il limite di considerare la generalità dei fenomeni; nei microambienti sociali vi sono certamente miriadi di mondi vitali che contravvengono a questo quadro generale. Valutando le medie tuttavia non ci si può sottrarre dalla considerazione di un processo sociale che vede protrarsi il numero di anni di giovinezza, ma vede anche perdere la capacità di progettare la vita, che finora era tensione e speranza fondamentale per i giovani. Difficile infatti pensare che un giovane possa dimostrare di esistere, e quindi conquistare identità, se non è innovativo rispetto al passato, da cui è strutturalmente meno condizionato. Probabilmente è giunto il tempo di rileggere alcuni stereotipi cui siamo legati. È difficile infatti negare che i trentenni attuali abbiano l’atteggiamento conservativo di chi “è arrivato”, piuttosto che l’aspirazione ad un mondo migliore e più giusto. Ma a che cosa applicano l’idea di essere arrivati? È possibile una ipotesi innovativa e cioè che la famiglia di origine rappresenti ormai per molti un patrimonio irrinunciabile; evidentemente gli spazi di contrattualità ottenuti nelle case paterne permettono generalmente un livello di qualità di vita, al di sotto del quale, qualunque modificazione rappresenta, e non solo per il giovane, un arretramento devastante. Come nel migliore teatro della vita quindi il trentenne può diventare un adulto travestito da giovane. Secondo questa ipotesi il trentenne pensa da adulto e consuma da giovane; indipendentemente quindi dal fatto di abitare con i genitori o fuori, il trentenne ha già avuto l’accesso al mondo adulto, solo che non lo sa, o non lo vuol sapere; dal punto di vista del mercato, non c’è dubbio sulla convenienza di avere questo adulto-giovane, svincolato dalla costosità delle mete sociali significative e facilitato quindi al consumismo. Che questa nuova figura sociale sia in realtà poco coerente con l’idea di giovane, è d’altra parte assai probabile se pensiamo che la riproduzione della specie, è un istinto difficilmente negabile negli esseri viventi. Formidabile quindi deve essere la forza che impedisce di esprimere compiutamente questo bisogno nelle età in cui maggiore è il vigore biologico. Questo processo di ultra identificazione nella famiglia di origine probabilmente riesce spesso a legittimare il fatto riproduttivo, come già soddisfatto (nella famiglia di origine!). L’affermazione può sembrare eccessiva, ma non bisogna dimenticare che in questa divisione perversa delle responsabilità, al trentenne è affidato il ruolo di figlio, che non deve proporsi problemi riproduttivi, mentre i figli li fanno i genitori (ruolo già espletato!). La famiglia quindi diventa organizzazione flessibile al punto di trasformarsi in struttura intergenerazionale in cui per ogni ruolo vi è sempre qualcuno che efficacemente lo svolge, deresponsabilizzando gli altri dalle mete comuni che lo giustificano. In un certo senso sembrerebbe che una possibile patologia di scissione della famiglia contemporanea, consista proprio nella sua flessibilità, che è il suo pregio migliore; nello stesso tempo tuttavia si legittima tutto, accentuando gli elementi strutturali, come le garanzie materiali e diventando spesso una efficiente “azienda”, e però anche allontanando i singoli dal fatto di poterla sentire come comunità. La famiglia come rete relazionale e comunità infatti non potrebbe funzionare con una divisione meccanica dei ruoli; in tal caso infatti vi è soprattutto la tacita convivenza che mira ad un patto che ottimizza l’utilità dell’uso delle risorse materiali ed economiche. La famiglia come rete invece ha bisogno di condivisione di valori e di progettualità positiva; questi aspetti vedono i giovani, come generalità, assai poco sensibili, sia sul piano delle affermazioni di opinione, che dell’azione sociale. Per questo è legittimo pensare che solo una minoranza di trentenni riesca a salvaguardare quella progettualità creativa che li rende giovani-adulti, mentre nella maggior parte dei casi si è innescato un meccanismo perverso che tende a trasformarli in adulti-(finti) giovani.

  • Travestiti da giovane Il fatto di passare da giovane-adulto ad adulto-giovane non è soltanto una elaborazione accademica, perché ci permette di non compiangere un trentenne “costretto” a fare il giovane protraendo l’entrata ad un ruolo di piena maturità, ma piuttosto di pensare ad una carenza strutturale di riconoscimento di ruolo sociale in una fascia di popolazione che resta artificiosamente ancorata ad uno stile di vita giovanile così coinvolgente, da impedire di riconoscersi in un ruolo sociale di piena responsabilità soggettiva sull’intero progetto sul futuro. In pratica il prolungamento artificioso della giovinezza si può trasformare in un processo sociale di esclusione di parte (forse grande) di una generazione dal contributo costruttivo ai destini sociali; in questo senso è evidente l’esistenza di una pressione sociale ad essere consumatori giovani e giovanili. Un risultato può essere quello di un processo di esclusione di una parte di popolazione dallo svolgimento di un ruolo socialmente utile, che non può essere solo economico lavorativo, ma deve anche esprimersi sul piano riproduttivo valoriale. Il prezzo di questa esclusione potrebbe facilmente essere l’accentuazione artificiosa della costruzione di ricchezza economica, a sfavore di un progetto “pensato e voluto” di futuro.