Generazione duemila generazione alla ricerca di una identità

Daniele Marini sociologo

La giovinezza è un tema trasversale all'età e dovrebbe interessare tutta la società civile, non solo le associazioni o i responsabili che si occupano dei giovani.

Per cercare di comprendere meglio come mai taluni fenomeni interessino la condizione giovanile, credo sia opportuno provare ad indagare quelle che sono le aspirazioni, i valori, gli atteggiamenti, in definitiva quel sistema culturale di riferimento al quale le giovani generazioni fanno più spesso riferimento, essendo questi i crinali lungo i quali la nostra azione poi si articola.
Il nostro modo di leggere la realtà solitamente è fenomenico, guardiamo cioè agli eventi così come ci appaiono, mentre in realtà dietro a questi eventi c'è qualcosa che muove il terreno sottostante.

Se volessi usare una metafora, direi che oggi i giovani si situano all'interno di un contesto epocale, come attori di teatro che devono recitare una loro parte, ma il copione tende a cambiare e a modificarsi finché viene recitato, e in più lo sfondo della rappresentazione continua a cambiare.
Credo sia opportuno costruirci una sorta di quadro di riferimento di alcuni macro-fenomeni che spingono la realtà a mutare in modo rilevanti. Non dobbiamo dimenticare che i giovani, sono soggetti in cambiamento psicologico, fisico, nei fatti e inoltre queste nuove generazioni, di quest'epoca, sono costretti a vivere il cambiamento nel cambiamento. Non sono dei soggetti che cambiano in un quadro sostanzialmente stabile perché, anche il quadro continua a cambiare in modo assolutamente rapido. Dobbiamo in primo luogo tenere conto dei cambiamenti generati dalla condizione psico-fisica di adolescenti. Il termine adolescenza, in questi anni, si è prolungato nel tempo. È noto che la condizione di adolescenza è una costruzione sociale, non è una cosa che esiste in natura; ora c'è un contesto che tende a prolungarla. D'altro canto le persone adulte si ricorderanno che i giovani di una o due generazioni fa non conoscevano l'adolescenza come la conoscono i giovani d'oggi, così come in altre parti della terra i giovani non esistono sostanzialmente come categoria.
Il secondo aspetto, che qui vorrei semplicemente ricordare, sono le grandi e profonde mutazioni di tipo sociale e culturale che hanno accompagnato questo fine secolo, a partire dalla data emblematica della caduta del muro di Berlino, dove sono definitivamente cadute le grandi ideologie. Ma la caduta della grande ideologia, in realtà, ha rappresentato contemporaneamente la nostra incapacità di raccontare dove vanno a finire le nostre società. Al di là degli aspetti più o meno critici che possiamo avere su questo termine, le ideologie non erano altro che il raccontarci dove doveva andare a finire la nostra società nelle diverse visioni filosofiche: quella marxista e quella liberale. Oggi quelle visioni non ci sono più e noi non abbiamo più la capacità di proiettarci e di dire verso dove andremo a portare questa società. •Tecnologie pervasive
Un ulteriore elemento da tener presente in terzo luogo è il tema della nuove tecnologie e della globalizzazione. Per nuove tecnologie intendiamo non solo la televisione ma i videogame, i cellulari, i computer, i fax, i modem, cioè tutti quei modi nuovi di comunicare e di trasmettere, in senso lato di relazionarsi. Questi strumenti stanno sconvolgendo, in qualche modo, i nostri stili di vita e anche il modo di rappresentare la realtà. Il fatto di passeggiare in centro con il cellulare e di essere chiamati non è solo una questione di buona educazione o di cambiamento di stile di vita, ma sottende un rilevante cambiamento culturale. Le nuove tecnologie sono pervasive, cioè invadono tutte le nostre aree e i nostri ambiti, da quelli pubblici a quelli privati. Si pensi, ad esempio, al fatto dell'informazione: mentre una volta la televisione veniva accesa alle cinque del pomeriggio con la tv dei ragazzi, e si chiudeva alle otto di sera con il carosello, oggi la televisione funziona ventiquattro ore su ventiquattro. Possiamo essere costantemente informati ed essere in contatto con altre parti del mondo, attraverso internet. Questo cambia radicalmente il modo in cui noi ci rappresentiamo la realtà perché rompe gli schemi tradizionali di tipo spaziale e temporale. Oggi ci troviamo all'interno di una pluralità di orizzonti normativi, di stili di vita, di insiemi di valori, e questo viene chiamato "pluralismo culturale". La televisione, fino a trent'anni fa, aveva un solo canale, oggi ne ha un'infinità. Se quell'unico canale poteva rappresentare il sistema di valori condiviso socialmente, oggi la televisione rappresenta i sistemi di valore condivisi, cioè la molteplicità dei stili di vita e ognuno di questi convive legittimamente all'interno dello stesso contenitore.
Viviamo in un'epoca in cui l'adolescenza si è allungata nel tempo, anche dal punto di vista normativo. I contratti di formazione e lavoro all'inizio prevedevano l'arco d'età 15-24 anni, poi sono stati allungati a 29 anni e ora sono arrivati a 32 anni; una serie di sgravi per disoccupati a lungo periodo arrivano fino a 40 anni, per cui l'adolescenza è un concetto elastico e di cui si sono persi i confini. Facendo un'indagine legata ai temi del rapporto giovani e lavoro, con l'idea della rappresentazione sociale del lavoro, prendemmo anche un campione di cinquantenni, per confrontare le risposte. All'interno del questionario proponemmo una serie di domande, fra cui anche alcune relative alla identificazione con alcuni gruppi sociali, cioè quanto uno si identifica con la famiglia, con il suo posto di lavoro, con la sua squadra, con l'essere giovane. I cinquantenni si identificavano molto di più dei giovani nell'essere giovane.

Chi è l'adulto?
La gioventù si è allungata e l'adultità e la vecchiaia si sono giovanilizzate; talvolta è difficile identificare i rapporti fra madre e figlia, fra nonna e nipote per quanto riguarda l'abbigliamento, gli stili. È abbastanza chiara l'idea di "vecchiaia"; è abbastanza chiara l'idea di giovinezza; ciò che oggi è in crisi è il concetto di adultità proprio per effetto del prolungamento della giovinezza. Paradossalmente si è giovani e all'improvviso si diventa vecchi e si salta il periodo intermedio.
Vorrei concentrare la mia riflessione su tre questioni che mi sembrano di rilievo per cercare di comprendere le problematiche della condizione giovanile. La prima questione risponde a un grande tema, che è la ricerca di orizzonti di significato; nella seconda vorrei pormi l'interrogativo del ruolo delle agenzie educative e il terzo elemento è il tema della ricerca di identità e di identificazione.
Le giovani generazioni oggi vivono in un contesto di pluralismo culturale, vivono cioè in una società complessa e complicata. All'interno di questo pluralismo culturale, che vede i giovani di fronte a una molteplicità di stili di vita possibili e plausibili, proporrei di leggere sia gli aspetti positivi che gli aspetti problematici.

Liberi, troppo liberi
Una prima valenza positiva di questo contesto è rappresentata dalla possibilità di esplorare, di sperimentare, di confrontare che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In virtù di questa molteplicità di sperimentazione c'è la possibilità di fare riferimento a una pluralità di centri di identificazione, e quindi ad un insieme di sistemi di valori che possono poi essere confrontati e verificati. La molteplicità di relazioni a cui sono sottoposti i giovani di oggi consente loro di mettere a confronto una pluralità di stili educativi, ad esempio, e quindi di valutare e di confrontare e che pone in crisi gli educatori stessi.
Ci sono però anche degli aspetti problematici. Il primo è che oltre una certa soglia questa possibilità di avere più centri di riferimento induce ad una condizione di a-centricità, cioè di assenza di centri. Se passiamo da un centro a tanti centri a lungo andare può accadere che nessuno di questi centri in realtà sia un centro; non c'è più un punto di riferimento perché ce ne sono tanti. Di conseguenza, ed è una delle grandi difficoltà delle generazioni attuali, il secondo elemento problematico è una rilevante incapacità a costruire delle gerarchie di valori in senso verticale; i valori sono tutti in senso orizzontale, come se fossero tutti sullo stesso piano. Per cui ci si può impegnare negli scout, nell'Agesci, nel volontariato e una sera trovarsi con gli amici per andare a buttare sassi dal cavalcavia. C'è un terzo elemento ed è che questa situazione di pluralismo culturale richiede delle risorse cognitive sempre più elevate e questo può generare delle fratture, delle disuguaglianze all'interno delle giovani generazioni fra quelli che hanno capacità di relazionarsi con un ambiente complesso e complicato e quelli che ad un certo punto desistono.

Le agenzie educative
In questo contesto qual è il ruolo dell'agenzia educativa? Quando parlo di agenzia educativa mi riferisco alla famiglia, ai mondi vitali, all'associazionismo, alla Chiesa, a tutti quei luoghi che in qualche modo hanno un progetto di vita da comunicare. Il ruolo delle agenzie educative si è fortemente dimensionato, ha cioè perso di importanza. Lasciando da parte alcune riflessioni interne al ruolo delle agenzie educative, il primo aspetto che vorrei segnalare è che fra le diverse agenzie educative è venuta crescendo una sorta di discontinuità, una specie di progressiva separatezza e lontananza. Si pensi alla famiglia rispetto alle esperienze associative, rispetto alla scuola, rispetto ad altri mondi, nel senso che ognuno di questi mondi ha iniziato ad elaborare dei sistemi di valore che sono propri e scarsamente comunicanti con gli altri ambienti. Ogni agenzia educativa si dà una sua gerarchia di valori, quindi all'interno della famiglia possiamo dire che fra i primi valori troviamo la solidarietà fra i componenti familiari. Un soggetto si sposta però poi in un altro ambito, ad esempio l'associazionismo sportivo, dove forse al primo posto c'è l'elemento competitività. Ancora, se transita in un altro ambiente, come il mondo del lavoro può trovare un'altra scala di valori con la quali rapportarsi. Un soggetto che gravita all'interno di questi diversi mondi deve cambiare la "giacchetta" e adeguarsi all'ambiente con il quale entra in contatto. Questo segna la discontinuità, la frattura fra le diverse agenzie educative. Un secondo elemento per cui cerco di motivare l'affermazione del ruolo ridimensionato delle agenzie, è che le giovani generazioni si muovono in un contesto in cui gli stimoli sono eccedenti rispetto alla loro domanda e alla loro capacità di interpretarli. È un po' come quando si va al supermercato e si deve fare la spesa di detersivo; per comprare il detersivo per i piatti si rischia di perdere un quarto d'ora per fare tutte le valutazioni di qualità e prezzo (quello che inquina e quello che non inquina), perché c'è una eccedenza di prodotti. All'interno di questa eccedenza i ruoli delle agenzie educative tendono a perdere di efficacia. Si pensi quanto più efficace è una trasmissione di Quark rispetto a un insegnante di scienze.

Il senso del limite
Le giovani generazioni sperimentano una libertà di scelta, così come mai è stata conosciuta finora. In secondo luogo la stessa idea di senso del limite sta profondamente mutando. Diversificandosi gli orizzonti di riferimento, i limiti di ogni orizzonte tendono ad amplificarsi, quindi il limite perde di significato. Se dieci-quindici anni fa dei giovani fossero trovati a buttarsi dai ponti con delle corde elastiche legate ai piedi (il cosiddetto jumpeeng), sarebbero stati subito internati come pazzi, mentre oggi invece è un'attività sportiva. Si pensi al tema della notte: in precedenza essa era la fase in cui si dormiva, ci si riposava, si potevano fare anche le ore piccole ma c'era comunque un limite. Oggi invece la notte è il nuovo luogo di socializzazione, è un altro ambito di vita da sperimentare, come ad esempio le discoteche ed i ritmi ad esse legate. Ci si trova con gli amici, si va in pizzeria, poi si va a bere, quindi si va in discoteca fino alle 4 o 5, e poi si va a fare colazione. Questo non è altro che l'abbattimento di un limite e la ricerca di qualcos'altro.
In questo contesto mi propongo nuovamente delle valenze positive e delle valenze problematiche. La prima valenza positiva che noto è che in realtà i valori tradizionali tendono a rimanere come riferimenti forti: famiglia, lavoro, amicizie, tempo libero. La questione è che quei riferimenti tradizionali (ad esempio la famiglia) vengono esplorati in modo nuovo, diverso. Si pensi cosa significa il tema della ricerca di autonomia, di cui le giovani generazioni sono fortemente portatrici: autonomia nella gestione del tempo libero, autonomia nel campo della sessualità, dell'affettività, ecc. Tutto è contrassegnato da questa ricerca di autonomia che va interrogata, ma che comunque è una ricerca nuova. Contemporaneamente, però, i giovani sono alla ricerca di figure di riferimento, di padri e madri, sono cioè alla ricerca di figure adulte e di ordine.
I modelli di riferimento, ad esempio il modello famiglia e i ruoli all'interno di essa, oggi rischiano di essere scarsamente praticabili dalle nuove generazioni perché è cambiato il modo di interpretare quel ruolo. Madre si è per scelta non per definizione, perché c'è la dimensione del lavoro, della carriera, della progressione professionale che una volta era solo più esplicitamente propria della figura maschile. Allora il rischio è quello dello scenario. Ci sono cioè dei valori di riferimento che rimangono tali, però il modo in cui quei valori io li declino, il modello che avevo di riferimento, non funziona più.

Comportamenti trasgressivi
Un ultimo aspetto è che se è vero ciò che si diceva in precedenza, cioè di ricerca di autonomia, di figure significative, di bisogno di ordine, è anche vero che oltre un certo limite osserviamo l'insorgere di comportamenti che tradizionalmente potremmo definire come trasgressivi, ma che in realtà nascondono cose diverse. Abbiamo un'idea del rischio che è tendenzialmente negativa, cioè alla parola rischio scatta immediatamente un aggettivo morale per cui il rischio è negativo. D'altro canto nel vocabolario di lingua italiana del termine rischio si trovano solamente accezione negative, fatto salvo in un caso, quello economico, dove il rischio viene visto positivamente. Oggi, per le nuove generazioni, il tema rischio rappresenta una nuova frontiera perché è l'ambito in cui si possono sperimentare cose nuove. Fra la tranquillità e il rischio vero e proprio esiste un'area grigia di sperimentazione, dove si possono fare delle cose che tradizionalmente si potevano interpretare come rischio ma che oggi vengono rilette come possibilità di sperimentare, di fare delle cose. Il problema è che in quell'area grigia si può nascondere anche la trasgressione, cioè il rischio per sé o per gli altri. Si pensi, ad esempio, alla guida spericolata, all'ubriacarsi, a comportamenti sessuali a rischio.

•Molteplicità dei messaggi
L'altra questione critica è che ciò che colpisce i giovani, che sono immersi in una eccedenza di stimoli, di informazioni e di occasione è la dimensione dell'emotività. Alcuni parlano addirittura di intelligenza emotiva, nel senso che oggi siamo bombardati da un insieme di questioni, di opportunità. Ad un certo punto si assume un atteggiamento di disincanto rispetto a tutto ciò perché se mi faccio prendere da tutto ciò che mi arriva, rischio la schizofrenia. Ma allora cosa mi può prendere veramente? Mi prende ciò che mi emoziona, che "prende alla bocca dello stomaco". Le nuove giostre portano tutte a provare qualcosa di emotivo, e noi attraiamo qualcuno o qualcosa se riusciamo a trasmettere questa dimensione di emotività.
La ricerca di identità è il saper rispondere a una domanda semplice ma centrale: chi sono io? Vuol dire cioè avere la capacità di creare una sorta di classifica dei valori e delle norme che rappresentano il punto di riferimento per la mia azione quotidiana. Il contesto non è sicuramente di aiuto perché ogni ambiente tende a sviluppare una gerarchia diversa di riferimento. Questo è il primo elemento di contesto; il secondo elemento è che i giovani, e questo è testimoniato da tutte le ricerche che si sono interrogate intorno a questo problema, sperimentano in misura crescente una pluralità di appartenenze. Anche i giovani che si associano tendono ad associarsi a più esperienze contemporaneamente. Ciò significa che i luoghi di incontro delle giovani generazioni sono fondamentalmente mobili, sono in qualche modo disancorati da un territorio e si muovono sul territorio. Anche qui ci sono aspetti positivi e aspetti problematici.

La fuga dalle responsabilità
Il primo aspetto positivo è che per le giovani generazioni la dimensione della relazione interpersonale è oggi fondamentale, strategica perché è il luogo in cui si manifesta la loro soggettività, il loro essere io. È la relazione ad essere il luogo, non il territorio, l'ambiente. Questo ci spinge a ragionare sul tipo di relazioni che si costruiscono negli ambienti a loro significativi. Terzo aspetto di positività sono tutti i luoghi di associazionismo e di volontariato, là dove è previsto il loro protagonismo diretto, dove i giovani si sentono coinvolti in prima persona, dove possono sviluppare delle progettualità magari a breve termine.
Gli aspetti problematici stanno in primo luogo nel timore della responsabilità, di fare delle scelte forti. I mondi associativi del mondo cattolico (Azione Cattolica, Agesci, ecc.) fanno una proposta forte, cioè hanno una loro progettualità, un iter da seguire. I giovani ci sono non oltre un certo limite, cioè quando viene chiesto di assumersi delle responsabilità "saltano" e questo impedisce il rinnovo dei quadri dirigenti dei mondi associativi.
Sui diversi aspetti ho cercato di mettere in luce le valenze positive e quelle problematiche secondo una metodologia con cui mi pare di dover osservare questa situazione. La condizione giovanile presenta una ambivalenza, non dell'ambiguità, cioè un valere doppio. Qualsiasi fenomeno noi prendiamo in considerazione è ambivalente, può valere in senso positivo o in senso negativo perché l'ambivalenza è il carattere essenziale della complessità sociale. Questo è importante dal punto di vista della metodologia di approccio, perché senza una metodologia, senza dei criteri di fondo, si rischia di arrivare ad una sorta di relativismo culturale. Se tutti i fenomeni sono ambivalenti, allora non riusciamo più a definire dei criteri condivisi.
La seconda questione, che poi è in realtà la vera chiave di lettura per capire le profonde trasformazioni culturali di cui le giovani generazioni sono particolarmente esponenti, è quello che ho definitivo precedentemente il tema della soggettività. In questi decenni il portato più profondo della trasformazione culturale viene proprio da questo elemento, cioè del mezzo del soggetto. Essa però non è soggettivismo, individualismo o egoismo; indica la centralità del soggetto. Oltre un certo limite questo diventa narcisismo, egoismo, ma non lo è in partenza. Allora se proviamo a rileggere molte delle scelte che fanno le nuove generazioni, è da porsi la domanda: se faccio quella scelta quale gratificazione ne ho di ritorno? Non gratificazione in senso egoistico del termine, ma nel senso che quell'esperienza mi aiuta a crescere.

Valori minimi condivisi
Concludo con due questioni: la prima è quella che ho definito in precedenza come il problema della discontinuità delle agenzie educative e della moltiplicazione dei messaggi che giungono alle giovani generazioni. Credo che le associazioni, i gruppi, i mondi che si occupano di questi soggetti dovrebbero riflettere sulla possibilità di costruire quella che io chiamo una sorta di tavola dei valori minimi condivisi. Alle giovani generazioni stanno arrivando una molteplicità, e a volte una contraddittorietà, di proposte. Bisognerebbe avere la capacità di rielaborare una tavola dei valori minimi condivisi fra i mondi che operano sulle giovani generazioni creando, ad esempio, una rete fra le agenzie che si occupano di questa parte della popolazione.
In secondo luogo credo che si debbano rielaborare le parole chiave che hanno determinato i progetti educativi delle associazioni. Tali parole chiave sono contemporaneamente dei valori di riferimento ma anche il modo in cui pedagogicamente è stato costruito il progetto educativo. Siamo in una fase in cui si devono riprendere in mano queste parole e rielaborarle perché rischiano di non comunicare più il senso preciso. In altri termini credo che vadano rimessi in discussione i progetti educativi, cioè rielaborati. Il primo grande obiettivo di fondo è il sostegno delle nuove generazioni alla creazione di un'identità perché questa, oggi, mi sembra la sfida più rilevante. Aiutare cioè le generazioni a costruire quella gerarchia di valori non rigida, ma flessibile, che serva loro per navigare nel mondo che hanno davanti. La sfida educativa è proprio quella del ruolo di orientatore, che si assumono in particolare le agenzie educative, dalla famiglia ai mondi associativi.
Cosa significa ruolo di orientatore? Il ruolo di orientatore è proprio quello di riuscire a consegnare alle nuove generazioni gli strumenti e le abilità necessarie per saper orientarsi in base ad alcuni criteri generali