Giovani in cerca di guida non basta il genitore amico

Cristina Nogara

Parlare di disagio giovanile rischia di ridursi ad una discussione intorno ai più eclatanti fatti di cronaca recente, che, se a causa della loro inaudita gravità trovano abbondante spazio nei mezzi di comunicazione e nel dibattito della pubblica opinione, certo non esauriscono la mappa del malessere che colpisce le giovani generazioni.
Fenomeni cosiddetti di devianza “tradizionale” quali il bullismo esercitato sui compagni più deboli o la microcriminalità, indicatori di un disagio maturato per lo più in ambienti culturalmente ed economicamente deboli oltre che esposti all’illegalità diffusa, emergono oggi anche nel quartiere residenziale, dove figli di genitori benestanti vengono sorpresi a commettere atti di violenza ai danni di altri giovani, della comunità o addirittura delle proprie famiglie. Realtà ambientali diverse quindi, ma con un denominatore comune rappresentato dalla sofferenza giovanile, che gli adulti stentano a comprendere e, incapaci di riconoscerne le origini, tendono a voler risolvere con la concessione ad ogni tipo di richiesta, dal motorino al telefonino, dal recupero scolastico al rientro a casa a tarda notte. Sono tentativi di compensazione alla mancanza di attenzione e al vuoto relazionale nella famiglia, che non aiutano i giovani nel loro percorso formativo, bensì li inducono al travisamento di valori fondamentali.Se i giovani continuano per varie ragioni ad attribuire importanza alla famiglia è perché in essa riconoscono un ruolo guida e vi cercano probabilmente una difesa contro l’egoismo e la competitività sociali. Che essi vi trovino poi effettivamente attenzione, accettazione, autorevolezza, è oggi un grosso punto interrogativo. Melita Cavallo, giudice minorile al tribunale di Napoli, sostiene che facilmente i genitori tendono oggi a confondere l’importanza della relazione con i figli con quelle che ella definisce “sovrastrutture di convenienza”, ma soprattutto sono inclini a non esercitare quell’autorevolezza che bambini e giovani invece cercano nel padre e nella madre, e che funge da contenimento e regolazione della loro ancora debole volontà. Solo così, ricorda il giudice Cavallo, essi si sentono veramente amati e accettati, sentendo persino il bisogno di essere puniti se sbagliano, purché in maniera equilibrata. Aiutare i ragazzi nell’acquisizione della consapevolezza di sé e degli altri e nella formazione di un senso di responsabilità personale rimane un compito fondamentale nel ruolo dei genitori e di altri istituti educativi quali la scuola e la comunità in cui vivono il bambino o il giovane. Laddove sia presente un territorio difficile, come può essere quello napoletano da cui il giudice trae la propria esperienza, i ragazzi vanno resi consapevoli del degrado e della pericolosità dell’ambiente in cui vivono, ma vanno contemporaneamente educati ad impegnarsi a migliorarlo, evitando che si produca un isolamento degli elementi “sani”, bensì favorendo l’integrazione tra gruppi eterogenei affinché i modelli positivi possano fungere da esempio. Nelle aree economicamente e socialmente “privilegiate”, ma non per questo indenni al fenomeno del disagio giovanile, occorre fare maggiore attenzione ai rapporti familiari, colmare quello “svantaggio relazionale” di cui sono vittime, oggi rispetto a ieri, i giovani. Genitori spesso assenti, nuclei familiari sempre più piccoli, la famiglia allargata a volte lontana, producono frequentemente solitudine, causa di infelicità e insoddisfazione tra i giovani, sfogate con rabbia all’esterno o rinchiuse interiormente in personalità sempre più fragili e incapaci di aprirsi ad esperienze di solidarietà e altruismo.