Giovani e famiglia

Paola Dal Toso

Dal secondo dopoguerra ad oggi la famiglia italiana ha una composizione sempre più ridotta a causa del basso tasso di fecondità che colloca l’Italia tra i Paesi europei dove nascono meno figli. Il ridimensionamento del numero dei componenti è una delle più significative trasformazioni strutturali della famiglia, il che produce sui singoli membri, effetti primariamente in termini di identità personale (basti pensare alla diffusa presenza del figlio unico).

Ne conseguono anche nuove modalità di interazione tra i componenti della famiglia stessa. La contrazione del numero dei figli ha certamente inciso sui modelli socializzativi parentali: si sono, infatti, modificate le aspettative reciproche e sviluppati diversi modi di interpretare i ruoli genitoriali. È mutato lo stesso significato attribuito al «fare un figlio», anche perché sono diverse le condizioni economiche e culturali in cui i genitori si trovano a vivere, che hanno accresciuto le opportunità di scambio e di rapporti più profondi tra le generazioni, caratterizzati principalmente dall’affettività e dalla personalizzazione delle relazioni.  Dal sesto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia[1] emerge che «In passato ci si aspettava che il figlio maschio continuasse la tradizione familiare, ereditando in genere gli averi e il mestiere paterno; si prevedeva inoltre che si assumesse la responsabilità di mantenere i genitori in età anziana mentre le figlie femmine avevano il compito di cura dei genitori o dei suoceri. Oggi i «doveri» sono soprattutto dei genitori che mantengono a lungo i figli agli studi, offrono sostegno psicologico, aiuto ed appoggio anche economico fino ad oltre il passaggio all’età adulta»[2]. Altro indicatore del cambiamento dei rapporti all’interno del nucleo familiare è il fatto che «i padri dedicano alla cura dei propri figli maggiori attenzioni e più tempo rispetto alla generazione precedente. […] Negli ultimi trent’anni, […] si è radicalmente trasformato il ruolo paterno, che da autoritario e distante rispetto alla prole, è diventato protettivo e partecipativo, avvicinandosi, per molti versi, a quello della madre»[3]. Il cambiamento dei rapporti tra le generazioni e la trasformazione dei ruoli parentali, oltre che il diverso significato attribuito alla genitorialità, hanno migliorato l’ambiente familiare - apparentemente - meno conflittuale e più tollerante, e rese più affettuose e serene le relazioni tra genitori e figli, riducendone l’intrinseca conflittualità «anche nel periodo dell’adolescenza dei figli, quando gli interessi e gli obiettivi sembrano ineluttabilmente divergere e scontrarsi con quelli adulti. La convivenza, nel complesso tranquilla, è basata su una sorta di contratto non scritto, di cui entrambe le parti condividono le principali linee guida: prevede, oltre agli obblighi del sostentamento e dell’istruzione, il riconoscimento di una […] libertà»[4] sempre maggiore. Altri tratti caratteristici della famiglia italiana oggi sembrano essere: la presenza di stili educativi tolleranti e collaborativi, l’ampia autonomia concessa ai figli ed il ridotto controllo esercitato sul loro tempo libero e non solo, esercitato dai genitori, che tendono a creare un clima da «approvazione incondizionata», che spesso rischia di tradursi per i figli in nessuna restrizione, nessun vincolo, nessun dovere. Ad esempio, la convivenza prolungata dei figli con i propri genitori non determina, soprattutto per i maschi, un maggior coinvolgimento nella gestione e cura della casa e nei lavori domestici. Alquanto ridotta ed in prevalenza occasionale è la partecipazione alle principali attività, quali: fare la spesa, cucinare, lavare i piatti e la biancheria, stirare e tenere in ordine la propria camera, incombenza questa maggiormente svolta, seppure in modo saltuario. Scarse sono le richieste provenienti dai genitori riguardo alle faccende domestiche: infatti, «solo meno di un giovane su cinque (19,7%) potremmo definirlo «partecipativo», in quanto svolge, anche se in genere saltuariamente, tutte le faccende domestiche indicate; il 37,9% dimostra un coinvolgimento limitato (svolge più o meno saltuariamente alcune delle attività indicate) mentre poco più di due su cinque (42,4%) non partecipano del tutto o solo a poche di esse»[5]. In una realtà di generale assenteismo rispetto alle faccende di casa, permane diffuso il modello tradizionale in base al quale alla figlia femmina viene richiesta una maggiore collaborazione. I figli che hanno un proprio reddito da lavoro non sono neppure tenuti a partecipare economicamente alle spese, poiché le richieste dei genitori sono limitate: pur continuando a vivere in famiglia, «i tre quarti (76%) non versano alcun contributo per le spese domestiche (tale incidenza si riduce a circa la metà tra gli occupati stabilmente), meno di un quinto (17,4%) dà in casa circa un quarto dei propri introiti (ciò accade a poco meno dei due quinti di coloro che hanno un lavoro fisso) mentre solo una quota residuale rinuncia alla metà o più del proprio reddito mensile»[6]. Dunque, nel caso di giovani lavoratori, non c’è la collaborazione economica alle spese familiari ed il rimanere in casa conseguentemente comporta un vantaggio economico ed una maggiore possibilità di consumo. Aumentano i gradi di libertà di cui godono in famiglia i giovani che vivono con i genitori nell’uso degli spazi domestici: all’interno della casa possono liberamente ospitare amici, circa metà può anche organizzare feste, la possibilità di appartarsi e trascorrere momenti di intimità con il partner è consentita a quasi un terzo di giovani. Crescendo con l’età, emerge che i figli di oltre i 25 anni, hanno maggiore possibilità di organizzare feste con gli amici i casa e raddoppia quasi la quota di coloro che possono passare momenti di intimità con il/la proprio/a partner. Per quanto riguarda le relazioni extrafamiliari, hanno ampia opportunità di muoversi, di fare ciò che desiderano senza particolari condizionamenti parte dei genitori: quasi tre giovani su cinque (59,7%) si ritengano liberi da vincoli e divieti imposti sugli orari del rientro serale. In riferimento alle attività del tempo libero, la maggior parte è completamente libera di frequentare gli amici (e tale autonomia d’azione e di scelta risulta elevata già nell’adolescenza), di andare in vacanza con loro ma anche di farlo con il ragazzo o la ragazza, di frequentare luoghi ed ambienti desiderati e di dormire fuori casa. Dunque, ampia è l’autonomia concessa ai figli e ridotto è il controllo esercitato dai genitori sul loro tempo libero. Si ha l’impressione che i giovani siano affetti da una certa tranquilla inerzia con la quale ricercano una sistemazione e nello stesso tempo da un’elevata selettività nella scelta che - di fatto - funge da freno che rallenta l’uscita dall’abitazione dei genitori. Vivono bene in famiglia e si chiedono: perché uscirne? Il prolungamento della permanenza nella casa genitoriale appare razionalmente giustificata: perderebbero i vantaggi strumentali di cui possono godere vivendo in famiglia, se la lasciassero. Ciò in parte può spiegare la «pigrizia» delle nuove generazioni ad accollarsi gli oneri della vita adulta unitamente al fatto che almeno per qualcuno, risulta impossibile perseguire obiettivi di indipendenza ed autonomia, diventare fautori e arbitri del proprio destino, di costruire di uno spazio fisico e mentale indipendente. I giovani sembrano anche approfittare di una certa complicità dei genitori che fanno ben poco per favorire la loro uscita, per spingere all’autonomia, all’assunzione della responsabilità delle proprie scelte. Del resto, la libertà e l’autonomia di cui godono i figli in famiglia è senz’altro assai elevata e costituisce un fattore che non spinge ad andare a vivere per conto proprio per conquistare una libertà, un tempo irraggiungibile se si restava sotto la tutela dei genitori. Inoltre, il prolungamento della durata e dell’intensità delle cure parentali contribuisce a rallentare la realizzazione di un pieno ed autonomo progetto di vita. Spesso su un solo figlio si concentrata la protezione ed il finanziamento di una coppia di genitori e di due coppie di nonni: sei datori di cure contro un singolo ed esclusivo beneficiano! Di fatto, vivono nella casa d’origine due terzi degli intervistati del sesto rapporto IARD, a conferma che, per la maggior parte dei ragazzi, la famiglia di origine resta spesso più allettante e rassicurante delle incognite di un’indipendenza/autonomia, complessa da costruire e difficile da mantenere. Il fenomeno del prolungamento della permanenza dei giovani in famiglia, riguarda oggi «tutti» i giovani italiani, mentre fino a qualche anno fa era tipico dei ceti medio-alti, impegnati in percorsi scolastici lunghi e soprattutto nel Centro-Nord. Stanno in famiglia soprattutto i maschi, provenienti dalla piccola borghesia impiegatizia, di famiglia istruita, prevalentemente residenti nel Sud del Paese. Per quanto riguarda la percezione delle condizioni che possono facilitare l’indipendenza, i giovani inseriscono al primo posto il trovare un lavoro stabile ed al secondo l’avere un reddito sufficiente. Individuano nei fattori economici il principale ostacolo all’uscita da casa. Dei giovani lavoratori che vivono in coabitazione con la famiglia, ovvero il 55,1% dei 15-34enni che hanno un’occupazione, il 38,7% sostiene che con il proprio reddito da lavoro avrebbe potuto permettersi di vivere autonomamente ma, almeno in apparenza, non ha ancora colto un’opportunità che sarebbe, per loro stessa ammissione, alla loro portata. Il motivo principale è costituito dal fatto che non hanno concretamente cercato di rendersi indipendenti dalla famiglia: meno di un giovane ogni quattro (23,2%) tra chi ha affermato di avere un reddito sufficiente per andare a vivere per conto proprio o con altri si è fatto parte attiva, ad esempio cercando una casa; la grande maggioranza dei lavoratori (76,8%) non si è, dunque, impegnata neppure a raccogliere informazioni potenzialmente utili per diventare definitivamente autonomi. Tuttavia, i giovani che restano a lungo in famiglia mostrano un maggior livello di insoddisfazione e di sfiducia in se stessi e questo lascia pensare che in condizioni più favorevoli non resterebbero poi così a lungo nella casa dei genitori. Per molti si tratta di una condizione subita piuttosto che scelta. Certo è che contribuire a ridurre la spinta all’autonomia dei giovani non sono solo il fenomeno della «famiglia lunga», prodotto del «mammismo» dei giovani italiani e della complicità dei loro genitori, oppure il perdurare di una condizione adolescenziale che oggi tende ad estendersi oltre i limiti dell’età matura, in quanto altri rilevanti fattori strutturali ritardano le tappe che portano alla vita adulta, quali, ad esempio: l’aumento del numero di anni dedicati allo studio, la precarizzazione del mondo del lavoro, le carenze delle politiche nazionali di welfare. Una più precoce acquisizione di autonomia potrebbe essere promossa da una politica che si faccia carico delle generazioni più giovani attraverso, ad esempio, la riduzione della lunghezza dei percorsi di formazione, un più veloce e flessibile ingresso nel mercato del lavoro, la creazione di facilitazioni per l’accesso al mercato delle abitazioni. Dal punto di vista psicologico ed emotivo, il fatto di rendersi indipendenti dalla famiglia di origine comporta per il giovane un netto innalzamento del livello generale di soddisfazione per la propria vita. Continuare ad abitare con i genitori o lasciare la famiglia di origine (che per lo più coincide con la costituzione di una nuova famiglia), appaiono entrambe due scelte razionali, ma che rispondono a bisogni soggettivi diversi: da una parte la convenienza strumentale (minor impegno, maggiori consumi, più tempo libero), dall’altra la possibilità di realizzare un modello di vita più autonomo e più strutturato, che risponde maggiormente al bisogno di identità del giovane adulto e che comporta una maggiore soddisfazione personale. Il fenomeno della prolungata permanenza dei giovani in famiglia comporta un’altra conseguenza inevitabile: è sempre più posticipata l’età nella quale si costituiscono le coppie adulte e, quindi, per ritardare ulteriormente la scelta di avere dei figli, una famiglia. In Italia si sta delineando una pluralità di modelli di costruzione di nuove famiglie: A quella tradizionale fondata sul matrimonio, si affianca il modello emergente delle convivenze, che oggi costituiscono il 20% delle coppie. Tale diffusione di fatto è in forte aumento soprattutto nelle regioni del Nord e nelle grandi città. Soprattutto per i giovani, la convivenza finisce per rappresentare spesso una modalità iniziale e transitoria di costituzione di una progettualità «a due»: la coppia tende alla formalizzazione istituzionale nel momento in cui si concretizzano decisioni procreative. «Tuttavia si sta consolidando anche un secondo tipo di convivenza, strutturato come un modello stabile di coppia, che permane anche in presenza di figli. Accanto ad elementi in trasformazione, altri ribadiscono la prevalenza di modelli culturali sedimentati dalla tradizione: nonostante alcuni segnali di minor asimmetria nei rapporti di genere, persiste tuttora una sostanziale titolarità femminile delle incombenze domestiche e, pur se in misura leggermente meno marcata, nella cura dei figli. per concludere, la fragilità strutturale connessa alla formazione delle nuove famiglie si somma ad un fenomeno che potrebbe aggravare ulteriormente la stabilità relazionale delle nuove coppie: con la crescente partecipazione femminile al mercato, i problemi del doppio ruolo delle giovani donne in unione sembrano, rispetto al passato, acuirsi anziché ridursi»[7]. 


[1] Cfr. C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Rapporto Giovani Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, op. cit.,. [2] F. Sartori, La vita con la famiglia di origine, in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Rapporto Giovani Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna, 2007, pp. 113-114. [3] Ibidem, p. 114. [4] Ibidem, p. 114. [5] F. Sartori, La vita con la famiglia di origine, op. cit., p. 119. [6] F. Sartori, La vita con la famiglia di origine, op. cit., p. 120. [7] C. Buzzi, Conclusioni: I giovani nell’era della flessibilità, in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Rapporto Giovani Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, op. cit., pp. 359-360.