Non c'è niente al di fuori della relazione

Cristina Scaramella

“Non c’è niente al di fuori della relazione. (…) L’essere umano esiste solo in relazione a qualcuno. Se non c’è una relazione, questa persona non c’è” (G. Cecchin, in «Connessioni», n. 2 del 15/2004, p. 57). Se questa affermazione è vera per l’adulto, a maggior ragione lo è per il bambino.

Basta pensare al neonato: il bambino nasce, gli adulti gli stanno intorno, lo salutano, lo coccolano, sono felici per la sua nascita. Gli dicono in questo modo “Ci sei, ci sei” e scelgono per lui un nome. In virtù della relazione che si è venuta a creare, da quel momento lui è Andrea. Questo essere visto e riconosciuto dagli altri, diventa pertanto premessa indispensabile per assicurargli l’accudimento necessario alla crescita. Così, sarà il costituirsi di questa relazione che garantirà al bambino la sopravvivenza non solo fisica ma anche psicologica. La relazione bambino-adulto è stata oggetto di studio fin dal secolo scorso e parte dell’interesse di allora si è concentrato sugli effetti che la deprivazione di cure materne ha sul bambino. Tra i nomi più noti va menzionato Bowlby e la sua elaborazione del concetto di Attaccamento. Egli sosteneva che il bisogno di attaccamento costituisce la motivazione fondamentale e prioritaria dell’uomo. La persona che è affettivamente più vicina al bambino – generalmente, ma non necessariamente, la madre – diventa la sua figura di attaccamento prevalente, la sua “base sicura” dalla quale partire per esplorare e da cui tornare in caso di pericolo o stanchezza. Ecco allora che il bambino che inizia a gattonare può allontanarsi fisicamente dalla propria mamma perché sa di poter tornare da lei appena avverte una situazione che gli procura paura o che lo fa sentire in pericolo. È nel secondo semestre di vita che si nota l’emergere di una vera relazione di attaccamento tra il bambino e la madre, anche se nel periodo precedente si può già rilevare un comportamento di attaccamento, cioè un comportamento finalizzato alla vicinanza fisica, seppure organizzato in modo più semplice, ad esempio attraverso i sorrisi, il pianto… Il legame di attaccamento che li unisce non si instaura sulla base del soddisfacimento dei bisogni primari (per es. la fame), piuttosto sulla base di predisposizioni innate e di continuità e stabilità nel rapporto. Durante la crescita, si creano altri importanti legami di attaccamento: con il papà, i fratelli, i nonni, gli insegnanti, i pari e, in futuro, il partner affettivo. Tutte queste relazioni, sommandosi a quella di attaccamento principale, influiranno sullo sviluppo del bambino, sulla sua personalità e sulle sue modalità adulte di stabilire relazioni. Tuttavia, la relazione di attaccamento potrà essere caratterizzata non solo da comprensione, prevedibilità e sicurezza ma, al contrario, da incomprensione, imprevedibilità e insicurezza. Sarà la qualità della presenza dell’adulto che si occupa del bambino a determinarne le caratteristiche. Oggi parte di quanti studiano il mondo infantile nelle sue diverse sfaccettature rivolgono il proprio interesse non più solo alla relazione duale madre - figlio ma lo estendono alla triade madre – padre - bambino. Studi dimostrano, infatti, come già dai tre mesi di vita i bambini siano in grado di distribuire in modo differenziato gli sguardi tra mamma e papà e sappiano condividere attenzione e affetto con entrambi i genitori. D’altronde, lo stesso contesto entro il quale viene esercitata la funzione genitoriale è per definizione triadico: con la nascita del figlio si stabilisce un legame genitori – bambino che persiste al di là di ogni evento di separazione fisica. La relazione di un genitore con il proprio figlio non è mai svincolata dal rapporto dell’altro genitore con il figlio e dal rapporto dei due genitori tra di loro. Quotidianamente, nella relazione con i genitori, il bambino fa esperienza di diverse modalità di inclusione o coinvolgimento (cfr. gli studi condotti da E. Fivaz e A. Corboz). Basti pensare ad una situazione in cui mamma, papà e figlia sono radunati in cucina. La bambina ha appena terminato la colazione e la mamma le sorride e gioca con lei mentre il papà le osserva. La bimba è felice e dopo un po’ si rivolge al padre con dei gridolini. Questi si sente invitato a partecipare al gioco. Per un po’ giocano tutti e tre, poi la mamma si mette ad osservare papà e figlia che giocano insieme. Quando la bambina comincia a dare i primi segni di stanchezza il gioco si interrompe e, mentre i genitori parlano di quanto sia brava la loro bambina, lei li osserva interessata. Questa capacità di coinvolgersi nella relazione e di assistere al coinvolgimento degli altri, cioè di entrare e uscire dalle relazioni, il bambino la apprende grazie ai genitori, all’interno di questo contesto triadico di relazione. In tal modo il bambino può sperimentare il distanziamento all’interno di un contesto sicuro. Ciò favorirà in lui la conseguente disponibilità alla esplorazione di altre relazioni e di altri coinvolgimenti. Detto in altre parole, il distacco diventa per il bambino occasione di crescita e ampliamento di opportunità relazionali se in precedenza egli ha potuto sperimentare con i genitori il “distacco” non nei termini di una spiacevole sensazione di perdere una persona cara ma come “affidamento a” e “accoglienza da” che prelude un nuovo coinvolgimento/relazione con un’altra persona. Nel momento in cui questo tipo di esperienza triadica è stata vissuta e interiorizzata, cioè ciascun membro della triade sa tenere in mente gli altri e a propria volta si sente contenuto nella loro mente, è possibile l’apertura della triade ad altre persone. Ad oggi la funzione genitoriale è sempre più distribuita all’interno di una rete di relazioni che coinvolge oltre agli stessi genitori, che comunque rimangono le figure più significative, nonni, baby-sitter e strutture educative quali gli asili nido e scuole di diverso ordine e grado. Il bambino è pertanto coinvolto in separazioni e distacchi da figure significative per passare ad altri coinvolgimenti con altre figure. Potersi relazionare con coetanei e con adulti diversi dai propri familiari è un’importante opportunità che le diverse agenzie educative per la prima e seconda infanzia offrono al bambino (ma anche alla sua famiglia). Dalla relazione con i pari il bambino apprende una molteplicità di cose, grazie all’imitazione, al confronto e all’insegnamento diretto o, talvolta, al semplice stare insieme. Con i coetanei impara a vivere e ad affrontare il conflitto e ad apprendere i processi di negoziazione, impara a conoscere e a rispettare le regole, apprende il piacere della scoperta, del fare insieme e il piacere di affrontare sempre nuove sfide. Impara a manifestare e a condividere gli stati d’animo, l’aiuto ed il sostegno dell’altro, apprende abilità sociali e culturali complesse e apprende via via a modificare il proprio comportamento e linguaggio a seconda che l’interlocutore sia l’adulto, il coetaneo o il bambino più piccolo. Con i coetanei impara anche a mettere in scena il mondo dei grandi, talvolta criticandone i comportamenti o sovvertendone le regole. Mano a mano che procede la crescita impara ad autovalutare le proprie capacità (es. dice “non sono bravo a disegnare), a fare confronti e paragoni (ad esempio, dai sette anni i bambini si definiscono “il più bravo della mia squadra” anziché pensarsi semplicemente”bravi” nella definizione di sé) e ciò fa si che gli altri assumano un ruolo sempre più rilevante nella formazione dell’opinione di sé. Gradualmente fanno la loro comparsa i giochi competitivi, che richiedono da parte di tutti il rispetto di regole precise. Lungo gli anni di frequenza della scuola elementare, inoltre, all’interno del gruppo dei coetanei, gli amici vanno via via distinguendosi dai compagni. Si può pertanto sostenere che nella relazione con i coetanei ciascun bambino impara dagli altri ed è, a propria volta, fonte di conoscenza ed esperienza per gli altri. All’interno della relazione con i pari il ruolo dell’adulto, familiare o meno che sia, viene via via diversificandosi a seconda dell’età del bambino. Tuttavia, sia rispetto al bambino piccolo che a quello già più grande ed autonomo, il ruolo affettivo ed educativo che l’adulto si trova a rivestire rimarrà importante ancora per parecchi anni. Il passaggio all’adolescenza determinerà poi nuove modalità di vivere il rapporto con l’adulto e con i pari. Tanto l’evoluzione di queste relazioni, quanto quelle nuove che l’individuo verrà a costruire, troveranno un caposaldo nelle prime relazioni importanti della sua infanzia.