Società consumistica

Mi sto rendendo sempre più conto del fatto che la mia famiglia si è andata costruendo seguendo la mentalità consumistica presente. Non era nei miei progetti e nemmeno in quelli di mio marito e, a volte, abbiamo entrambi l’impressione di essere caduti in una trappola senza nemmeno accorgercene. Cosa fare?

Risponde lo psicologo Stefano Pellegrini

Società dell’avere è una delle tante definizioni, forse la più comune, che viene data alla realtà sociale in cui viviamo; l’altra definizione molto conosciuta, e che viene usata come sinonimo della prima, è società dei consumi. Società dell’avere è definizione che rinvia ad Erich Fromm e al suo ormai classico saggio “Avere o essere?” (1976). In questo testo Fromm, famoso esponente della scuola di Francoforte prima e della psicoanalisi poi, contrappone due opposti stili di vita: quello di chi fonda la propria esistenza sull’avere, sul possedere, sul consumare, sul potere e quello invece di chi la fonda sull’essere, ossia “sull’amore, la gioia di condividere, l’attività autenticamente produttiva e creativa”. Ora, dice Fromm, l’alternativa tra avere ed essere non si pone neppure al comune buon senso: tutti noi, messi alle strette, optiamo per l’essere, riconosciamo nella via dell’essere la strada che porta alla felicità e nell’avere un semplice strumento per la nostra esistenza nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti. Ma “in una cultura nella quale la meta suprema sia l’avere - e anzi l’avere sempre più - e in cui sia possibile parlare di qualcuno come una persona che vale “un milione di dollari”[1], come può esserci un’alternativa tra avere e essere? Si direbbe, al contrario, che l’essenza vera dell’essere sia l’avere: che se uno non ha niente è niente.”

  1. Che cosa si intende per società dell’avere e in che misura la nostra è una società dell’avere? Dalla breve definizione desunta da Fromm noi possiamo trarre le due principali caratteristiche di una società dell’avere:        
    1. l’avere è la meta dell’agire, del darsi da fare dei membri di questa società, un avere che non possiede limiti, un desiderio di avere tendenzialmente infinito.
    2. Anche i rapporti tra le persone ricadono nella logica dell’avere. Una persona vale di più o di meno; la persona stessa è pensata alla stregua di un oggetto, di una cosa di cui servirsi, che vale finchè serve e nella misura in cui serve, in cui rientra nei miei programmi.
    Questo è, in sintesi, che cosa s’ intende per società dell’avere. La nostra, la società italiana (in un mondo globalizzato, la società di un Paese industrializzato, sviluppato, del “Nord” del mondo) è una società dell’avere? E in che misura?
    1. L’avere è la meta del nostro agire, del nostro programmare, del nostro sognare? Una verifica rapida potrebbe essere quella di esprimere i primi tre desideri che ci vengono in mente, esercizio questo che, se fatto con onestà, ci rivelerà come la nostra idea di felicità (poiché desidero ciò che può rendermi felice) sia legata più all’avere che all’essere. Alcune cose le potrò desiderare nella convinzione che mi daranno maggiore serenità, sicurezza, soddisfazione, ma anche in questo caso si tratta, in fondo, di una iper-valutazione dell’avere. La felicità, intesa come pieno appagamento, come compiuta autorealizzazione di sé, come equilibrato rapporto con gli altri, a partire da se stesso, e con la natura è tutt’altra cosa rispetto al benessere (soprattutto se questo è inteso in senso puramente materiale = ben-avere). La via per la felicità passa normalmente attraverso un ragionevole benessere, ma è profondamente illusorio e ingannevole far credere o lasciare credere che felicità e benessere coincidano. Il motore del nostro agire è spesso, almeno la maggiore parte delle volte, il desiderio di avere qualcosa: il ragazzo ancora studente che si cerca un lavoretto lo fa per… rendersi utile, partecipare alle spese di casa, fare esperienze nel mondo del lavoro, o piuttosto  per avere? Godere di una maggiore disponibilità economica significa per lui avere più vestiti, avere più vacanze, avere più opportunità, più possibilità di scelta (uscire con gli amici, accedere ad opportunità diverse). Così si può dire anche per il padre di famiglia che sceglie di fare gli straordinari (che, considerando la salute delle relazioni familiari, significa esserci meno tempo, privare moglie e figli della propria presenza) per…offrire più cose alla propria famiglia, avere un appartamento più grande, avere un’auto nuova. Questo desiderio di avere si rivela senza limiti, acquistata una casa pensiamo già alla seguente, per una cosa che comperiamo ce ne sono cento che ci fanno l’occhiolino. Questo appare ancora più chiaro a chi viene da un'altra cultura. Sfogliando l’indagine sui valori delle famiglie extracomunitarie in Italia (Febbraio 2002) emerge la perplessità di questi genitori. Una mamma proveniente da un Paese del Sud-America, contesto sociale ancor oggi profondamente cattolico, afferma: “Qui i bambini sono sommersi dai regali eppure non sembrano più contenti, noi, nei nostri Paesi, non facciamo regali ai bambini, i bambini sanno che vogliamo loro bene e per giocare hanno i fratelli, i cugini, il cortile. Ecco di questo mi preoccupo per il futuro di mio figlio. Noi siamo abituati ad essere contenti con quello che abbiamo. Ho paura che lui possa essere diverso, volere sempre di più, non accontentarsi mai di quello che gli offriamo”. La società dell’avere spaventa, e spaventa proprio per questo rincorrere la felicità in una serie di cose da possedere e possedere ad ogni costo. I dati di questi ultimi anni riguardanti la microcriminalità a Milano sono altamente significativi: a spingere questi ragazzi a porre in atto comportamenti lesivi nei confronti degli altri non è un’aggressività generata da chissà quali situazioni di degrado, no, il semplice desiderio di possedere qualcosa e il dover costatare che soddisfarlo non rientra nelle nostre immediate possibilità viene vissuto come un’ingiustizia sociale. Spesso si tratta di ragazzi di famiglie per bene che con il ricavato del “bottino” progettano di procurarsi oggetti migliori di quelli già posseduti (si cerca di rubare il telefonino ultimo modello anche se un telefonino lo si possiede già). La nostra società sembra quindi possedere il primo requisito indicato da Fromm “una cultura nella quale la meta suprema sia l’avere e, anzi, l’avere sempre di più”.
    2. E a proposito del secondo requisito? I rapporti tra le persone ricadono nella logica dell’avere? il valore di una persona è monetizzabile per la nostra società? Oltre gli esempi scontati che ci vengono dal mondo dello sport, oggi capita che la persona stessa venga pensata alla stregua di un oggetto, più che al suo tesoro inestimabile di esperienze, affetti, valori, sogni, interiorità, si finisce per pensare alla sua utilità, al vantaggio che da lei si può trarre o all’inciampo che può rappresentare nel nostro cammino. La persona stessa diventa quindi un oggetto, una cosa tra le altre, perde così quell’intima  sacralità che ne tutelava il valore. Sono considerazioni dure che però trovano conferma in alcuni fenomeni tipici dei nostri tempi e, fino a pochi anni fa, inconcepibili. Tra questi rientra quello della pirateria stradale. Come si può investire una persona, ferirla e lasciarla là, continuando per la propria strada come niente fosse? Le denuncie di omissione di soccorso crescono sempre più. La fuga dopo un incidente sta diventando un problema sociale. Si parla di incapacità ad assumersi le proprie responsabilità, di personalità fragili, immature, di tempeste emotive che non si è preparati ad affrontare… Vittorino Andreoli ne fa un’analisi spietata, che per molti versi rimanda alla profezia di Fromm, e afferma: “L’uomo è ormai diventato meno di un oggetto, molto meno dell’automobile che ha un prezzo, mentre l’uomo è senza valore. E se gli si sbatte contro sulle strisce pedonali ci si inquieta perché forse ha rovinato il paraurti. Non importa se sta crepando o ha bisogno di soccorso. Un uomo che non ha relazione per me, non esiste”. Fromm si scandalizzava all’idea di poter affermare “quell’uomo vale un milione di dollari” perché aveva intuito che o la sacralità dell’uomo è rispettata, è rispettata la sua unicità, l’insuperabile dignità che egli porta in sé e che lo pone su un piano che è sempre altro rispetto alle cose (il Talmud afferma che Dio all’origine ha creato un uomo solo proprio perché fosse chiaro che chi uccide un uomo uccide il mondo intero) o l’uomo finirà per diventare cosa tra le cose, magari anche giocattolo con cui trastullarsi ( pensiamo al triste fenomeno del turismo sessuale). “L’uomo insomma è un oggetto che disturba o, nel migliore dei casi, che non vedo, quasi non ci fosse. E’ solo un uomo. Un uomo nudo. Un uomo senza qualità. Un nulla.” parole difficili da accettare, ma che possono costringerci a riflettere. Accanto a questo fenomeno ne esistono altri, magari meno allarmanti, ma ugualmente univoci nel denunciare una società che considera l’uomo come ingranaggio di un sistema e quindi funzionale al sistema stesso. Significativa è la crisi da pensionamento: “Senza lavoro chi sono io?”. Emblematiche sono le vittime della New Economy: “Senza scrivania quanto vale la mia vita?”. Drammaticamente indicativa è anche la situazione  degli anziani, le loro dimissioni premature dagli ospedali: decine di denuncie al Tribunale per i diritti del malato.
    3. Come si struttura la famiglia di fronte a questa società? Appurato che ci troviamo immersi in una società dell’avere, ci dobbiamo ora chiedere: Che cosa significa essere famiglia in questa società? essere figli, essere genitori? I nostri figli sono persone ancora in fieri, che stanno costruendo la propria identità, che cercano il proprio posto nella vita, nel mondo. Sono giovani che devono nutrire grandi ideali, avere progetti, sogni e speranze per il futuro. Sentiamo spesso disquisire sulla difficoltà d’essere genitori oggi, ma abbiamo mai provato a pensare che anche essere figli può presentare oggi più difficoltà di ieri? Ieri un figlio cresceva tra certezze perché quello che sentiva in famiglia concordava con quanto si insegnava a scuola o in parrocchia, e quello che queste agenzie educative cercavano di trasmettere era un patrimonio di valori certi, condivisi, utili per orientarsi nella vita. Esistevano il bene ed il male e, per tutti, era chiaro il confine che li separava, il giudizio morale su un certo comportamento era quasi sempre univoco. Ed oggi in questa società dell’avere? Molti genitori sono onestamente convinti che cercare di dare ai figli più benessere materiale possibile, per il loro presente ma anche per il loro futuro, sia il modo più valido per garantire loro una vita serena, realizzata, priva di problemi. Altri genitori, pur avendo la percezione che forse non è l’avere a dare una vita felice, non riescono a rendere concreta questa sensazione, non possiedono gli strumenti per educare diversamente, se li possiedono si ritrovano in ogni caso soli a percorrere una via che né la società né i loro stessi figli sostengono, perciò, alla fine, si rassegnano a fare come tutti. Se, come abbiamo visto, una società fondata sull’avere distrugge il valore dell’essere umano, non possiamo illuderci che un’educazione di questo tipo non abbia conseguenze negative e, a volte, devastanti. Sicuramente è un’educazione che mina alle fondamenta le relazioni familiari in primo luogo e quelle sociali poi. Cerchiamo di vedere quali sono le conseguenze concrete per una famiglia che cada nella logica dell’avere.
      1. Il primo grande rischio da non sottovalutare è che, per i coniugi, i figli vengano visti come un possesso, un bene come altri, un bene al quale si ha il diritto di accedere. E così  tante coppie, che non possono avere figli, sono disposte a qualsiasi cosa pur di vedere soddisfatto il loro desiderio (mi riferisco alla fecondazione artificiale con donatore o donatrice sconosciuti, all’utero in “affitto”, alle mamme quarantenni che convincono le figlie ventenni a prestar loro l’utero)[2] salvo, poi, non preoccuparsi di mutare il proprio stile di vita una volta che il figlio è parte della famiglia. Questo comportamento è perfettamente coerente nella logica dell’avere nella quale ci si danna per possedere qualcosa che non si ha, per poi dimenticarsene quasi subito perché ci sono altri beni da conquistare. Si ragiona in questo modo: “Ho dei figli” piuttosto che “Sono un genitore”, la differenza non è irrilevante.
      2. Non solo i genitori possono arrivare a considerare i figli un “bene” ma anche i figli possono considerare la famiglia come un “bene” da utilizzare, i genitori come una proprietà da sfruttare. Ecco allora genitori lamentarsi perché in famiglia i figli pretendono, prendono soltanto, non muovono un dito, chiedono senza dare nulla in cambio. Ecco allora la famiglia “albergo” dove la mamma diviene letteralmente la serva dei figli. In una logica dell’avere i figli pensano di avere dei genitori, di possedere dei genitori, non pensano mai al loro essere ad un tempo figli. Le conseguenze di questo modo viziato di vedere la realtà possono essere anche estreme perché qualora un figlio ritenga che i genitori non gli servono più e che, magari, potrebbe venirgli più comodo ereditare, questo figlio cercherà i modi per arrivare a mettere le mani sul patrimonio familiare. Lo psicologo Giorgio Nardone a pag. 9 del suo testo “Modelli di famiglia” cita la preoccupazione del direttore di una famosa rivista finanziaria italiana fortemente impressionato per il fatto che molti adolescenti scrivono alla redazione del giornale per avere informazioni su come ereditare il patrimonio dei genitori fin che questi sono ancora in vita.
      3. Ma l’aspetto forse più preoccupante causato da questa mentalità è riassunto in questa frase lasciata scritta da una ragazza prima di suicidarsi: “Ho avuto tutto dalla vita”. Il cardinale di Bologna Biffi, ad un incontro con degli universitari, commentando la frase disse: “Sì, forse gli era stato dato davvero tutto, tranne il significato di tutto. E una vita piena di tante cose e vuota di senso all’improvviso le è parsa insopportabile.”
      La società dell’avere riempie di tante cose, ma il senso di questo possedere dove prenderlo? La famiglia, a detta degli esperti, sembra aver abdicato a questo suo compito di trasmettere anche significati, valori. Gustavo Pietropolli Charmet, docente di Psicologia clinica all’università di Milano, ha condotto assieme ad un’equipe di collaboratori una ricerca sui giovani e il loro rapporto con la famiglia e gli altri luoghi educativi (scuola, oratori, circoli sportivi) e la sua conclusione è questa: si è passati da una famiglia normativa ad una famiglia affettiva. Non c’è più una famiglia che consideri tra i suoi compiti fondamentali anche quello di trasmettere ai figli una serie di norme,  norme che un tempo spaziavano dalle semplici regole del vivere comune, dello stare insieme, alla trasmissione di valori per la vita. Compito esclusivo della famiglia ora rimane quello di soddisfare il bisogno di affetto dei suoi membri, questo però nel senso egoistico del termine, nel senso di garantire un luogo dove trovare rifugio e vedere soddisfatte certe esigenze senza chiedere in cambio alcun impegno emotivo. In famiglia non si deve più discutere, non si deve più litigare, non si devono più toccare certi argomenti perché manderebbero in crisi il quieto vivere. In un ambiente così i figli hanno buon gioco nell’ottenere tutto quello che vogliono perché i genitori, per amore del quieto vivere, se non subito, dopo un po’ capitolano di fronte ai musi lunghi dei figli.

Il bambino ci chiede affetto, chiede di averci con lui e noi, ingabbiati nella logica dell’avere, nella logica di uno stile di vita consumistico, rispondiamo con un gioco nuovo. Il ragazzo ci chiede di appassionarci a ciò che fa e noi gli facciamo l’abbonamento allo stadio. Victor Frankl, psicologo austriaco del secolo scorso, afferma senza mezzi termini che la malattia del nostro tempo è la mancanza di senso. E nella sua pratica clinica ha riscontrato questo talmente tante volte da dare il via ad una nuova forma di psicoterapia, la logoterapia, che significa, per l’appunto terapia del senso. Essere figli nella società dell’avere significa rischiare di vedere puntualmente elusa questa domanda di senso. La vita ridotta all’orizzonte dell’avere finisce per mostrare prima o poi la propria paradossale povertà. Un detto indù dice: “Saggio è l’uomo che vende uno dei suoi due pani per comprare un giglio”. Noi non abbiamo bisogno di vendere o rinunciare ad alcunché di essenziale, basta che torniamo ad alzare gli occhi. Anche noi possiamo abbandonare la logica del di più (devo avere di più, devo fare di più, rendere di più, avrei bisogno di più tempo..), che è la logica di una società consumistica, per tornare a quella del può bastare, può bastare per avere ancora occhi per contemplare la bellezza del giglio. “Il piccolo libro del Quanto Basta”[3], testo di grande successo negli Stati Uniti, invita a scoprire quanto basta per essere felici non nelle cose che ci circondano, ma negli affetti, nei tesori che custodiamo nel cuore. L’autrice riporta uno dei discorsi alla nazione che il presidente Bush ha tenuto nei giorni immediatamente successivi all’ 11 settembre: per aiutare gli americani, profondamente shoccati da quanto avvenuto, a riprendere a vivere, il presidente li invitava a tornare nei centri commerciali, a riempire i carrelli, a fare shopping… E’ questa l’unica risorsa sulla quale può contare la società occidentale? Noi non possiamo dimenticare che siamo eredi di una tradizione spirituale ricchissima che ci offre la possibilità di prendere le distanze da un’ottica così riduzionistica della dignità dell’uomo. Forse, oggi, per i genitori può essere più facile di ieri guardare criticamente ad uno stile di vita consumistico. Più facile, non tanto perché la crisi economica in corso ha diminuito il potere d’acquisto delle famiglie e costringe a delle scelte, ma piuttosto  perché i genitori d’oggi sono cresciuti in piena società dei consumi e hanno sperimentato sulla propria pelle che l’affannarsi per avere sempre di più non è uno stile di vita che renda realmente soddisfatti, che possa condurre alla felicità.       


[1] Vedi, ad esempio, il film vincitore del premio Oscar di quest’anno dal titolo veramente emblematico: “Million Dollar Baby” [2]Tutte situazioni che in Italia sono avvenute tranquillamente fino all’approvazione della legge sulla fecondazione assistita che ha cercato di porre dei limiti al tipo di fecondazione medico-assistita alla quale una coppia poteva accedere  Sappiamo che una parte della società italiana ha cercato di opporsi, attraverso un referendum, a tali limitazioni. [3] J. DAVIS, Il piccolo libro del Q.B. per scoprire QUANTO BASTA per essere felici, Sperling & Kupfer